mercoledì, Aprile 21

Torna ‘Mafia capitale’, opposizioni all’attacco

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La vicenda di ‘Mafia capitale‘, il sistema di corruzione legato all’accoglienza dei migranti, si arricchisce di un nuovo capitolo: 44 gli arresti nella notte tra Sicilia, Lazio e Abruzzo, fra i nomi di spicco c’è il forzista Luca Gramazio. Lega e MoVimento 5 Stelle attaccano l’amministrazione romana e il Governo, ma in conferenza stampa il Presidente del Partito Democratico Matteo Orfini difende l’operato del sindaco Ignazio Marino. Prosegue la polemica tra lo stesso Orfini e Rosy Bindi in relazione alle liste di impresentabili per i candidati alle regionali in Campania. Indagini sul presidente della Lombardia Roberto Maroni per il caso dei contratti Expo, ci sarebbe un refuso nel sms imputato dalla procura. Riforme, il Senato approva le modifiche al reato di vilipendio, l’esecutivo nel frattempo calendarizza i lavori alle camere. Da Fiumicino il premier Matteo Renzi, intervenuto alla presentazione del nuovo marchio di Alitalia, paragona il Paese agli aerei della compagnia di bandiera: se decollano, decolla l’Italia. Mario Mauro toglie il suo appoggio al Governo, ma dal Gruppo Misto la mossa non riscuote successo: solo un senatore lo segue. Infine il centrodestra si arricchisce di un nuovo movimento, Gianfranco Rotondi lancia l’aggregazione dei cattolici moderati.
Con 44 arresti e indagini su 21 altre persone, riparte il filone di inchiesta ‘Mafia Capitale‘, business che ha sfruttato il sistema di accoglienza dei migranti creando un impianto ben oliato di corruzione. Tra i nomi risalta quello di Luca Gramazio, già capogruppo del Popolo delle Libertà al consiglio di Roma Capitale e poi capogruppo di Forza Italia al consiglio Regionale del Lazio: l’accusa è di partecipazione all’associazione mafiosa capeggiata da Massimo Carminati, Salvatore Buzzi e Luca Odevaine (già in carcere) sfruttando la propria posizione.
Inevitabili le ripercussioni nella politica, duri gli attacchi soprattutto da MoVimento 5 Stelle e Lega. «Orfini e Renzi sono talmente impegnati con i videogiochi che non si sono resi conto che il loro partito è diventato il referente politico della mafia a Roma», accusa la deputata pentastellata Roberta Lombardi. «Chi ha fatto da palo e non da commissario dovrebbe dimettersi all’istante», twitta Alessandro Di Battista, mentre Luigi Di Maio chiede di «un’opportunità perché queste mani, mani pulite, governino Roma, soprattutto alla vigilia del Giubileo, appuntamento che genererà l’ennesima emergenza organizzativa con un fiume di soldi, e sappiamo come utilizzano i soldi questi signori». Lega che invece punta sulla politica dei respingimenti, «fermare subito le partenze e gli sbarchi, bloccare tutti gli appalti», commenta Matteo Salvini, che invoca anche le dimissioni del sindaco di Roma Ignazio Marino e la presenza in aula del Governo per rispondere della gestione del centro di accoglienza di Mineo.
Amministrazione capitolina che al momento respinge ogni ipotesi di dimissioni, «continuiamo in questo modo, stiamo cambiando tutto», rassicura Ignazio Marino, «sono estremamente orgoglioso del lavoro del procuratore Pignatone. Alcuni personaggi sono stati arrestati in passato, altri oggi, spetta alla magistratura definire quali sono le loro colpe se ne hanno, io certamente sono soddisfatto del grande cambiamento e della legalità contabile che abbiamo portato».
E dopo una riunione al Nazareno con lo stesso sindaco Marino e il Presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, il presidente del Partito Democratico Matteo Orfini in conferenza stampa difende gli attuali vertici di Comune e Regione, «Marino e Zingaretti sono stati baluardi della legalità, quello che sta emergendo è dovuto anche alle loro denunce». Altro che dimissioni dunque, «dobbiamo ringraziare Marino e devono farlo tutti i cittadini». Non ci sono le condizioni per lo scioglimento del Comune di Roma, di certo «il regolamento prevede l’immediata sospensione dei consiglieri arrestati e la loro sostituzione con i primi non eletti. Se non è già successo succederà nelle prossime ore».
E non si placa lo scontro tra Pd e Rosy Bindi, acuito dagli aggiornamenti di ‘Mafia capitale’. «Quanto sta emergendo interpella la politica sulle sue capacità di prevenire e colpire le pratiche corruttive che piegano le istituzioni agli interessi personali e mortificano l’etica pubblica», dice la Presidente della Commissione Antimafia Bindi, che a sua volta riceve la replica di Orfini sulla questione della lista di candidati impresentabili alle ultime elezioni regionali in Campania. «L’iniziativa della Presidente Bindi è andata contro lo spirito della Costituzione e fuori dal mandato che affida alla commissione il regolamento sulle candidature, che non autorizza la composizione di liste di proscrizione a sette ore dal silenzio elettorale. È lei che dovrebbe chiedere scusa, non certo pretenderle».
Nell’ambito delle indagini sul Presidente della Lombardia Roberto Maroni, su cui pesa l’imputazione di induzione indebita e turbata libertà nel procedimento di scelta del contraente per presunte pressioni per fare ottenere a due ex collaboratrici un lavoro e un viaggio spesato a Tokyo, spunta un refuso. La Procura di Milano ha infatti riportato un errore nel sms inviato da Massimo Ciriello, capo della segreteria di Maroni, a Christian Malangone, direttore generale di Expo. La richiesta che la collaboratrice Maria Grazia Paturzo viaggiasse nella stessa classe di volo e nello stesso albergo della delegazione non sarebbe infatti nel testo del messaggio, ma il passaggio di un atto redatto dagli investigatori che analizzavano il contenuto delle intercettazioni fra Ciriello e la Paturzo, secondo l’accusa spesata da Expo per prendere parte alla spedizione su consiglio di Maroni.
Riforme, l’aula del Senato ha approvato con 195 sì, 21 no e 3 astensioni la misura che prevede la soppressione del reato di vilipendio del Capo dello Stato previsto dall’articolo 278 del codice penale. L’attuale norma punisce con il carcere da 1 a 5 anni chiunque offende l’onore o il prestigio del Presidente della Repubblica. Il provvedimento passa ora alla Camera. La settimana prossima si discuterà il disegno di legge sull’omicidio stradale e la delega sulla riforma degli appalti, quindi l’11 giugno il Parlamento in seduta comune eleggerà due giudici della Corte Costituzionale. Tra il 23 e il 26 giugno è calendarizzato il voto sul rilancio del settore agricolo. Nel programma di lavori spazio anche per il Jobs Act, su cui il Governo vuole stringere i tempi, e per la disciplina sulle attività dei gruppi di interesse, su cui preme il presidente della Camera Laura Boldrini. «Dopo 30 anni siamo veramente a una fase decisiva per le riforme istituzionali», spiega Maria Elena Boschi, Ministro delle Riforme, «mi auguro che entro la fine dell’anno ci possa essere una conclusione dell’iter parlamentare e mettere un punto dopo 30 anni di dibattito accademico». Poi l’idea è di sottoporre tutto a referendum, «così i cittadini italiani potranno confermare, decidere se queste riforme dovranno entrare in vigore».
Quindi Italia che decollerà come un aeroplano, almeno secondo il parallelo fatto da Matteo Renzi all’aeroporto di Fiumicino, dove ha presenziato al lancio del nuovo marchio di Alitalia, rinvigorita dagli investimenti di Etihad, compagnia degli Emirati Arabi. «La mia promessa è: cercheremo di rendere il Paese vivo e dinamico, un laboratorio e non solo un museo delle cere», le parole del primo ministro. «Vorrei chiedervi di allacciare le cinture. Qui stiamo decollando davvero, piaccia o non piaccia. L’Italia ha bisogno di recuperare il tempo che ha perso. Il decollo di Alitalia è quello dell’Italia, se vola Alitalia vola l’Italia». Il paragone continua ripercorrendo le due storie, «Alitalia negli anni ’70 era probabilmente la compagnia numero uno al mondo. In passato ha dato anche il peggio di sé, come visione e strategia, per colpa in larga parte della politica. Oggi per la prima volta c’è un progetto non episodico e strumentale».
Maggioranza che intanto perde un altro pezzetto, ma si tratta di un abbandono numericamente quasi irrilevante. Dopo l’annuncio di Mario Mauro, senatore del Gruppo Misto, di non dare più l’appoggio al Governo, non si è creato il temuto effetto domino. A seguire Mauro c’è solo Tito Di Maggio, ma l’ex Ministro della Difesa guarda alle altre forze politiche: «il partito della nazione è il pericolo più grande, un partito nazionale unico di stampo fascista che uccide l’alternanza democratica. Per contrastarlo propongo alle opposizioni di coordinarci e mi rivolgo alla sinistra democratica e al MoVimento 5 Stelle, perché non è vero che dopo Renzi non c’è niente, c’è la possibilità di andare a votare passando per un altro governo di unità nazionale che farebbe una legge elettorale democratica». E al centrodestra «dobbiamo mettere in campo un cantiere di idee per capire da dove ripartire».
Centrodestra che potrebbe vedere la nascita di un ulteriore movimento, che raggrupperebbe i cattolici moderati. La proposta è firmata Gianfranco Rotondi, che per fine giugno conta di annunciare il progetto, «non una riedizione della vecchia Dc, potrebbe confluire nel grande rassemblement di moderati immaginato da Berlusconi con Forza Italia». Rotondi si è mobilitato soprattutto in rete, raccogliendo 945 parlamentari virtuali, con un’età media di 35 anni, che saranno convocati all’hotel Tirreno sull’Aurelia dove si terrà il congresso costituente, che sceglierà simbolo e nome. Parte insomma un’altra sfida a Renzi.

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