venerdì, Maggio 7

Torino, quella sicurezza urbana che ha da crescere

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Sono 1527 i feriti, di cui 3 gravi. Questo l’ultimo bilancio di ciò che è successo a Torino sabato scorso durante la partita di Champions league, in piazza San Carlo. Pare ci fossero circa 30 mila persone, tutte intente a seguire la finale, quando, improvvisamente, un rumore, o lo scoppio di un petardo, o, ancora, uno scherzo ha gettato nel panico quanti coloro si trovavano accalcati nella folla. E diverse sono state le polemiche in merito all’accaduto, dalla presenza e, quindi, dalla vendita, di bottiglie di vetro, che sarebbero stata la causa principale dei ferimenti, a quella dei venditori abusivi, passando per un giovane, ripreso dalla videosorveglianza, che, a torso nudo, avrebbe alzato le braccia, causando qualche ambiguità. Caduto ogni indizio, non si sa ancora cosa effettivamente sia successa quella notte. Una cosa è certa: a generare il caos, non è stato un attentato terroristico, né la minaccia di un attacco, bensì la paura.

Di fronte al pericolo sempre più diffuso, e crescente, del terrorismo che, dal 2015, con l’attacco alla sede del giornale satirico francese ‘Charlie Hebdo’ (ma già da prima), spaventa e minaccia il mondo occidentale, e non solo, si sta rendendo sempre più necessaria l’attuazione di disposizioni in materia di sicurezza delle città. Anche perché, è noto, il terrorismo ha cambiato la sua strategia e diventa sempre più impossibile prevenire le sue azioni.

A tal proposito, però, il disegno di legge promosso, dal ministro dell’interno, Marco Minniti, qualche mese fa, e approvato il 12 Aprile 2017, dal titolo ‘Disposizioni urgenti in materia di sicurezza urbana’, intende promuovere, e prevenire, per l’appunto, la sicurezza urbana, con accordi per la promozione della sicurezza integrata, prevenzione dei fenomeni di criminalità diffusa e organizzata, patti che riguardano i sistemi di videosorveglianza. Il decreto è diventato legge poco prima di Pasqua, per cui di iniziative concrete ce ne sono ancora ben poche, soprattutto perché “mancano alcuni decreti attuativi. È previsto, ad esempio, che alcuni privati, come i professionisti di consorzi, possano installare impianti di sorveglianza e collegarli all’impianto di sorveglianza pubblico. Siccome però mancano i decreti attuativi, quella misura, anche se molto interessante, non è stata adottata da nessuno”, ci spiega Sergio Bedessi, attuale presidente del CEDUS (Centro Documentazione Sicurezza Urbana e Polizia Locale) nonché ex comandante della polizia municipale di vari Comuni.

Bisogna aspettare ancora un po’ (non sono state stabilite delle tempistiche precise) prima che vengano attuate questa nuove politiche di sicurezza, anche se i Comuni qualcosa la possono già fare, tipo emanare ordinanze e regolamenti, come quelli sul degrado o per tutti quei fenomeni che minano la sicurezza urbana.

Un ruolo importante hanno i sindaci, i quali stanno cercando di fare il possibile per prevenire certe forme di atteggiamenti negativi, ma manca, secondo Renzo Ciofi, docente ed esperto di sicurezza delle aree urbane con un trascorso come Responsabile della polizia municipale di Montecatini Terme, “un apparato che sia in condizioni di sostenerli perché un sindaco, anche se è il responsabile della sicurezza urbana, a supporto della sicurezza pubblica, non ha le condizioni per attuare queste politiche immediatamente. Questa legge ha ulteriormente dato un supporto, di natura operativa, alla figura del sindaco ma, purtroppo, intorno ad esso, non ci sono ancora le figure professionali che possono supportarlo per le novità interessanti, e necessarie, che possono agire nell’ambito della prevenzione, soprattutto per quel che riguarda l’attività amministrativa di un ente locale a supporto dell’azione che lo Stato sta implementando a livello centrale”.

Ai fini dell’installazione di sistemi di videosorveglianza, da parte dei Comuni, è autorizzata, inoltre, la spesa di 7 milioni di euro per l’anno 2017 e di 15 milioni di euro per ciascuno degli anni 2018 e 2019. Per la prima volta, dunque, “lo Stato finanzia la videosorveglianza dei Comuni, che di solito si sono o finanziati da soli o lo hanno fatto con l’aiuto delle Regioni”, ci dice Bedessi. L’iniziativa è molto importante perché “si tratta di declinare le politiche della sicurezza in chiave moderna, democratica e inclusiva”, continua.

Le disposizioni, inoltre, non parlano esplicitamente di terrorismo e dei mezzi che si possono attuare per combattere la minaccia; secondo Ciofi, l’importante è, infatti,  il supporto, e la collaborazione, che avviene fra le istituzioni dello Stato; “è possibile dare un contributo, collaborare con le istituzioni, per raggiungere un alto livello di professionalità che ci consente di garantire sempre di più, e sempre meglio, quelle che sono le condizioni della sicurezza delle nostre città”, ci dice. Anche se non ne parlano esplicitamente, sostiene Bedessi, laddove si prevede un’interconnessione, a livello territoriale, tra le sale operative della polizia locale e quelle delle forze di polizia, “questa, di fatto, diventa una misura contro il terrorismo perché se la questura riesce a vedere le immagini che il comune ha, certamente è uno strumento di prevenzione importante. Se facciamo l’esempio con Torino, che non è stato terrorismo ma solo paura, da lì la questura, interconnessa con la sola operativa della polizia municipale, riesce a recuperare le immagini in tempo reale e quindi può vedere cosa stava accadendo. Quindi alcune misure influiscono anche su questo tipo di episodi”.

Tuttavia, a Torino sono stati commessi diversi errori e se chi ha organizzato, e gestito, l’evento avesse fatto più attenzione, probabilmente tutto questo non sarebbe successo. “Credo si sia preso con molta leggerezza l’evento. Chi lo ha organizzato doveva occuparsene. Alcune misure dovevano essere necessarie, come le vie ben segnalate, mezzi di soccorso e di emergenza presenti, divieto di vendere roba in involucri di vetro e di vendere bevande alcoliche. Torino ha un buon sistema di videosorveglianza, dovevano accorgersi di quante persone ci stavano e, da lì, presidiarla meglio. Non voglio accusare nessuno, ma è un problema di gestione”, ci spiega Bedessi.

Le norme e gli strumenti per gestire queste situazioni, comunque, non mancano. Anzi “di norme ce ne sono fin troppe”, secondo Bedessi, “basterebbe applicarle veramente”. Il presidente CEDUS ritiene che la miglior soluzione, in questi casi, sia quella di una sinergia migliore tra le polizie municipali e le polizie dello Stato, che già esiste, ma spesso è su base volontaria.

Al di là dell’aspetto prettamente operativo e legislativo, un altro aspetto da non trascurare è la mancanza di cultura della sicurezza. Ognuno di noi è una pedina che fa parte di un sistema più complesso, di un grande meccanismo, per cui tutti possiamo, e dobbiamo, partecipare alla sicurezza collettiva. “Non si può pensare di avere ognuno un poliziotto a fianco. Se a Torino stavano tutti ordinati e ci fosse stato qualcuno a guidare queste folle, io penso che non sarebbe successo tutto questo”, ci dice Bedessi. Il problema è anche culturale, dunque. Ciascuno di noi dovrebbe fare in modo di proteggere se stesso e la comunità, non entrare nel panico e affrontare le situazioni con lucida razionalità.

Il terrorismo sta notevolmente cambiando i parametri di difesa e sicurezza, non colpisce più i luoghi simbolo delle città, ma i luoghi della nostra quotidianità; non usa più strumenti ‘classici’ di morte, come le armi, bensì dei modi quasi ‘naturali’. Ma allora la domanda più giusta diventa: come fare per prevenire certe situazioni? “La prevenzione”, ci risponde Bedessi, “si fa relazionandosi continuamente il più possibile con gli organi di polizia e in Gran Bretagna, ad esempio, mi sembra che la cosa cominci a funzionare in questo modo. Quando si hanno dei sospetti la cosa più importante da fare è farlo presente alla polizia in modo tale da attivare la prevenzione. Credo sia questa la chiave, indipendentemente da qualsiasi decreto. Come loro (i terroristi) stanno diventando diffusivi, ugualmente noi dobbiamo esserlo nella prevenzione”.

“Deve cambiare”, secondo Ciofi, “il metodo di approccio a quelle che sono le caratteristiche della sicurezza urbana ed è fondamentale quell’azione di ‘pensare globale ma agire locale’” – come sosteneva il buon Zygmunt Bauman “in funzione della sicurezza di tutti noi cittadini. Occorre una nuova cultura perché la società cambia e, spesso, noi, come esseri umani, non siamo nella condizione di adeguarci alle nuove realtà e quello che sta accadendo nel mondo, con il terrorismo, ce lo insegna. Solo allora lo Stato, con l’aiuto di tutti i cittadini, può fare qualcosa di estremamente utile, fermo restando che non potremmo mai risolvere tutti i problemi del mondo, ma attenuarli sì, è possibile”, conclude.

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