mercoledì, Maggio 19

Too big to fail: il pericoloso gigantismo di Wall Street

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La liberalizzazione dei capitali, finita sul banco degli imputati in seguito alla catena di crisi da debito estero scoppiate a partire dagli anni ’80, fu promossa, incoraggiata ed imposta per diverse ragioni concrete. Occorreva, in primo luogo, favorire il ricircolo del denaro dell’Opec, che durante i primi anni ’80 aveva accumulato, grazie agli esorbitanti aumenti di prezzo indotti dagli shock petroliferi del 1973 e dl 1979, un gigantesco surplus quantificabile in circa 500 miliardi di dollari. I Paesi membri dell’organizzazione convogliarono l’80% circa di questo surplus verso i Paesi industrializzati, avendo questi rapidamente emulato l’esempio della Federal Reserve di Paul Volcker, che nel 1979 aveva imposto un brusco rialzo dei tassi di interesse allo scopo specifico di garantire ai capitali stranieri un elevato livello di remunerazione. Le banche commerciali installate nei Paesi industrializzati intenzionate a riutilizzare tali fondi attraverso il prestito estero cominciarono allora ad esercitare forti pressioni sulle autorità politiche affinché rimuovessero le restrizioni attraverso cui le singole nazioni proteggevano il mercato interno. Il che ha fatto sì che nell’arco di 30 anni (1980-2010) gli investimenti esteri della Francia crescessero dal 3,6 al 57% del Pil, quelli della Germania dal 4,7 al 45,7%, quelli dell’Italia dall’1,6 al 28%. Secondo alcune stime, se quella ricchezza fosse rimasta entro i rispettivi confini nazionali, la Francia avrebbe avuto modo di creare 5,9 milioni di posti di lavoro, la Germania 7,3 milioni e l’Italia 2,6 milioni . Posti di lavoro che sono stati semplicemente trasferiti dai Paesi industrializzati alle nazioni in via di sviluppo.

Il successo riscosso da questa campagna ha poi spinto le autorità dei Paesi industrializzati a promuovere analoghe deregolamentazioni interne, volte a favorire il rientro dei capitali investiti all’estero. Le banche europee approfittarono di questa ‘apertura’ del mercato per inondare i Paesi del Terzo Mondo di dollari, in modo da accollare ad essi i rischi connessi alla tenuta della divisa statunitense. Come scrive l’economista Bruno Amoroso: «i capitali europei, abbondanti di dollari e in un quadro di generale instabilità e di rischio finanziario, riprodussero verso i Paesi emergenti e i Paesi poveri la stessa manovra messa in atto dagli Stati Uniti nel dopoguerra. Iniziarono cioè un’aggressiva politica di crediti facili e d’investimenti in Africa, in America Latina e in Asia, per la colonizzazione economica di quei mercati (secondo il ben noto paradigma ‘armi contro materie prime’ o ‘armi contro debito’) da cui avrà poi inizio il circolo vizioso del debito dei Paesi emergenti. Questa politica produsse due risultati a favore dell’Europa: scaricò i rischi del valore aleatorio del dollaro su altri Paesi, tramutandolo in accesso ai valori reali offerti da quelle economie e insediandosi in quei mercati; e diluì nel tempo, mediante l’indebitamento di quei Paesi, il rientro dei capitali correlato da interessi che coprivano i rischi del dollaro e dell’inflazione per le economie europee».

La deregulation lanciata dall’Amministrazione Reagan con l’obiettivo dichiarato di agevolare il rientro dei capitali dei Paesi produttori di petrolio procedette a marce serrate per tutti gli anni ’80 e ’90, producendo conseguenze che in pochi sono stati in grado di prevedere. Un effetto particolarmente perverso è stato quello di consentire alle banche di elevare la propria leva finanziaria,  che in alcuni casi arrivò a superare il rapporto di 50:1 (33:1 Bear Stearns, 37:1, Lehman Brothers, 53:1, Deutsche Bank, 61:1 Barclays). Come risultato, le cinque maggiori banche d’affari statunitensi arrivarono a finanziare investimenti per un valore complessivo di 4.000 miliardi di dollari a fronte di un capitale proprio inferiore ai 200 miliardi, ponendosi in tal modo in una condizione particolarmente precaria in cui una piccola alterazione negativa del loro capitale di base, dovuta all’entità dei rischi, le avrebbe esposte alla prospettiva della bancarotta.

Un altro risultato altrettanto pericoloso fu quello favorire la messa a punto delle più complesse tecniche d’arbitraggio – che fanno leva sui differenziali nei tassi di cambio o nei tassi di interesse da Paese a Paese per scremare i più alti profitti possibili – e la diffusione a macchia d’olio di prodotti finanziari estremamente sofisticati meglio conosciuti come ‘strumenti derivati’ – che si basano sulla valutazione e la conseguente compravendita dei rischi connessi a determinati beni.  Nel corso degli anni si è rapidamente arrivati a ad emettere i derivati ‘over the counter’, vale a dire derivati non iscrivibili nei bilanci, negoziabili al di fuori dei mercati regolamentati e sottratti a qualsiasi forma di controllo da parte delle autorità di vigilanza. Il che rende irrintracciabili i contratti relativi alla compravendita dei derivati ‘over the counter’ e pressoché impossibile il compito di valutare l’effettivo stato finanziario delle compagnie che li detengono – alla fine del 2008, si stimava che il valore totale di questi derivati ammontasse a oltre 800 trilioni di dollari, mentre il volume di quelli ‘rintracciabili’ fosse prossimo ai 400 trilioni, a fronte di un Pil mondiale pari a 57 trilioni di dollari.

Così, quando Brooksley Born, Presidente della Commodity Futures Trading Commission, sottopose all’attenzione della Casa Bianca uno studio sui derivati in cui si evidenziava la pericolosità di questi prodotti finanziari facenti parte di un mercato deregolamentato da 50.000 miliardi di dollari  e si indicava la necessità di introdurre misure che li regolamentassero, il Segretario al Tesoro Larry Summers oppose il proprio veto e il presidente della Federal Reserve Alan Greenspan ribadì l’importanza di confidare nella capacità auto-equilibratrice del mercato. Bill Clinton dichiarò la propria piena sintonia con Summers e Greenspan, seguito a ruota dal Congresso, che affossò definitivamente la bozza proposta dalla Born pochi anni prima di approvare (1999) il Financial Modernization Act (o Gramm-Leach-Bliley Act). Questa legge eliminò le residue normative atte a disciplinare l’attività degli istituti bancari di Wall Street soppiantando il Glass-Steagall Act, una fondamentale norma del New Deal rooseveltiano risalente al 1933, che sanciva la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento allo scopo di proteggere l’economia reale dagli azzardi finanziari. Con la ratifica del Senato Usa e l’approvazione del presidente Bill Clinton, il Financial Modernization Act entrò definitivamente in vigore, consentendo a investitori istituzionali, fondi pensione, compagnie assicurative, banche commerciali e banche d’investimento di integrare liberamente i propri compiti e le proprie funzioni, seguendo l’esempio delle grandi aziende manifatturiere. Lo sviluppo ipertrofico del settore finanziario avvenne quindi entro una cornice generale caratterizzata dal più totale vuoto normativo, in cui la deregolamentazione dei singoli mercati nazionali non venne sostituita con nuovi regolamenti internazionali atti a disciplinare i movimenti di capitale.

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