domenica, Settembre 19

Tokyo, sì all’export militare

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Il Governo nipponico, guidato da Shinzo Abe, ha avviato la revisione del bando auto-imposto sull’esportazione di armi e materiali bellici, in linea con la nuova politica di sicurezza inaugurata dall’Esecutivo di Abe Shinzo, Primo Ministro giapponese. La manovra va a toccare quello che può essere definito il cuore dell’identità pacifista a cui il Paese era rimasto saldamente ancorato sin dalla fine della seconda guerra mondiale. Ma, secondo gli esperti, una maggiore autonomia e proattività del Giappone nell’ambito della politica di sicurezza non porterà necessariamente a un ‘revival’ militarista. Ne abbiamo parlato con Matteo Dian, professore a contratto di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso Alma Mater Studiorum – Università di Bologna, e Assegnista di Ricerca (Politica Economica Internazionale in Asia Orientale) presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia.

 

Agli inizi di Aprile il Governo giapponese ha annunciato le nuove direttive sull’export di armi e tecnologia militare. Può illustrarci brevemente di cosa si tratta e quali differenze vi sono rispetto alle precedenti linee guida, i cosiddetti ‘Tre Principi’, adottati dal Giappone verso la fine degli anni ’60?
I Tre Principi sull’Esportazione di Armi approvati nel 1967 prevedevano che il Giappone non esportasse armi a Paesi comunisti, sotto embargo ONU, o con possibilità di essere coinvolti in conflitti. Il divieto è stato ampliato a tutti gli stati dal 1976. I Tre Principi sono stati uno dei cardini della politica estera e di difesa del Giappone nel dopoguerra. Dopo la guerra, il Giappone ha ricostruito la propria politica di sicurezza su due pilastri fondamentali: il pacifismo e l’alleanza con gli Stati Uniti. Il pacifismo era sancito dalla clausola pacifista (l’articolo 9 della Costituzione) e da sette principi ‘auto-limitanti’ (no truppe all’estero, no proiezione di potenza, no armi offensive, no uso dello spazio per fini militari, no armi nucleari, non più di 1% del PIL per la difesa, no esportazione di armi). Il divieto di esportare armi era uno dei principi più importanti. Aveva, come tutti i sette principi, una duplice funzione: ideale e strategica. Il Giappone ‘Paese amante della pace’ non poteva di certo alimentare conflitti all’estero vendendo armi. Inoltre, vendere armi avrebbe ri-animato il complesso militare industriale che aveva avuto grandi responsabilità nel periodo bellico. Nella guerra fredda i Tre Principi avevano una funzione ‘anti-intrappolamento’. Gli Stati Uniti premevano per un maggiore coinvolgimento del Giappone nel contenimento del comunismo. I Tre Principi così come gli altri limiti ‘pacifisti’ permettevano al Giappone di respingere le richieste americane, evitando il rischio di coinvolgimento attivo in conflitti quali quello del Vietnam. Non a caso molti di questi limiti sono stati approvati tra la fine degli anni 60 e 70. Dopo la guerra fredda il Giappone ha iniziato il suo processo di transizione da ‘Nazione amante della pace’ a ‘Nazione pacifica’. Ciò non significa che ha intrapreso una politica di riarmo o aggressiva. Ciò significa che i sette limiti che caratterizzavano il pacifismo giapponese sono stati lentamente superati. Il Governo Abe ha proseguito un processo già iniziato, ovvero quello del graduale rilassamento dei Tre Principi. Ora il Giappone può esportare armi se ciò «rafforza la pace e la sicurezza del Paese e della regione». Il rilassamento dei Tre Principi implica che il Giappone può fare due cose distinte: esportare alcuni tipi di armamento verso altri Paesi e ‘co-produrre’ armamenti insieme con altri Stati. Un esempio è la partecipazione giapponese al consorzio che produce gli F-35.

L’Amministrazione Abe, in risposta alle crescenti tensioni regionali e all’intensificarsi dell’assertività di Pechino, risulta fortemente orientata verso politiche di sicurezza maggiormente ‘proattive’. Ritiene che la manovra possa costituire un passo avanti concreto verso una ‘normalizzazione’ della politica estera e di sicurezza giapponese?
È necessario chiarire cosa vuol dire normalizzazione. Ci si riferisce ad un dibattito iniziato negli anni 90. Il termine è stato coniato da Ozawa Ichiro (all’epoca esponente di punta del LDP (Partito Liberal Democratico), poi ‘king-maker’ del DPJ (Partito Democratico Giapponese). Secondo Ozawa il Giappone doveva abbandonare al sua identità di ‘Paese amante della pace’ (heiwa kokka) e diventare ‘futsu no kuni‘, Nazione normale. Ovvero, in grado di provvedere alla propria sicurezza, partecipare a missioni di peace-keeping, promunovere i propri interessi in modo attivo, cooperare nel settore di difesa e sicurezza con paesi diversi dagli Stati Uniti. Questo implica superare gran parte dei ‘sette limiti’ . Il Paese si è mosso in questa direzione in modo costante dagli anni 90 e non solo dopo il ritorno al governo di Abe. I maggiori passi in avanti sono stati compiuti con l’approfondimento dell’alleanza nel 1997, poi durante il Governo Koizumi e anche durante l’Amministrazione del Partito Democratico del Giappone. La grande differenza con Abe è la retorica revisionista legata alla memoria e all’identità concrete più che la volontà di ‘normalizzare’ la politica estera e di difesa del Paese, che è condivisa anche dal DPJ.

Verso quale genere di ‘mercato’ potrebbe indirizzarsi il Giappone, ovvero, quali potrebbero essere i Paesi interessati all’export militare nipponico?
L’export bellico giapponese va in direzioni diverse. Da un lato c’è la co-produzione di elementi dello scudo anti-missile. Il Giappone sta cooperando con gli USA dal 2003 quando il governo ha approvato una legge apposita in materia, in deroga ai Tre Principi. Poi ci sono le nuove partnership con Paesi dotati di alto livello di sofisticazione tecnologica nel settore militare come Regno Unito e Francia. Queste cooperazioni sono funzionali allo sviluppo di sistemi sofisticati e all’integrazione delle conoscenze dei paesi europei con il Giappone. Un terzo tipo di destinazione dell’export è quello verso Paesi asiatici. In questo caso le motivazioni sono soprattutto politiche. Le esportazioni giapponesi sono dirette a Paesi come l’India o le Filippine che hanno avuto problemi di sicurezza e dispute territoriali con la Cina. Quindi esportare armamenti verso questi stati è un segnale della solidarietà politica di Tokyo.

Quali tipologie di equipaggiamenti e armamenti sarà in grado di esportare il Giappone e quale ritiene potrà essere il reale impatto di un’apertura all’export militare ‘made in Japan’ sull’industria bellica nipponica?
Anche qui bisogna distinguere tra sviluppo congiunto ed export. Deve essere specificato che ad oggi il Giappone non ha mai esportato ‘armi offensive’ ma solo componenti o sistemi ‘non offensivi’ come gli aerei da ricognizione e recupero US-2 e che quantitativamente l’esportazione rimane ridotta. Altra cosa è lo sviluppo congiunto. Cooperare con Stati Uniti, Francia e Regno Unito su piattaforme come i missili SAM-3 (parte del sistema anti-missile) o gli F-35 significa cercare di progredire ulteriormente sotto il punto di vista tecnologico. Ciò è ritenuto vitale per fronteggiare l’ascesa cinese. Per quanto riguarda l’industria bellica giapponese è possibile prevedere una rafforzamento tecnologico ma non necessariamente un’espansione del settore bellico. In realtà è difficile parlare di un’industria bellica a sé stante. I produttori di armamenti in realtà (come Mitsubishi Heavy Industry) sono sempre parte di gradi trust industriali che operano in moltissimi altri settori e solo in piccola percentuale nel settore difesa.

Quali effetti avrà la revisione del bando sulle relazioni tra il Giappone e l’alleato statunitense?
Anche in questo caso si tratta di un trend in atto già da tempo che ha segnato il processo di rafforzamento dell’alleanza. La cooperazione in materia di difesa tra USA e Giappone è cresciuta molto negli anni Novanta e nei primi anni 2000. La vera novità è l’apertura ad altri Stati. I passi fondamentali sono stati la revisione delle guidelines dell’alleanza nel 1997, che ha rappresentato una sorta di emendamento al trattato del 1960, e le ‘iniziative di trasformazione’ del 2005. Entrambi questi passi hanno assegnato un ruolo più rilevante alle forze di autodifesa giapponese nell’alleanza. Passi importanti sono stati compiuti anche durante il Governo DPJ, che ha cambiato l’obiettivo fondamentale delle forze di autodifesa, passando dalla semplice difesa del territorio nazionale  (senshu boei) a deterrenza dinamica (ovvero la capacità di esercitare deterrenza nei confronti di potenze ostili in grado di minacciare il territorio e le acque territoriali giapponesi). Gli Stati Uniti hanno sempre fatto notevoli pressioni su Tokyo, chiedendo la rimozione dei vincoli pacifisti, considerati un limite per la coesione dell’alleanza. Quindi la revisione dei Tre Principi è sicuramente gradita a Washington, così come la disponibilità di Abe a discutere un ulteriore revisione delle Guidelines dell’alleanza. Deve essere sottolineato tuttavia che le iniziative legate alla normalizzazione della politica di sicurezza e difesa del Giappone non rendono necessariamente Tokyo più indipendente da Washington. La normalizzazione rende l’alleanza più coesa e profonda. Il Governo giapponese non può più negare la propria collaborazione anteponendo le proprie clausole pacifiste interne. Ciò aumenta, non diminuisce, l’influenza degli Stati Uniti.

Cina e Corea del Sud sembrano guardare con preoccupazione alle mosse di Tokyo e a un eventuale ‘revival’ militarista giapponese. Quali prospettive si delineano nei rapporti tra il Giappone e i due vicini asiatici?
Come detto prima la normalizzazione non significa assolutamente politica estera e di difesa revisionista o aggressiva. Significa piuttosto abolizione di limiti che impedivano al Giappone di attuare policy che gli altri stati considerano assolutamente legittime e ordinarie, quali peace keeping o difesa delle acque territoriali o, potenzialmente, difendere uno Stato alleato se questo è minacciato. Il problema con la Cina e con la Corea (altro stato alleato degli USA) è legato più alla questione della memoria e al passato rispetto alle politiche di difesa presenti. In questo caso Abe, con la sua retorica revisionista e nazionalista e il suo impegno a superare ‘il regime post-bellico’, sta facendo la differenza in negativo. Se Abe continuerà con prese di posizione revisioniste, come la visita al santuario Yasukuni del dicembre scorso, allora i governi coreani e cinesi potranno a loro volta usare la questione della memoria per avere consenso interno. Ciò porterà le relazioni tra i maggiori stati asiatici a deteriorarsi ulteriormente.

 

 

 

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