sabato, Maggio 8

Tokyo-New Delhi: vecchie intese, nuovi accordi field_506ffb1d3dbe2

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abe modi

La visita in Giappone del Primo Ministro Narendra Modi, al suo primo meeting bilaterale al di fuori del subcontinente indiano, si è conclusa felicemente confermando – nel corso dei colloqui con l’omologo Primo Ministro giapponese Abe Shinzo – l’ottima salute di cui gode la partnership tra l’India e il Giappone; facendo emergere inoltre nuovi interessanti sviluppi sul versante della cooperazione strategica, come testimoniato dalla sottoscrizione della Tokyo Declaration for India-Japan Special Strategic and Global Partnership. Quella tra l’India e il Giappone si configura dunque come una «partnership strategica e globale di primo livello in tutti i campi possibili», come affermato entusiasticamente dallo stesso Abe, che coinvolge il piano degli investimenti, l’interscambio commerciale e gli accordi sulla difesa; senza trascurare il ruolo preponderante della Cina e la questione della stabilità regionale. Ne abbiamo parlato con Francesco Brunello Zanitti, Direttore scientifico e Direttore del programma di ricerca ‘Asia meridionale’ dell’IsAG (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie).

 

Nel corso dei colloqui, il Primo Ministro Modi ha fatto riferimento al riattualizzarsi di una «mentalità espansionistica risalente al 18° secolo», con riferimento più o meno esplicito all’attuale situazione nel Mar Cinese Orientale e nel Mar Cinese Meridionale. Quanto pesa il ‘fattore Cina’ sul rafforzamento della partnership tra il Giappone e l’India?

Malgrado le tematiche energetiche e commerciali rivestano un ruolo preponderante nelle relazioni indo-giapponesi, l’ascesa cinese in Asia rappresenta certamente un elemento che può concorrere ad avvicinare India e Giappone. Dopo diversi secoli l’Asia sta tornado ad essere un centro decisionale politico-economico a livello mondiale, in particolare a causa dell’azione simultanea di tre potenze asiatiche come Giappone, Cina e India. Questa situazione rappresenta un quadro perfetto per un aumento di competizione, rivalità e conflittualità, soprattutto per quanto concerne Tokyo e Pechino. La rivalità sino-giapponese nel Mar Cinese Orientale rappresenta un elemento di potenziale instabilità per il continente asiatico e allo stesso tempo rimane irrisolta la questione del lungo confine condiviso tra India e Cina: Nuova Delhi da decenni giudica negativamente il sostegno cinese nei confronti del Pakistan, mentre allo stesso tempo Pechino è preoccupata delle possibili ingerenze indiane nella questione tibetana. India e Giappone possono dunque apparire come due Stati aventi una comune percezione della ‘minaccia’ cinese.  

Ciò detto non credo si debba enfatizzare troppo il ‘fattore Cina’, soprattutto per quanto riguarda il versante indiano, visto che Nuova Delhi mantiene una forte relazione economica con Pechino e la comune appartenenza al forum BRICS. Cina e India condividono molti aspetti positivi nella loro relazione.

La politica estera indiana durante i primi mesi del governo Modi sembra indirizzata a favorire un dialogo costruttivo con i vicini piuttosto che una politica aggressiva, in particolare con gli Stati dell’Asia meridionale, ma anche con la Cina, in modo tale da favorire la stabilità regionale a supporto dello sviluppo e dell’ascesa economica del paese. Gli ultimi mesi hanno dimostrato chiaramente che l’approccio dei Paesi dell’Asia orientale va invece in tutt’altra direzione; pensiamo alle tensioni tra Cina e Giappone o tra quest’ultimo e la Corea del Sud, altro Paese che riveste un ruolo strategico fondamentale per la Look East Policy indiana, oppure tra la stessa Cina e il Vietnam. Modi nei giorni scorsi ha anche affermato che Cina, India e Giappone dovrebbero cooperare maggiormente al fine di rendere concretamente possibile il cosidetto ‘Secolo Asiatico’, confermando la tradizionale visione indiana in politica estera indirizzata a sostenere positive relazioni con i principali attori globali. Credo dunque che ‘il fattore Cina’ sia certamente un aspetto importante del dialogo indo-giapponese per una comune strategia volta alla stabilità dell’Asia, ma che attualmente venga letto in maniera difforme dai due Paesi asiatici.     

 

Su quali elementi dovrebbe basarsi la partnership tra i due Paesi sul piano della cooperazione strategico-militare?

L’elemento principale sul quale si dovrebbe basare il rapporto indo-giapponese, dal punto di vista strategico-militare, riguarda la sicurezza e la cooperazione marittima. Questi aspetti si collegano, come ricordato, al contesto generale asiatico a garanzia dello sviluppo e della crescita di entrambi i Paesi, ma anche alla stabilità delle Linee di Comunicazione Marittima. La necessità giapponese di una politica a favore della libertà di navigazione nei mari e le controversie marittime tra Cina e Giappone hanno portato Tokyo a considerare come fondamentale una sorta di convergenza strategica con l’India, vista la sua particolare posizione centrale tra gli Stretti di Malacca e Hormuz. Assieme alla sicurezza è stato posto un certo risalto alla cooperazione navale tra i due Paesi, vista la comune dipendenza dalle importazioni di fonti energetiche provenienti dai Paesi del Golfo via mare. Per quanto riguarda una possibile cooperazione militare, si possono citare alcune esercitazioni, l’Exercise Malabar 2014, eseguita assieme alla marina statunitense; una tale forma di cooperazione potrebbe trovare nuova linfa in futuro. Inoltre, la volontà giapponese di fornire all’India quindici aerei anfibi ShinMaywa US-2 rappresenta un ulteriore elemento caratterizzante l’alleanza tra i due Paesi asiatici. Si tratterebbe per il Giappone del primo caso di esportazione di attrezzature di difesa a un Paese estero dal 1967. Se l’India dovesse effettivamente acquistare questa tipologia di aerei giapponesi la relazione aumenterebbe certamente di valore, portando i due Paesi alla possibile produzione congiunta di attrezzature per la difesa. L’India guarda anche alle possibilità legate all’importazione di tecnologia militare giapponese. Gli Stati Uniti vedrebbero con favore tale scenario, ma bisognerà comprendere se in particolare l’India spingerà con decisione su questo versante o se manterrà un atteggiamento cauto, dati i contenziosi del Giappone non solo con Cina e Corea del Sud, ma anche con la Russia, altro importante alleato militare di Nuova Delhi.

 

Il raggiungimento di un accordo commerciale riguardo alle ‘rare earths’ sembrerebbe un altro punto che coinvolge indirettamente la Cina e la solidità del suo soft power economico.

L’accordo commerciale tra i due Paesi non è ancora stato definito per alcuni problemi legati al prezzo della materia prima, ma sembra ormai vicino alla conclusione. Il Memorandum d’Intesa del 2012 prevedeva l’esportazione di 4.100 tonnellate di rare earths verso il Giappone, ma il commercio di questo materiale non è ancora attivo. Le potenzialità legate a un accordo su questo versante sono molte e in base ai nuovi negoziati l’India Rare Earths Ltd (IREL) dovrebbe iniziare a esportare 2.500 tonnellate della materia prima verso l’impianto Toyota Tsusho installato a Vishakhapatnam (Andhra Pradesh). L’accordo è sicuramente connesso a uno sforzo volto a contenere il monopolio cinese nel settore e, malgrado le differenze concernenti il prezzo, Nuova Delhi sta cercando di indurre le autorità giapponesi a trasferire tecnologie e a stabilire nuove strutture per la lavorazione dei minerali in territorio indiano. Dal punto di vista giapponese, è di vitale importanza trovare un’alternativa alla Cina per l’importazione di rare earths, viste la difficile situazione dei rapporti bilaterali e le tensioni nel Mar Cinese Orientale legate proprio alla ricerca di questo materiale. L’India potrebbe dunque essere anche in questo settore un alleato ideale.

 

L’accordo sul nucleare civile – ancora in stallo – e la questione della non proliferazione rappresentano invece un punto debole nello sviluppo della partnership Giappone-India. Ritiene che vi saranno effettivamente dei ‘progressi significativi’ nei negoziati e la possibilità di pervenire a una linea comune in breve tempo, così come entrambi gli interlocutori si auspicano?

Il principale ostacolo nella relazione tra Giappone e India è rappresentato senza dubbio dal programma nucleare indiano. Dal punto di vista giapponese, il problema principale è dato dal fatto che l’India è uno Stato in possesso di armi nucleari, ma che si rifiuta di firmare il Trattato di Non Proliferazione Nucleare e il Trattato di bando complessivo dei test nucleari. Un eventuale accordo potrebbe compromettere il canone identitario giapponese focalizzato sull’essere uno Stato capofila della non-proliferazione e del disarmo nucleare. È dunque difficile pensare a un Accordo sulla Cooperazione per l’uso pacifico dell’energia nucleare nel breve periodo. Tokyo intende portare a termine un accordo distinto che sottolinei il futuro impegno dell’India a favore di una moratoria dei test nucleari e della non proliferazione, una prospettiva attualmente non negoziabile per Nuova Delhi. Tuttavia è possibile che in futuro possa esserci un accordo. L’India ha assoluto bisogno di energia per favorire la crescita interna e il precedente governo aveva già pianificato la costruzione di 18 reattori entro il 2022. Questa situazione comporta un potenziale interesse per gli investitori stranieri, anche giapponesi. Nel caso in cui nei prossimi mesi si concretizzasse un accordo sul nucleare civile, multinazionali come la GE-Hitachi o la Westinghouse Electric Co controllata dalla Toshiba potrebbero investire nel settore energetico indiano. Molti dei reattori di produzione francese o statunitense (Francia e Stati Uniti hanno già accordi sul nucleare con l’India) dispongono di componenti di produzione giapponese (attrezzature, sistemi di strumentazione e controllo); in questo contesto molte aziende giapponesi spingono dunque per un accordo tra India e Giappone sul nucleare civile.

 

Si prospetta un ulteriore rafforzamento della cooperazione nell’ambito degli investimenti sulle infrastrutture. Qual è l’impatto di tali investimenti sulle rispettive economie locali?

La relazione economica tra i due Paesi, malgrado le potenzialità, come nel caso del nucleare, non è ancora molto significativa. Basti pensare che il commercio bilaterale nel 2013-14 si è attestato intorno ai 16 miliardi di dollari, contando solamente il 2% del commercio totale dell’India e l’1% di quello giapponese, troppo poco per la seconda e terza economia asiatica (per fare un confronto il commercio bilaterale Cina-Giappone si è attestato nel 2013 su un valore pari a 311 miliardi di dollari). Il basso profilo della relazione commerciale è nondimeno sorprendente considerato, dal punto di vista indiano, quanto il Giappone avrebbe da offrire in termini di investimenti e tecnologie, e quanto l’India necessiterebbe in termini infrastrutturali. Allo stesso tempo Nuova Delhi potrebbe esportare materie prime alle quali il Giappone è interessato, come ricordato per quanto concerne le rare earths.

L’India rappresenta già una delle principali destinazioni del programma di Assistenza Ufficiale allo Sviluppo giapponese (circa 38 miliardi di dollari fino al 2013), ma gli investimenti diretti giapponesi in India sono molto indietro rispetto a quelli cinesi. Dall’aprile 2000 al febbraio 2014 le compagnie giapponesi hanno investito circa 16 miliardi di dollari, contando solamente per circa il 7% del totale degli investimenti diretti esteri in India. Il nuovo corso delle relazioni indo-giapponesi degli ultimi anni potrebbe modificare questa situazione favorendo le aziende giapponesi, trovando un’alternativa agli investimenti in Cina, e lo sviluppo interno dell’India. Il governo di Tokyo ha già dichiarato che intende investire 3,5 trilioni di yen (circa 33,5 miliardi di dollari) in India nei prossimi cinque anni. I settori coinvolti saranno infrastrutture, manifatturiero, trasporti, energia pulita, tecnologia e lo sviluppo delle cosiddette smart cities. Un fattore in controtendenza rispetto al debole rapporto commerciale degli ultimi decenni riguarda la capillare presenza nel territorio indiano di un’azienda giapponese del settore automobilistico. La Suzuki Motor Corporation iniziò infatti i propri investimenti in India negli anni ’80; malgrado il successivo arrivo di automobili statunitensi, europee e coreane la Maruti Suzuki detiene ancora il 42% del mercato indiano nel 2013-14. Un altro importante e recente esempio d’investimenti giapponesi riguarda il settore delle infrastrutture, in particolar modo la realizzazione del corridoio industriale Delhi-Mumbai e la metropolitana della stessa capitale indiana. Questi esempi di successo potrebbero fare da modello per altre aree dell’India.

 

Ritiene sia plausibile la prospettiva di un ‘triangolo’ strategico India-Giappone-USA, non solo nell’ottica di una strategia di containment nei confronti di Pechino, ma anche rispetto agli sviluppi – in senso negativo – nei rapporti tra il Governo nipponico e il vicino ‘alleato-rivale’ sudcoreano?

Per quanto riguarda l’ipotesi di un alleanza strategica in funzione anti-cinese direi di sì, fermo restando la citata ‘cautela’ dell’India. Giappone e Stati Uniti, includerei anche l’Australia, spingono naturalmente Nuova Delhi verso questa direzione, ma il rapporto sino-indiano può essere letto da diverse prospettive, dunque permagono alcuni dubbi a riguardo.

Visti i positivi rapporti tra India e Corea del Sud direi di escludere al momento un ipotetico triangolo strategico India-Giappone-Stati Uniti connesso alle rivalità tra Tokyo e Seoul. Certamente però, come brevemente accennato in precedenza, un avvicinamento troppo stretto tra Tokyo e Nuova Delhi potrebbe provocare una serie di preoccupazioni nella visione coreana della propria relazione con l’India; una percezione che potrebbe essere avvertita anche in altre capitali di Stati tradizionalmente in buoni rapporti con Nuova Delhi che hanno contenziosi aperti con il Giappone.  

 

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