martedì, 31 Gennaio
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Togo, le grane di Faure Gnassingbé per il 2018

Sono passati ormai ben sei mesi da quando sono iniziate le proteste contro l’attuale presidente del Togo Faure Gnassingbé. Dal mese di agosto, sono stato organizzate quasi settimanalmente diverse marce antigovernative per chiedere il ritiro dal prossimo appuntamento elettorale del presidente che è alla guida del Paese dal 2005, dopo il governo del padre durato ben 38 anni.

L’ultima manifestazione, in ordine di tempo, si è tenuta nella capitale di Lomé sabato 30 dicembre e ha visto la partecipazione di decine di migliaia di persone che hanno dichiarato, in diverse interviste, il loro ottimismo sull’esito della protesta che continuerà ad oltranza.

Le manifestazioni togolesi sono tutte pacifiche, anche se sono stati inevitabili gli scontri tra i manifestanti e la polizia. ‘Agence France Press‘ riferisce la morte di 16 persone dall’inizio delle proteste, compresi due soldati linciati dalla folla.

Un paio di giorni dopo, precisamente mercoledì 3 gennaio, Gnassingbé è intervenuto con il tanto atteso discorso di fine anno. Mentre il presidente ha parlato della necessità di un dialogo, reiterando la sua controversa decisione di volere rivedere la costituzione, dopo il suo primo discorso pubblico dall’inizio della crisi politica, l’opinione dell’opposizione è stata unanime: il presidente non ha ben chiara la situazione del Paese riguardo alle proteste e per quanto riguarda la riforma costituzionale, il termine di due mandati da lui proposto non è accettabile perché non retroattivo e quindi lascerebbe spazio a una sua ricandidatura.

La situazione del Togo ha allarmato i capi di stato dell’Africa orientale che avevano organizzato a novembre dell’anno scorso un incontro tra gli attori in causa con la mediazione del presidente del Ghana Nana Akufo-Addo e della Guinea Alpha Condé. Ma niente di fatto. L’opposizione aveva infatti chiesto preventivamente misure distensive – quali il rilascio dei manifestanti detenuti e il ritiro delle forze di sicurezza nel nord del Paese – che non sono state accolte dal Governo.

Le tensioni a inizio 2018 sono ancora alte e sicuramente non di buon auspicio per i tre appuntamenti elettorali previsti nei prossimi mesi: le elezioni locali, quelle legislative e il referendum che dovrebbe fare passare la riforma costituzionale sulla questione dei mandati presidenziali. Con l’assenza dell’opposizione all’Assemblea Nazionale, è venuta infatti a mancare la maggioranza perché la revisione costituzionale passi all’istante e quindi la decisione è demandata al popolo.

A questo si aggiunge lo scandalo delle rendite derivate dallo sfruttamento del petrolio che avrebbe portato nelle casse dello Stato ben due miliardi di dollari dal 2013. Di questi non si ha traccia.

Questo dato è emerso dal rapporto 2016 della Banca di Francia sulla situazione economica della zona franco – aree geografiche dove vengono utilizzate delle monete legate in passato al Franco francese ed ora all’Euro con un sistema di cambio fisso garantito dal Ministero del tesoro francese – e pubblicato dalla Banca centrale dell’Africa dell’Ovest (BECEAO).

A settembre 2017, il coordinatore nazionale per la trasparenza delle industrie estrattive (ITIE), Edoh Kokou Agbémadon, aveva tuttavia negato l’esistenza di uno sfruttamento del petrolio. L’attivista Farida Nabourema ha invece riferito ieri in un tweet che da anni girano voci su probabili attività estrattive nel Golfo di Guinea, ma non vi erano prove certe, anche se poi nel 2014 Gnassingbé aveva fatto notevoli investimenti in attrezzature militari marittimi per proteggere le coste, al suo dire, da attività di pirateria.

Alcuni giorni fa infine, in un’intervista apparsa sul giornale online ‘Togo Tribune‘, un marinaio ha dichiarato di avere lavorato su una piattaforma e aveva anche indicato il coinvolgimento di ENI per la fornitura delle attrezzature necessarie all’estrazione del petrolio.

A questo punto, viene difficile negare l’esistenza di rendite derivate dal petrolio e il Presidente Gnassingbé dovrà in qualche modo intervenire sulla questione prima dei prossimi appuntamenti elettorali, soprattutto spiegare che fine hanno fatti i soldi.

A quanto pare, la situazione si fa sempre più critica anche se le manifestazioni antigovernative continuano, per fortuna, a rimanere sostanzialmente pacifiche.

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