sabato, Maggio 8

Togo, la lotta contro Gnassingbé In un’intervista, l’attivista Farida Bemba Nabourema ci ha illustrato la posizione del movimento di opposizione contro il governo

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Non si danno pace i togolesi che continuano a protestare contro il regime dinastico della famiglia Gnassingbé, chiedendo l’introduzione di precise riforme costituzionali, in particolare del limite dei mandati presidenziali che permetterebbe di porre fine al governo dell’attuale presidente Faure Gnassingbé iniziato nel 2005 dopo quello del padre durato ben 38 anni.

A nulla sono valsi i vari interventi del governo per impedire le proteste che si stanno ormai protraendo dal mese di agosto e che hanno coinvolto, per la prima volta, anche il nord del paese, finora feudo del potere.

Si tratta di proteste pacifiche ma, come succede spesso in questi casi, la repressione non lo è altrettanto. Difficile per ora stabilire il bilancio delle vittime. Secondo l’opposizione, sarebbero almeno 16 i morti e 200 i feriti durante le manifestazioni avvenute nella capitale di Lomé e a Sokodé, la seconda città più importante del Togo. Numerosi anche gli arresti. Il governo nega questi numeri ma standone al rapporto annuale di Amnesty International, l’uso eccessivo della forza contro i manifestanti, gli arresti e le detenzioni arbitrari, gli episodi di tortura e altri maltrattamenti e il clima d’impunità per le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno in Togo.

In un’intervista, l’attivista Farida Bemba Nabourema ci ha illustrato la posizione del movimento di opposizione contro il governo Gnassingbé.

Nata a Lomé nel 1990, emigrata a 18 anni negli Stati Uniti per concludere gli studi di relazioni internazionali presso l’American University di Washington, Farida è anche autrice del libro francese la pressione dell’oppressione in cui parla delle cause, manifestazioni e conseguenza dell’oppressione, invitando alla ribellione e quindi segnando l’inizio ufficiale del suo impegno contro il regime togolese.

Farida precisa subito di essere diventata attivista “ancora adolescente“, quando, nel 2003, il padre e alcuni suoi compagni furono arrestati. Inizia in quel momento a prendere contatti con attivisti per combattere, tiene a sottolineare, “la dittatura in tutto il continente africano“, anche se il suo obiettivo principale è il Togo perché “la prima carità comincia da se stessi, come dice un vecchio proverbio“.

Cosa significa per lei essere un’attivista?

Essere un’attivista è una grande sfida soprattutto se si è giovane e donna, ma ho sempre visto la cosa come opportunità e non come ostacolo. Ho avuto la fortuna di interagire con persone come me, e fortunatamente siamo molti, per cui è il popolo a dovere operare i giusti cambiamenti nelle nostre comunità.

Per quanto continuerete le proteste?

Non si tratta per me di proteste ma di lotta. La protesta è quello che si vede ora ma le proteste hanno bisogno di tempo per essere rafforzate. Il problema è se lo saranno abbastanza per portare a termine la lotta. Ed è per quello che noi attivisti combattiamo: consolidare il movimento dando forza al popolo e facendogli capire che l’unica alternativa è la fine del regime.

La lotta quindi continuerà finché vinceremmo e se le nostre risorse diminuiranno, sia in termini di uomini che dal punto di vista logistico, cercheremmo di ricostituirle finché saremmo vincitori.

Chi è coinvolto nelle proteste, solo i giovani?

Assolutamente non. Se prende in considerazione una qualunque manifestazione in Togo, potrà vedere che tutte le fasce demografiche sono rappresentate, sia per quanto riguarda l’età, l’etnia, la religione, la professione, ecc. I giovani sono la maggioranza perché oltre il 65% della popolazione è sotto i 35 anni. Non si tratta tuttavia di un movimento esclusivamente di giovani. È una vera e propria contestazione popolare.

Pensa realmente che le proteste possono essere solo pacifiche?

Più dell’80% delle proteste è stato estremamente pacifico. Lunedì 16 ottobre, gli scontri che sono avvenuti nelle città di Sokodé e di Lomé sono stati il risultato di un’esplosione di rabbia in seguito all’arresto del rappresentante della comunità nel bel mezzo della notte [si tratta dell’Iman Hassan Mollah].

Tutte le proteste più importanti organizzate dal movimento sono state assolutamente pacifiche.

Volete le dimissioni del presidente o vi bastano serie riforme costituzionali?

Vogliamo il suo ritiro dalla scena politica e se con le riforme otterremmo ciò, ci basteranno le riforme. Non lottiamo tuttavia per semplici riforme, ma per la fine della dittatura in Togo.

La situazione è molto chiara e altre manifestazioni sono previste per i giorni 7, 8 e 9 novembre. IN questo momento è ancora difficile intravedere possibili dimissioni del presidente Faure Gnassingbé.

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