lunedì, Maggio 16

Tito Stagno, la faccia segreta della luna Si chiude un'epoca e non se ne apre un'altra

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“Parlare di un avvenimento che si sta svolgendo mentre sono al microfono, dire alla gente ciò che le immagini da sole non possono spiegare, e dirlo con chiarezza, trasmettere agli spettatori anche un po’ delle mie emozioni, è una cosa che mi esalta”.

Così descrisse una volta la sua vita il giornalista Tito Stagno, riassumendo in poche parole e senza un solo aggettivo la condizione umana di chi fa il nostro lavoro. La sua scomparsa amplia il vuoto in cui pian piano svanisce la memoria di quel giornalismo e di quella visione. E ciò si presta a qualche riflessione.

Tito Stagno è stato un uomo RAI in un’epoca in cui le aziende amavano preparare il proprio personale fin nell’ultimo dei dettagli per farne un professionista completo. In quegli anni, dal 1960 al 1980 circa, in ogni conferenza stampa si individuava immediatamente l’uomo RAI così come l’uomo ANSA, per la correttezza, la precisione, lo stile inconfondibili. Maestri di quelle due-tre generazioni di giornalisti sono stati personaggi spesso ignoti al grande pubblico, intellettuali ma non troppo, impegnati ma non troppo, severi ma non troppo, liberali libertari progressisti ma non troppo, una élite irripetibile di preparatori, tutori, correttori implacabili e incontestabili che si è estinta dopo aver animato decine e decine di persone di ingegno e di talento.

Quella di quegli anni non è stata una RAI, ma ‘la’ RAI, sia pure con inevitabili sbavature dovute a quei tempi di cui gli italiani non hanno più memoria, perché quel pubblico si è estinto anch’esso. Ma resta negli smisurati archivi dell’azienda il periodo d’oro, quando una emittente creò tutto un Paese intorno al video, focolare virtuale ma anche virtuoso. Non è rimpianto dei bei tempi passati, per carità, ma il taglio di rubriche come TV7, Un volto una storia, Un fatto come e perché, Dossier, Processo alla tappa, Ring eccetera eccetera, la qualità delle interviste, il montaggio, il ritmo, tutte cose difficili quasi impensabili con i rudimentali mezzi di produzione dell’epoca (pellicola, sonoro separato, montaggio lineare), quel taglio resta il maggior contributo dell’azienda, a torto ritenuta pubblica, in realtà azienda privata a tutti gli effetti.

In tutta la sua carriera professionale, compreso l’arduo passaggio della qualifica di radio telecronista, il test più duro, Tito Stagno si è attenuto scrupolosamente ai tre principi di quello che io amo chiamare mestiere: andare a vedere, cercare di capire, cercare di spiegare, con sulla nuca il fiato del tempo che inesorabile ti ricordava la scadenza di un telegiornale. I tre principi sembrano essersi smarriti negli ultimi quarant’anni, con il prevalere schiacciante di un virtuale non più eludibile ma per disgrazia spesso frainteso o male interpretato. Tutte le emittenti televisive e con esse la RAI si sono spinte troppo sull’orlo del cratere in fondo al quale ribolle l’audience fra le fiamme della pubblicità e ci sono finite dentro. Il pubblico televisivo va educato, come dicevano alla BBC? “Noi non daremo mai al pubblico ciò che il pubblico vuole”, sottintendendo: saremo noi a decidere nella nostra superiore saggezza che cosa deve in realtà volere. Altrimenti si finisce molto in fretta a produrre programmi che sono in realtà combattimenti di galli, corride con più tori, lotte di gladiatori all’ultimo sangue, massacri di bestie considerate feroci, battaglie navali in mari infestati di squali, gite fra le sabbie mobili e incontri con serpenti velenosi, trionfo delle urla sulla ragione, dell’aggressione sul civile confronto, dell’ignoranza sulla saggezza.

Sono considerazioni amare e soprattutto inutili, il titolo del celebre romanzo va corretto in ‘Va dove ti porta il soldo‘. Dire che è stata colpa della politica, intrufolatasi anche nei social, sarebbe vero solo in parte, quando un Paese decade decade tutto insieme contemporaneamente, scuola, morale, società, cultura eccetera eccetera. Noi dobbiamo ricordare oggi e sempre Tito Stagno e tanti come lui “Qui nos precesserunt cum signo fidei” per il lavoro che hanno fatto, per il contributo che hanno dato alla conoscenza di ciascuno, e non, come purtroppo è successo, a quella polemica con Ruggero Orlando sul momento esatto dell’arrivo di un uomo sulla luna. Il nostro collega ha fatto ben altro, la sua biografia è pubblica e parla da sola, peccato che parli di un grande passato e non ci dica niente del futuro.

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