venerdì, Aprile 23

Tillerson, Trump e il futuro del ‘nuclear deal’: tanto rumore per nulla?

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Dopo la (inaspettata) candidatura di Mahmud Ahmadinejad alle elezioni presidenziali iraniane, le affermazioni del Segretario di Stato Rex Tilleson sulla prossima ‘revisione completa’ della politica statunitense verso Teheran hanno contribuito a riportare il tema dei rapporti fra Washington e la repubblica degli ayatollah al centro dell’attenzione. Il legame instaurato da Tillerson fra le ambizioni nucleari iraniane e la crisi oggi in corso con la Corea del Nord, contribuisce ad aggiungere attenzione al tema.

Negli scorsi anni, le aperture dell’amministrazione Obama, culminate nella sigla del Joint Comprehensive Plan of Action del luglio 2015, hanno contribuito in maniera importante a migliorare le relazioni fra i due Paesi, anche se un certo margine di diffidenza reciproca non è venuto mai davvero meno. Nel corso della campagna del 2016, tuttavia, questa politica è stata fatta oggetto di pesanti critiche, complice anche l’atteggiamento del Congresso che, pur avendo ratificato il ‘nuclear deal’, si è mostrato spesso critico riguardo al suo contenuto. Donald Trump in particolare si è distinto nel segnalare la necessità di un cambio di rotta – verso l’Iran come verso altri teatri – rispetto alla ‘fallimentare’ politica della ‘pazienza strategica’ portata avanti dal suo predecessore.

Si è giunti, oggi, al ‘redde rationem’? Le parole di Tillerson e, più in generale, la nuova postura ‘muscolare’ di Washington sembrerebbero puntare in questa direzione. Secondo il Segretario di Stato, l’accordo con Teheran sarebbe stato un ‘fallimento’, incapace di garantire l’obiettivo di un Iran non nuclearizzato ma al più di ritardare il conseguimento di un risultato che rimane al centro delle ambizioni della Repubblica Islamica. In questa prospettiva, l’Iran torna a essere la potenza ostile e la ‘minaccia per gli Stati Uniti e per il mondo’ tratteggiata dalla retorica pre-Obama dell’‘asse del male’, retorica su cui per anni si è fondata la politica di ‘contenimento’ di Teheran e di isolamento internazionale del Paese. Questa visione gode di una certa base di consenso all’interno del Congresso (non solo nelle fila del Partito repubblicano) ed è sostenuta anche dai legislativi di vari Stati. Oltre alle sanzioni imposte a livello federale (e in corso di progressiva rimozione di fronte all’adesione dell’Iran agli impegni assunti), due terzi degli Stati hanno, infatti, imposto proprie sanzioni contro l’Iran, sanzioni che in diversi casi rimangono in vigore nonostante l’invito a suo tempo rivolto da Barack Obama perché su questo punto anche gli Stati si adeguassero alla politica di Washington.

Vari elementi, tuttavia, sembrano fare pensare che – nonostante il ‘ritorno di fiamma’ di Tillerson – la politica degli Stati Uniti verso Teheran non sia destinata a sperimentare – almeno sul breve periodo – cambiamenti sostanziali. Nelle stesse ore in cui il Segretario esprimeva le sue critiche nei riguardi del ‘nuclear deal’, proprio il Dipartimento di Stato sottolineava come, da parte iraniana, proseguisse regolarmente l’implementazione delle clausole del JCPOA. Nonostante le critiche, poi, lo stesso Tillerson è apparso vago sul futuro dell’accordo, che secondo figure importanti dell’amministrazione (primo fra tutti il Segretario alla Difesa, James Mattis) gli Stati Uniti dovrebbero continuare a onorare nonostante le sue debolezze. Un’ambiguità – quella del Segretario di Stato – che se da una parte lascia aperte tutte le strade all’amministrazione, dall’altra ha già provocato il risentimento dell’ala dura del Congresso di fronte a quello che, nonostante la promessa di sottoporre a un’attenta revisione interdipartimentale l’operato di Teheran e l’impatto che questo è destinato ad avere sulla sicurezza USA, viene percepito come l’ennesimo ‘scarto’ del Presidente rispetto alla linea dura che – durante la corsa alla Casa Bianca – aveva dichiarato di volere seguire.

Anche le reazioni iraniane alle dichiarazioni di Tillerson appaiono ispirate a un’inattesa moderazione. Al di là della prevedibile risposta del Ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, che ha definito le parole del Segretario di Stato ‘trita retorica’, l’attenzione è stata volta in larga misura a sottolineare il riconoscimento da parte di Washington dei risultati ottenuti. Nel delicato clima pre-elettorale, si tratta di un segnale importante. In questo momento, più che dalle scelte dell’amministrazione USA, il futuro del ‘nuclear deal’ dipende dagli esiti della consultazione del prossimo 19 maggio. Una conferma di Hassan Rouhani (o, comunque, della sua linea moderata) rappresenta la precondizione per mantenere in vita il JCPOA. Da questo punto di vista, la linea ambigua adottata da Tillerson e Trump offre al Presidente uscente una sponda importante permettendo, nello stesso tempo, a Washington di tenere le mani abbastanza libere in attesa dei risultati del voto. Non appare quindi casuale l’incertezza che esiste sui tempi in cui la revisione dei risultati della politica statunitense verso l’Iran si dovrebbe compiere. Nonostante ci sia un nuovo inquilino alla Casa Bianca, un filo sottile ma molto solido continua, infatti, a legare le scelte di Teheran e quelle del ‘Grande Satana’.

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