mercoledì, Settembre 29

Tienanmen, 25 anni e non ricordarli

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Tienanmen

Ad un quarto di secolo da quel tragico 4 giugno del 1989, l’eco di Piazza Tienanmen continua a turbare la politica della Cina. Già da giorni, infatti, la volontà delle autorità di evitare qualsiasi commemorazione di quell’evento ha portato a numerosi arresti da parte delle Forze dell’ordine. Secondo fonti dissidenti, sarebbero almeno 200 i cittadini arrestati o impossibilitati ad agire a Pechino in questa data. La repressione, però, non ha avuto la stessa forza ad Hong Kong, la quale, in virtù della propria eccezionalità come regione amministrativa speciale, ha potuto ospitare una veglia in cui migliaia di persone hanno sfilato a lume di candela. La situazione degli attivisti imprigionati ha comunque attirato l’attenzione degli Stati Uniti, che hanno lanciato un appello per la loro liberazione sostenendo che «la Cina è un Paese in pieno sviluppo e deve accordare più spazio al dialogo politico». Inoltre, dichiarandosi latrice delle «libertà fondamentali che cercavano i manifestanti di Piazza Tienanmen», Washington ha sollecitato Pechino a farsi carico delle vittime di venticinque anni fa ed a garantire i «diritti universali», pur precisando di non voler interrompere la «cooperazione in aree di comune interesse».

Gli Stati Uniti potrebbero però trovare ragioni più ‘tangibili’ per mettere in discussione i rapporti con la Cina qualora le controversie sul Mar Cinese Meridionale peggiorassero. Oggi, ad esempio, Pechino ha rifiutato di riconoscere la decisione di una corte dell’Aia che le imponeva una replica entro il 15 dicembre ad un’istanza presentata dalle Filippine: come si ricorderà, di recente il Presidente statunitense Barack Obama ha siglato un accordo militare proprio con Manila. Anche il Vietnam è notoriamente in conflitto con la Cina sulla contesa area marittima, ma un’autorità della giunta militare della Thailandia ha informato oggi di avere ottenuto il supporto da parte di entrambi i Governi.

Obama ha invece espresso il proprio supporto al nuovo Presidente dell’Ucraina Petro Porošenko, definendo la sua elezione una «scelta saggia». Anche in quest’area del mondo, comunque, è il linguaggio delle armi a prevalere. In ambito interno, con la notizia per cui sarebbero almeno 300 i militanti filorussi uccisi da soldati regolari inviati da Kiev nelle oblast’ ribelli dell’est, a cui si aggiunge il proposito del Primo Ministro Oleksandr Turčinov di applicare la legge marziale nelle stesse. In ambito internazionale, la persistente violenza nell’area sembra dare occasione ad Obama per intensificare le proprie richieste agli Stati europei perché investano di più negli armamenti. Con riferimento alle vicende ucraine, dopo le parole espresse ieriil Presidente statunitense ha in effetti affermato da Varsavia che «la libertà in Europa non è garantita» e che «ogni partner della Nato sarà protetto». Parole che stridono in parte con quanto sostenuto dal Segretario della Difesa USA Chuck Hagel, per cui i tagli alla difesa effettuati dai Governi europei «minacciano l’integrità della Nato» e vanno invertiti.

Ucraina ed economia sono state anche centrali nella discussione alla riunione del G7 di Bruxelles. Nella blindatissima capitale belga (per l’occasione sono stati ripristinati anche i controlli alle frontiere fino al 6 giugno), le sette maggiori potenze mondiali hanno in effetti discusso di questi argomenti nell’ombra del grande assente, la Russia. Ma la decisione, presa in reazione all’annessione della Crimea da parte di Mosca, non implica l’interruzione dei rapporti con quest’ultima: come se a confermarlo non bastasse l’annunciata presenza del Presidente russo Vladimir Putin in Normandia per le celebrazioni dello sbarco del 6 giugno 1944, la Cancelliera tedesca Angela Merkel ha oggi espressamente invitato lo stesso a cooperare nel porre freno alle violenze in Ucraina, minacciando ulteriori sanzioni da parte dell’Occidente in caso contrario. Nel frattempo, il vertice ha rappresentato anche un’occasione per il Primo Ministro Matteo Renzi per rassicurare gli alleati comunitari sulle riforme «nell’amministrazione pubblica, nella politica e nelle istituzioni»: questo è infatti quanto comunicato dal Presidente uscente della Commissione José Manuel Barroso, per il quale le «qualità e caratteristiche dell’Italia» sono note ai vertici dell’Unione Europea.

Non è chiaro, invece, se Merkel ed Obama abbiano avuto modo di parlare delle garanzie sulla ‘libertà in Europa’ in seguito all’apertura di un’inchiesta sulle intercettazioni della statunitense National Security Agency ai danni della Kanzlerin da parte del procuratore generale tedesco Harald Range.

È chiara invece la legittimazione da parte di Washington al nuovo Presidente dell’Egitto ‘Abd al-Fattā al-Sīsī. Pur esprimendo preoccupazione per il «clima politico restrittivo» in cui l’ex Generale e Ministro della Difesa ha ottenuto il 97% dei voti, la Casa Bianca si è dichiarata in attesa di poter collaborare col nuovo Governo del Cairo. Di certo, la situazione egiziana è apparentemente più tranquilla di quella della vicina Libiadove in giornata sono stati compiuti ben tre attentati: a Tripoli, un razzo è stato indirizzato contro l’ufficio del Primo Ministro de facto Ahmed Maiteeq; a Sirte, un funzionario della Croce Rossa svizzera è stato ucciso da un cecchino; nei dintorni di Bengasi, infine, il Generale dissidente Khalifa Haftar è sopravvissuto ad un attentato che, con l’esplosione di un’autobomba, ha comunque causato la morte di tre dei suoi uomini. Pare infine scontata la prosecuzione di Governo e conflitto in Siria, dove è in atto lo spoglio successivo alle elezioni di ieri, ampiamente lodate dai media filogovernativi per essere le prime elezioni ‘pluralistiche’ dopo più di cinquant’anni e già definite una «farsa» dalle cancellerie occidentali. La quotidianità, quindi, non muta: come informa ‘Le Monde’, Damasco starebbe continuando bombardamenti col cloro, nell’’imbarazzo’ dei Governi occidentali, restii ad intervenire.

Il problema delle elezioni non tocca certo chi, la carica, la riceve per diritto di nascita, sicché il futuro Felipe VI di Spagna ha potuto già ribadire «il [suo] impegno e la convinzione di dedicare i [suoi] sforzi all’appassionante compito di continuare a servire gli spagnoli» in quello che è stato il suo primo discorso pubblico dall’abdicazione del padre Juan Carlos. L’incoronazione del nuovo sovrano avrà luogo il 18 giugno. Consueto Queen’s Speech del 4 giugno, invece, per la Regina Elisabetta II d’Inghilterra, che si è rivolta alla Camera dei Lord per annunciare il programma di quest’ultimo anno di Governo di coalizione. Tra i propositi, spicca la legge, promessa già nel 2010, che dovrebbe permettere agli elettori di rimuovere i Parlamentari dalla loro carica in caso di sentenze penali o di ‘seria malversazione’.

All’interno del Commonwealth, si segnala la visita del Primo Ministro dell’Australia Tony Abbott in Indonesia. Nell’incontro col Presidente Susilo Bambang Yudhoyono sembrano essere state gettate le basi per una riconciliazione dopo le tensioni sorte lo scorso novembre, quando fu reso noto lo spionaggio di Canberra ai danni dello stesso Capo di Stato indonesiano. Tra i temi del colloquio, anche quelli relativi ai richiedenti asilo in transito in Indonesia con destinazione Australia.

Si cerca un accordo anche tra Italia ed India, in questo caso in merito alla vicenda dei marò in attesa di giudizio per l’omicidio di due pescatori indiani. Secondo informazioni rilasciate all’‘Ansa’, la Ministra degli Esteri Federica Mogherini avrebbe infatti avuto una «cordiale conversazione» con la sua omologa indiana Sushma Swaraj. Tuttavia, è stato solo reso noto che le due Ministre avrebbero esaminato «vari aspetti delle relazioni bilaterali».

Preoccupazione, infine, da parte del Ministero della Sanità dell’Arabia Saudita a seguito dell’incremento nel numero delle vittime del virus Mers, individuato nel 2012 e ad oggi causa di almeno 282 morti nel Paese. 688 i casi di infezione relativi alla connessa sindrome respiratoria che avrebbe attecchito anche in Africa settentrionale ed in Asia.

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