lunedì, Ottobre 18

Ti racconto Cuba, quella che Fidel non riconoscerebbe La Cuba post-Castro, il Paese di quelli che l'11 luglio sono scesi in strada a protestare e chiedere cibo e medicine. Il racconto di Joseph J. Gonzalez, storico delle relazioni cubano-statunitense

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 L11 luglio 2021folle di cubani sono scese in strada a l’Avana e nella piccola San Antonio de los Banos, per protestare contro la crisi che sta attanagliando il Paese -causando scarsità di cibo e medicinali, scarsa disponibilità di energia elettrica, pochi vaccini anti-Covid- e contro il governo post-Castro. Le cronache non si stancano di ripetere che sono state le manifestazioni più partecipate da 30 anni a questa parte. Un raro sfogo pubblico di rabbia, viene descritto quanto sta accadendo nell’isola. I media cubani, a partire dall’organo ufficiale del Partito Comunista, ‘Granma‘, sono stati «disordini, provocati da un’operazione nelle comunicazioni che si sta preparando da tempo, alla quale sono destinate risorse miliardarie, laboratori, piattaforme tecnologiche con fondi del Governo degli Stati Uniti».

 

 


Una chiave di lettura di quanto sta effettivamente accadendo nell’isola la si può rintracciare nella storia degli ultimi decenni del Paese, ricostruita da ‘The Conversation‘.
Il punto di partenza è il 1959, anno in cui è iniziato il governo del Partido Comunista de Cuba (PCC). Per cinque decenniil suo leader è stato Fidel Castro. Castro ha guidato il Paese fino al 2008, quando si è ammalato e gli è succeduto il fratello Raul.
Raul Castro, «anche lui combattente della Rivoluzione cubana, ha mantenuto ben salda la presa sul partito e sul governopur liberalizzando l’economia ancora in perfetto stile sovietico. Raul ha riconosciuto la proprietà privata, consentendo ai cubani di gestire piccole imprese. Ha anche coltivato un rapporto meno antagonistico con gli Stati Uniti durante l’amministrazione Obama.

Il ritiro di Raul Castro nell’aprile 2018 ha segnato la fine dell’era rivoluzionaria. Ma la scelta di Miguel Díaz-Canel come Presidente, nell’aprile 2018, sembrava improbabile che annunciasse l’inizio di una ‘nuova Cuba‘. «Non mi aspetto alcun drastico cambiamento di direzione da Díaz-Canel – almeno, non subito», aveva scritto l’analista dell’Università americana di Cuba William LeoGrande poco dopo l’insediamento di Diaz-Canel.
Raul Castro è rimasto poi nel governo cubano fino al 2021 come primo segretario del Partito Comunista, «probabilmente un incarico più potente della presidenza», affermava LeoGrande.
Díaz-Canel è entrato in carica affrontando seri problemi, a partire dall’economia in crisi e cattive relazioni con gli Stati Uniti di Donald Trump. Inoltre, ha affrontato la sfida internet diventato ampiamente disponibile nell’isola. «L’accesso alle informazioni online e ai social media rende più difficile per Díaz-Canel reprimere il dissenso con la stessa efficacia dei suoi predecessori», considerando anche che l’espansione di Internet sull’isola comunista «ha prodotto un crescente coro di critici nazionali”, affermava LeoGrande.


Nel 
febbraio 2019l’Assemblea nazionale cubana ha approvato una nuova Costituzione cubana. Comprendeva disposizioni che avrebbero «espanso sostanzialmente i diritti socialipolitici ed economici a Cuba», sottolinea la studiosa cubano-americana María Isabel Alfonso. Tra questi diritti, la libertà di riunione, il che a certe componenti del partito non è piaciuto affatto. «In precedenza, i cubani avevano il ‘diritto di incontrarsi, manifestare e associarsi, per scopi leciti e pacifici, ma solo come parte di una cosiddetta ‘organización de masa’ -il termine cubano per i gruppi statali», spiega Alfonso. La nuova Costituzione ha rimosso la restrizione delle ‘organizaciones de masa’, dando teoricamente alle persone e ai gruppi della società civile più libertà di riunirsi. Resta il fatto che il governo potrebbe ancora reprimere «organizzazioni indipendenti, specialmente se quei gruppi sono di natura politica».
Il blogger cubano José Gabriel Barrenechea ha affermato che, a Cuba, «gli incontri spontanei non sono visti in modo positivo e sono sempre percepiti come il prodotto di una potenza straniera».
Tra le altre modifiche, l
a Costituzione di Cuba del 2019 ha anche dato legittimità costituzionale alle riforme economiche di Raúl Castro e ha limitato i presidenti cubani a due mandati quinquennali.
La nuova Costituzione di Cuba riflette la politica di Díaz-Canel -sulla scia di quella di Raúl Castro- di dare gradualmente ai cubani maggiori libertà economiche e sociali ma resistendo alle pressioni per la riforma democratica.

Nell’aprile 2021Raúl Castro si è dimesso dal suo incarico di vertice nel Partito Comunistalasciandosi alle spalle una Cuba cambiata, come sostiene Joseph J. Gonzalez, storico delle relazioni cubano-statunitense.
Una Cuba cambiata che 
non è più «uno sfidante ideologico sostenuto dai sovietici -o una minaccia nucleare- per gli Stati Uniti. Privata di mecenati comunisti internazionali e finanziariamente isolata dal mondo a causa del severo embargo statunitense decennale», la Cuba lasciata dai Castro è un Paese in difficoltà e dove il passato rivoluzionario è sbiadito, e la gente, in particolare i giovani, non hanno più timore reverenziale per il partitoné sono più disponibili sacrificarsi in nome degli ideali della rivoluzione.
Sono questi giovani dai 20 ai 40 anniche hanno deciso di scendere in strada e protestare.
Non una protesta politica, per ora, piuttosto una protesta in nome di cibo e medicine. Tanto è vero che il governo ha fatto propria la richiesta e ha provato a spegnere la rabbia annunciando, ieri, che da lunedì prossimo i viaggiatori che arriveranno a Cuba potranno portare cibo, medicine e altri oggetti essenziali senza dover pagare una tassa doganale. Una concessione che sembra il segnale che il governo ha capito la pericolosità della fiammata e prova a soffocare il fuoco prima che divampi. Al momento, causa Covid, sono pochi i viaggiatori che arrivano nell’isola per tanto non è chiaro quanto la decisione potrà effettivamente alleviare le sofferenze dei cubani, ma resta il fatto che è un segnale. E potrebbe anche essere un gesto che può aiutare Joe Biden a decidere di allentare le sanzioni, alla base della crisi cubana.

Gonzalez dal 1996 si reca periodicamente a Cuba per studiare la società cubana. «Oggi Cuba è ancora comunista e rimane nella lista del Dipartimento di Stato dei Paesi che sostengono il terrorismo, insieme all’Iran e alla Corea del Nord. Ma priva di mecenati come i sovietici, non rappresenta alcun pericolo per il continente americano o per i suoi alleati. Cuba può fare poco più che irritare i presidenti degli Stati Uniti sostenendo i leader latinoamericani che resistono al potere americano».
Nello stesso modo, afferma lo storico, è cambiato il popolo cubano.

«A differenza dei loro genitori e nonni, i cubani tra i 20, i 30 e 40 anni non hanno mai goduto di un contratto duraturo e funzionale con il regime: noi ti forniamo da vivere e in cambio tu ci dai sostegno, o almeno acquiescenza. I cubani che sono diventati maggiorenni durante o dopo il cosiddetto ‘periodo speciale’ degli anni ’90 -quando Cuba ha affrontato il collasso economico– si affidano al governo per fornire determinati servizi, principalmente assistenza sanitaria e istruzione. Ma sanno che non può nutrire, vestire e ospitare la sua gente se non nel modo più elementare». I giovani cubani sanno di doversi arrangiare a sostenere la propria famiglia, è quello che qui chiamano il ‘trambusto di sopravvivere‘ o ‘resolver‘. «E il trambusto cubano ha un’inclinazione capitalista», afferma Gonzalez.
«Nel 
2008 il governo di Raul Castro ha tagliato i libri paga pubblici e ha permesso ai cubani di guadagnare entrate private, sperando che i cubani guadagnassero più soldi e generassero più entrate fiscali. In precedenza, tutti i lavori a Cuba erano lavori governativi, che tu fossi un droghiere o un architetto, con stipendi regolamentati dal governo.

Oggi, le statistiche ufficiali dicono che circa un terzo dei cubani è impiegato privatamente. Ma la proporzione reale è quasi sicuramente più alta. Quasi tutti i cubani adulti che conosco hanno un’attività in proprio, che si tratti di tagliare i capelli o affittare la loro casa come bed and breakfast, oltre a un lavoro tradizionale regolamentato dal governo. I costi del cibo e dell’abbigliamento sono raddoppiati o triplicati a Cuba nell’ultimo anno. I prezzi delle utenze sono aumentatidi quattro o cinque volte. Gli stipendi statali cubani sono aumentati dalla liberalizzazione economica, ma non così tanto.
Di conseguenza, 
molti cubani operano al di fuori della leggecommerciando di tutto, dai vestiti ai rottami metallici o alla benzina rubata allo Stato. I cubani chiamano le persone con attività illegali ‘bisneros‘. Che siano ristoratori legali o bisnero del mercato nero, i cubani gestiscono le imprese non per diventare ricchi ma per ‘resolver. Sperano di migliorare modestamente la loro situazione, consentendo alle loro famiglie di mangiare una gamma più ampia di cibi più freschi o di risparmiare per la festa di compleanno di un bambino».
«
I cubani più anziani rimangono fedeli alla visione dei Castro di Cuba come avamposto antimperialista e antiamericano. Ma slogan rivoluzionari come ‘socialismo o muerte’ non risuonano tra i giovani cubani».


I giovani cubani vogliono anche più libertà di parola e legami più stretti con gli Stati Uniti. «Dall’adozione l’anno scorso di una moneta unica ancorata al dollaro USA, il denaro americano è ‘come l’oro’ sull’isola, mi ha detto il mio amico Tony, un negoziante. Sono l’embargo statunitense e le restrizioni più severe dell’ex presidente Donald Trump sui viaggi verso l’isola –non il governo cubano- che impediscono agli americani di spendere i loro dollari sull’isola. I cubani lo sanno e si risentono dell’embargo per aver reso la loro vita miserabile. Ma i cubani più giovani riconoscono come un problema anche l’economia pianificata a livello centrale di Cuba».

Gonzalez non ha dubbi: «Quest’isola caraibica è diventata una Nazione di imprenditorialità, aspirazione democraticapersino pro-americanismo», «ora incontro cubani apertamente anticomunistinon antiamericani. vogliono che i politici si tolgano dall’economia in modo che i dollari americani tornino a Cuba». I ‘capitalisti cubani‘ vogliono essere liberi dalla politica e dalla connessa burocrazia -uno studio del Baruch College ha scoperto che i burocrati di Cuba hanno risposto alle iniziative di Raul creando regolamenti più gravosi.
Questi ‘capitalisti’ «
apprezzano le conquiste sociali della Rivoluzione cubana, che ha dato al loro Paese tassi di alfabetizzazione aspettative di vita di livello mondiale. Vogliono mantenere quei guadagni». Per il resto, a partire dall’economia, sanno distinguere e denunciare apertamente le colpe americane (le sanzioni) -«gli Stati Uniti restano uno dei principali ostacoli allo sviluppo economico di Cuba»-, come quelle dei vertici cubani, a partire dalla politica economica che arranca a fare il passaggio definitivo al libero mercato in nome della rivoluzione che fu, e non è, non è più, e sono perfettamente convinti di poter cambiare le cose.
«
A Cuba è in corso una trasformazione e gli Stati Uniti possono aiutarla o danneggiarla. Ma dubito che qualcosa possa fermare il processo», conclude Gonzalez, e aggiunge: Fidel Castro, che ha guidato la rivoluzione comunista cubana del 1959 e ha guidato il Paese fino al 2008, «non riconoscerebbe il suo Paese oggi». 

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