venerdì, Settembre 24

Think Tank: come carriarmati del pensiero?

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Recentemente uno studio della University of Pennsylvania sui Think Tank nel mondo ha dato risultati che potrebbero risultare sorprendenti.
Lo studio, che ha preso in esame 6.846 Think Tank in 182 Paesi, ci mostra come nelle posizioni alte della classifica abbondino istituti di Paesi in via di sviluppo, in particolare africani e latinoamericani.
Per realizzare lo studio sono stati presi in considerazione molti aspetti: a partire da qualità e reputazione della direzione e del personale in ambito accademico e non fino ad arrivare alla capacità di influenzare e formare le élite politiche; dal numero di pubblicazioni e studi alla capacità di accesso ai centri di potere; dalla capacità di reperire fondi al livello di dimestichezza con i mezzi di diffusione della rete.
Lo studio ci dice che l’Europa è la seconda area per presenza di Think Tank (1.770 in tutto) dopo l’America del Nord (1.931). Seguono l’Asia (1.262), l’America Latina (774), l’Africa Sub-Sahariana (615), Nord Africa e Medio Oriente (398) e chiude l’Oceania (96).
In questa classifica l’Italia si pone al quarto posto nell’area europea (quinto se si considera la Russia) e all’undicesimo al livello mondiale.
Alcuni risultati potrebbero sorprendere. Non stupisce che la Cina si trovi al secondo posto dopo gli Stati Uniti; può invece stupire che l’India si trovi davanti a Germania e Francia o che l’Argentina sia davanti a Paesi come Canada, Giappone ed Italia o, infine, che Brasile e Sud Africa siano davanti alla Svezia.
Questo potrebbe essere un sintomo della perdita di peso internazionale di vecchi Paesi leader, in particolare quelli europei, e dell’ascesa di quelle aree che per molto tempo furono soggette alle loro egemonie politiche ed economiche: si tratta di un mondo che ha cessato di essere bi-polare per diventare multi-polare.

Abbiamo cercato di capire incontrando Giampiero Gramaglia, ex-direttore di ANSA ed ora responsabile della comunicazione dell’Istituto Affari Internazionali (IAI: 31° posto nell’Unione Europea; 83° nel mondo), Paolo Magri, vice-presidente esecutivo e direttore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI: 29° in Europa; 66° nel mondo), Mattia Diletti, docente del dipartimento di Comunicazione dell’Università La Sapienza di Roma ed autore di diversi studi sui Think Tank.

Letteralmente, Think Tank significa Serbatoio di Pensiero (ma, essendosi sviluppati fortemente durante la Seconda Guerra Mondiale, anche il riferimento al carro armato non è puramente casuale).
Si tratta di “una sorta di università senza studenti perché si fa ricerca senza avere incombenze accademiche e, soprattutto, la ricerca è rivolta a produrre proposte al servizio dell’azione di governo: è un centro studi che serve da serbatoio per le idee che possono servire ad un Governo per lavorare o anche alle opposizioni per costruire piane e contro-proposte”, ci spiega Diletti. Oltre a questa funzione principale non bisogna dimenticare quella di creare consenso sull’opinione pubblica più informata e relazioni: “serve anche a mettere attorno ad un tavolo gli attori di una politica pubblica in una sorta di diplomazia parallela”. Infine, in alcuni casi, i Think Tank possono servire anche a “sostenere una vera e propria politica di pensiero ideologico”.

I Think Tank nascono negli Stati Uniti nel secolo scorso e “sono il luogo dove si incontrano Governi, tecnici, esperti delle grandi Università, imprese”. Negli Stati Uniti sono completamente finanziati dai privati e dalla società civile e hanno anche una certa influenza nel formare una élite di Governo: in un sistema privo di Partiti fortemente strutturati come quelli che tradizionalmente hanno guidato la politica europea del ‘900, diverse delle oltre duemila persone nominate da un neo-Presidente vengono proprio dai ranghi dei Think Tank. I Think Tank diventano luoghi dove “si scrive, si producono idee e proposte in attesa di riuscire a farsi ascoltare da un candidato Presidente”.

In Italia il fenomeno ha avuto un’esplosione soprattutto con la fine della Prima Repubblica: la fine dei Partiti tradizionali e la forte personalizzazione della politica ha portato ad un’impennata del numero di Think Tank nel nostro Paese. L’aspetto più tipico del caso italiano è “la creazione dei Think Tank a carattere personale: il fenomeno della personalizzazione della politica produce i Think Tank personali. Allo stesso tempo nascono dei Think Tank costruiti da degli esperti perché si immagina ci sia un mercato maggiore”: cambiando la struttura dell’amministrazione pubblica italiana, aumenta il ricorso ad esperti esterni in tutti i campi dell’azione pubblica. La gran parte dei leader della Seconda Repubblica hanno fondato i propri Think Tank: da Massimo D’Alema (Italini Europei) a Matteo Renzi (Leopolda), da Franco Bassanini (ASTRID) a Gianfranco Fini (Liberadestra).

Inoltre, “anche le imprese capiscono che si può fare una sorta di lobby indiretta finanziando i Think Tank”: attraverso un Istituto posso creare un dibattito su delle questioni e porle all’attenzione delle istituzioni. Si tratta di creare un ambiente culturale favorevole a che l’agenda politica prenda alcune direzioni anziché altre.

L’Istituto Affari Internazionali “è nato nell’autunno del 1965 per iniziativa di Altiero Spinelli, uno dei Padri dell’Unione Europea” afferma Gramaglia. “Altiero Spinelli pensava che l’Istituto Affari Internazionali potesse colmare quello che era allora, se non un vuoto, una carenza di centri studi di politica internazionale in Italia lavorando in particolare sui temi della integrazione europea”.
Si tratti della partecipazioni a bandi indetti da istituzioni internazionali o di commissioni affidate direttamente, l’Istituto si finanzia per la maggior parte attraverso le ricerche che conduce: “partecipa a progetti di organizzazioni internazionali come l’Unione Europea, la NATO ed altre, che finanziano studi e ricerche”.

Inoltre c’è l’organizzazione di convegni e ricerche che le istituzioni italiane commissionano all’Istituto: “si può trattare del Parlamento, cui lo IAI fornisce regolarmente studi su sua richiesta, o il Ministero degli Esteri o altre organizzazioni che hanno bisogno di collaborazione”.
“Il fatto che ci sia una committenza diffusa e non sia in modo significativo una committenza pubblica e governativa già garantisce l’indipendenza dell’Istituto”. I soldi pubblici non legati a ricerche specifiche sono una parte assolutamente minoritaria del bilancio (tra il 2% e il 3%) e tutti i finanziamenti ricevuti sono pubblicati sul sito al fine di garantire la massima trasparenza.

Invece per quanto riguarda l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, Paolo Magri ci spiega che “è nato sull’idea di alcuni giovani ricercatori dell’Università di Pavia che, ispirati da quanto avveniva negli USA e in UK, si posero l’obiettivo di avviare anche in Italia un centro sganciato dalla realtà universitaria e in grado di orientare le politiche internazionali di aziende ed istituzioni in uno dei momenti di maggior introversione del nostro Paese, l’autarchia fascista. Un’idea che affascinò Alberto Pirelli che ne divenne sin da subito un convinto sostenitore”.
Finanziato in un primo momento principalmente dal Ministero degli Esteri (fino al 50% in alcuni momenti), oggi “un terzo delle entrate proviene da soci aziendali, un terzo dalla vendita di servizi di ricerca, un terzo dalle attività formative”: per garantire l’indipendenza dell’Istituto, “in nessun organo di governo dell’ISPI siedono rappresentati di Partiti”.

La questione della trasparenza, però, non è il punto forte di tutti i Think Tank italiani.
Mattia Diletti ci spiega che in Italia, molti di questi istituti, nonostante muovano quantità di denaro piuttosto piccole, hanno problemi di trasparenza nella gestione dei fondi: normalmente si tratta di fondazioni e “questa struttura giuridica gli permette anche di avere una trasparenza relativa rispetto a chi li finanzi”.
Spesso il vero scopo dei Think Tank è quello di mantenere vivi dei rapporti con degli ambienti economici e politici: “il comportamento tipico del finanziatore di Think Tank italiano è quello di dare poco a tutti per mantenere una relazione, ma di non investire per ottenere chissà quali obbiettivi”: nonostante a volte si finanzi uno studio per ottenere certi risultati, appare evidente come manchi del tutto una strategia politica a lungo termine da parte dei finanziatori.
D’altra parte, le stesse fondazioni tendono ad avere finanziatori eterogenei in modo da non restare mai del tutto scoperte.
Ad un estremo si hanno i grandi Think Tank che si occupano di politica internazionale (come IAI ed ISPI) che si ispirano al modello anglosassone e quelli che, come la Fondazione Agnelli, sono interamente mantenute da un grande finanziatore e quindi possono procedere nella massima trasparenza; all’estremo opposto ci sono Think Tank con seri problemi di trasparenza: si pensi al caso della Fondazione Nuova Italia di Gianni Alemanno che è finita addirittura al centro di vicende giudiziarie.

Al di là dei casi di scarsa trasparenza, ci si può chiedere se i Think Tank più autorevoli abbiano effettivamente la capacità di influenzare l’azione delle istituzioni e dei Governi.
Secondo Giampiero Gramaglia la cosa è tutt’altro che scontata: “si può produrre uno studio fatto con la massima serietà e poi il decisore può ignorare totalmente le indicazioni derivate dai risultati; certamente è successo in passato e penso che possa succedere ancora in futuro che i lavori dell’Istituto sono comunque serviti ai decision makers italiani ed europei come elementi di valutazione per arrivare alle loro decisioni”. Inoltre non è insolito che si commissionino studi simili a più istituti di ricerca per avere diversi risultati da gestire in base alle direzioni politiche che si vogliono intraprendere.
Per quanto riguarda l’opinione pubblica, invece, si può parlare di “un’influenza abbastanza marcata su quelli che sono gli opinion makers e non tanto sulla grande opinione pubblica: non è che le pubblicazioni dell’Istituto e i convegni abbiano frequentazioni da stadio o distribuzioni da best seller”. L’influenza sull’opinione pubblica può passare anche attraverso la partecipazione di esponenti dell’Istituto a trasmissioni radiofoniche o televisive di dibattito politico.
Paolo Magri è più ottimista e sostiene che “la realtà dei Think Tank italiani è fatta di piccoli istituti, dimensionalmente ben diversi da quelli, ad esempio, americani. Riusciamo comunque a svolgere un ruolo di sostegno al processo decisionale (ad esempio con i nostri briefing alle Commissioni Estero e Difesa di Camera e Senato) ed uno ancora più significativo sull’opinione pubblica con i nostri eventi, le nostre pubblicazioni on-line quasi quotidiane, l’ uso attento dei social media e la presenza continua sui media tradizionali”.
Mattia Diletti aggiunge: “i Think Tank parlano comunque ad un pubblico di élite, molto informato… già nessuno legge più i giornali, figuriamoci chi è che va a prendersi le informazioni direttamente dai centri di studio…”

Osservando l’organigramma dei Think Tank di molti Paesi emergenti, particolarmente di quelli africani, si nota come vi sia un grande numero di giovani ricercatori tra cui spiccano molte donne.
Contrariamente a ciò che si potrebbe immaginare, questo è piuttosto vero anche in Italia.
Gramaglia dice: “lo IAI è pieno giovani ricercatori e di giovani ricercatrici. La composizione per genere del corpo di ricercatori dello IAI si è evoluta con il passare degli anni: se si osserva il nucleo originario dello IAI, quelli che ancora sono sulla breccia dagli anni ’60 e ’70 sono quasi tutti uomini; se si guarda la composizione del gruppo dei trentenni, è probabile che le donne siano in maggioranza”. Si tratta di un’evoluzione parallela a quella della società. Bisogna comunque considerare che i giovani ricercatori si alternano in maniera piuttosto rapida, attratti da lavori più stabili e meglio retribuiti in altre istituzioni internazionali o grandi aziende private: “lo IAI forma e matura giovani talenti che poi servono al sistema-Paese”.
Anche l’ISPI risulta molto attraente per i giovani ricercatori italiani. Secondo Magri “lo è molto (e non certo per il livello dei compensi che riusciamo ad offrire!). Per ogni posizione che apriamo riceviamo centinaia di candidature di giovani spesso molto qualificati. Le nostre risorse limitate ci impediscono però di dare spazio a questa abbondante offerta di competenze”.
Diletti aggiunge che il numero di giovani in questi istituti è alto anche perché, a differenza dell’ambiente universitario, questi sono in grado di assorbire più offerta e “sono dei luoghi naturali dove costruire conoscenza e competenza”.

Il risultato dello studio della University of Pennsylvania può essere considerato soddisfacente perché denota la vivacità di questo mondo: per Mattia Diletti “si tratta comunque di una classifica molto basata sulle percezioni che quel mondo ha di sé stesso: sono classifiche fatte da addetti ai lavori che parlano ad addetti ai lavori”.
Paolo Magri si dice molto soddisfatto dei miglioramenti ottenuti in pochissimi anni e “in particolare dell’ottimo posizionamento in alcune categorie speciali (miglior conferenza e miglior policy study)”. Non nasconde, però, “che l’Italia, una della prime dieci economie mondiali, dovrebbe potersi posizionare in un analogo livello nel ranking mondiale. Competiamo però spesso con istituti che hanno budget 10 volte più alti del nostro”.
Gramaglia aggiunge: “sono risultati che alcuni Think Tank italiani hanno molto pubblicizzato ed altri, come lo IAI, hanno deciso di pubblicizzare meno perché si tratta di classifiche un po’ opinabili ed aleatorie. Certo gli istituti di ricerca italiani, a causa delle loro dimensioni e della lingua in cui sono radicati, non hanno la visibilità internazionale dei grandi istituti americani e dei maggiori istituti europei. Dal canto suo lo IAI fa un grossissimo sforzo per pubblicare il maggior numero possibile di lavori anche in traduzione inglese”.

La capacità dei Think Tank italiani di influenzare la politica reale delle istituzioni e di produrre cultura politica nel Paese non è sempre evidente. Secondo Gramaglia, “se la politica recepisse di più le indicazioni degli esperti, considerando i ricercatori dello IAI e di altri Think Tank, sarebbe forse meglio, però senz’altro la politica conosce le indicazioni che vengono dai centri di ricerca; che poi usi o meno queste indicazioni, questa è un’altra faccenda”.
Magri aggiunge: “stiamo facendo tanti progressi ma scontiamo le piccole dimensioni della maggior parte dei Think Tank del nostro Paese e una persistente difficoltà ad assumere posizioni coraggiose e innovative di policy. Ci stiamo tutti lavorando…”.

Nel testo in corso di pubblicazione La Repubblica dei Think Tank Mattia Diletti, che per anni si è occupato della questione, giunge all’idea “che questo fenomeno non sia un fenomeno particolarmente significativo della vita politica ed economica del Paese, però sono interessanti perché danno un po’ l’idea di quanto sia poi frammentato il sistema degli interessi ed il funzionamento dei meccanismi della politica: si tratta di una spia di un Paese che ha pochi attori che investono in visioni di sistema e in visioni di lungo periodo”.
Negli USA l’opera dei Think Tank è fondamentale nel legittimare disegni politici: solo per fare un esempio, furono fondamentali per legittimare la politica economica di Ronald Regan negli anni ’80.
In Italia non c’è stato nulla di paragonabile: al massimo hanno favorito l’assimilazione di trasformazioni che avevano preso il via in altri Paesi.
Di certo oggi, a più di trent’anni dall’esplosione dei Think Tank in Italia, cominciano ad esserci persone di potere che si sono formate all’interno di questi istituti e che, di conseguenza, sono influenzate da quelle impostazioni: “per capire quanto un Think Tank sia influente è sempre meglio guardare ai network piuttosto che ai risultati di policy: questo perché è difficile dire se una tale legge o tale provvedimento sia venuto fuori dal lavoro di un Think Tank o se questo non abbia fatto altro che legittimare un’idea che il legislatore aveva già; sicuramente però possiamo osservare il fatto che, in alcune discussioni e in alcuni luoghi, sono presenti persone che si sono formate in questo sistema”. Questo dipende molto dal fatto che la fine dei Partiti tradizionali ha reso necessario il reclutamento di politici formatisi altrove; non si può affermare che i Think Tank siano stati in grado di colmare questa lacuna.
Certamente oggi non è più chiaro quale debba essere la formazione della nostra classe politica: “abbiamo una crisi di produzione delle classi dirigenti e questo fa parte di una crisi generale della politica in tutto il mondo: questo è un momento di crisi fortissima e evidentemente qualcosa è andato storto molto prima che noi ci rendessimo conto che ce ne rendessimo conto”.

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