martedì, Settembre 21

Theresa May alla conquista dell’Africa Il Primo Ministro cerca nuove vie di sbocco per il mercato inglese

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Inizia oggi il viaggio del Primo Ministro britannico, Theresa May, nell’Africa Subsahariana.

Nel corso della sua visita, la prima di un Capo di Governo inglese nella regione dal 2013 (quando il predecessore della May, David Cameron, partecipò ai funerali di Nelson Mandela a Città del Capo), il Primo Ministro di Londra visiterà la Repubblica Sudafricana, la Nigeria ed il Kenya: per Theresa May è la prima volta nel Continente africano, se si esclude una breve visita in Tunisia ne 2016.

Il programma del viaggio istituzionale, ovviamente, prevede l’incontro con i Capi di Stato dei tre Paesi africani: Cyrill Ramaphosa, Presidente della Repubblica del Sudafrica, Muhammadu Buhari, Presidente della Repubblica Federale di Nigeria, e Uhuru Kenyatta, Presidente della Repubblica del Kenya.

Non si tratterà, però, di una semplice visita di cortesia, bensì di una sorta di viaggio di affari: assieme la Primo Ministro, infatti, viaggeranno anche il Ministro del Commercio, George Hollingbery, e il Ministro per i Rapporti con l’Africa, Harriett Baldwin, oltre ad una fitta delegazione di imprenditori e rappresentanti di aziende. Come detto dalla stessa Theresa May alla vigilia della partenza, lo scopo della missione è di rafforzare i rapporti con i Paesi del Continente africano per controbilanciare l’allontanamento dall’Unione Europea dovuto alla cosiddetta Brexit.

Con la separazione della Gran Bretagna dalla UE, infatti, il Governo di Londra è entrato in una fase problematica: prima di tutto, c’è il valore altamente divisivo che ha avuto il referendum sulla Brexit (con gli abitanti di Londra, Scozia ed Irlanda del Nord che hanno votato in massa per restare nella UE); in secondo luogo, ci sono i problemi legati alla procedura di separazione da Bruxelles, che richiedono difficili trattative che hanno più volte messo in crisi il Governo May; mostrando la profondità delle divisioni interne dallo stesso Partito Conservatore; infine, c’è la questione economica, con la previsione di forte svalutazione della sterlina fatta dalla maggior parte degli analisti.

Per contrastare le perdite economiche derivanti dalla Brexit, il Governo inglese ha puntato, in primo luogo, sul rafforzamento dei rapporti con gli Stati Uniti che, con la Presidenza di Donald Trump, hanno assunto un atteggiamento apertamente ostile nei riguardi della UE, e, i secondo luogo, aspira ad una forte rinascita del Commonwealth. Un rilancio del Commonwealth in chiave politica, però, rappresenta un’operazione tutt’altro che banale: Paesi come Canada, Australia o India sono molto più interessati alle proprie politiche nazionali e ai propri bilanci economici che non ai problemi di Londra.

L’attenzione britannica, dunque, si è rivolta verso quei Paesi che hanno maggiore bisogno di investimenti esteri per finanziare la propria crescita e che, in quanto ex-colonie inglesi, potrebbero avere un atteggiamento di favore verso la Gran Bretagna: Sudafrica, Nigeria, Kenya, ad esempio.

Il Sudafrica, dopo essere stato considerato uno delle cinque economie emergenti del terzo millennio (i BRICS: Brasile, Russia, India, Cina e, appunto, Sudafrica), ha attraversato una forte crisi che lo ha fatto ricadere al livello di tanti altri Paesi emergenti (tanto che il gruppo dei grandi emergenti è stato rinominato BRIC): finita l’era del Presidente Jacob Zuma, considerato uno dei maggiori responsabili della crisi sudafricana, il suo successore Ramaphosa ha un disperato bisogno di investimenti stranieri per riportare il Paese in crescita e potrebbe dunque essere ben disposto ad accogliere le offerte economiche della May. Lo stesso dicasi per Nigeria e Kenya, dove, tra l’altro, sono presenti truppe britanniche con il compito di addestrare le Forze Armate locali nella lotta ai gruppi terroristici dell’area.

Nel trattare relazioni vantaggiose per Londra, però, il rischio è che esiste la possibilità che alcuni, in Africa, leggano il rinnovato interesse inglese per il Continente come un tentativo di rilancio del colonialismo britannico: il persistente richiamo al Commonwealth come alternativa alla UE, fatto durante la campagna elettorale per la Brexit e nei mesi subito successivi al referendum, infatti, ha avuto spesso toni da ‘nostalgia vittoriana’ e, in Paesi giovani come quelli africani, non è detto che queste sfumature non vengano percepite con maggiore fastidio di quanto non ne possano aver provocato in Europa. In ogni caso, è probabile che, retorica a parte, gli interessi economici siano più forti della diffidenza per gli antichi colonizzatori.

La strategia inglese, che mira a sostituire gli stretti rapporti con la UE con una sorta di asse privilegiato tra GB ed Africa, dovrà piuttosto fare i conti con gli interessi di altri Paesi: primi tra tutti, proprio quelli della UE. Dopo la decolonizzazione, i rapporti tra ex-colonie ed ex-colonizzatori sono rimasti stretti: questo fa sì che, almeno per quanto riguarda le influenze europee, l’Africa resti sostanzialmente divisa in due grandi aree, una inglese ed una francese. La distinzione delle aree di influenza sui confini degli ex-imperi coloniali, però, può non essere così netta ed esistono più settori in cui queste si intersecano: è dunque probabile che gli interessi inglesi verranno a cozzare con quelli francesi. Inoltre, ci sono interessi ed investimenti portati avanti dalla stessa UE per l sostenere lo sviluppo delle aree più povere e, sul lungo periodo, diminuire il flusso migratorio dall’Africa all’Europa.

Oltre agli avversari europei, poi, Londra dovrà tenere conto dei fortissimi interessi USA sul Continente africano, soprattutto concentrati nel campo dell’estrazione mineraria: è improbabile che la stretta relazione che c’è tra Inghilterra e Stati Uniti sia sufficiente a convincere Washington a sacrificare parte dei propri guadagni a favore dell’alleato.

Nel cercare un nuovo mercato in Africa, però, la GB si troverà soprattutto in competizione con la Cina che, nell’ottica della sua strategia One Belt, One Road (OBOR: la cosiddetta Nuova Via della Seta), ha intrapreso, dagli inizi del millennio, una forte azione di investimento nel Continente: la strategia di Pechino è quella di aprire, tramite gli investimenti in Africa orientale, un collegamento verso l’Oceano Indiano. Al contrario di quanto si creda, infatti, la gran parte degli investimenti cinesi non riguarda l’estrazione di materie prime, come nel caso degli USA: la Repubblica Popolare destina in estrazioni minerarie circa il 28% dei propri investimenti in Africa (contro il 66% degli USA) destinando il restante alla costruzione di infrastrutture e all’inserimento di gruppi commerciali interessati a creare un nuovo mercato per i propri prodotti in un’area ad altissima densità di popolazione (un esempio di questa politica è la ferrovia ad alta velocità che collega la Capitale Nairobi a Mombasa, la seconda città del Paese).

Per competere con gli investimenti, estremamente vantaggiosi nei costi e ormai radicati sul territorio, che la Cina offre ai Paesi africani, la Gran Bretagna dovrà offrire molto, ad esempio dei trattati di libero scambio che non penalizzino la controparte come facevano invece quelli offerti fino ad ora da tutti i Paesi europei. Il viaggio della May in Sudafrica, Nigeria e Kenya, dunque, si preannuncia da subito alquanto complesso.

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