sabato, Maggio 8

The Importance of Being Matthew Oscar Wilde predicava che è importante chiamarsi Ernesto; qui da noi ciò vale per Matteo

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ORFINI 

 

Da qualche mese in qua, per essere degni di un fulgido futuro, è importante chiamarsi Matteo. Se lo segnino le giovani madri in travaglio.

Io ho un nipote laureando in Fisica a Pisa (ça va sans dire), ma si chiama Piermatteo, vale lo stesso o, con mia sorella, non avremmo dovuto imbastardire il nome del nonno paterno con quello di nostri avi assai meritevoli?

Gli unici Mattei del nostro orizzonte esperienziale erano un vecchietto bisunto che vendeva le fave sul carrettino, quando eravamo piccole, e un cugino di nostra nonna il quale, essendo stata l’unica grande ‘avventura’ della sua vita il servizio militare al Nord, infiorava sempre i suoi discorsi, catoneggiando: ‘Quando io ero a Torino…’, manco avesse vissuti cosmopoliti da Lawrence d’Arabia. Un bebè Matteo evocava in noi questi ricordi e preferimmo il nome composto.

Edulcoro con memorabilia familiari un po’ beffarde, l’avvento di Matteo Orfini, ‘giovane turco’ (almeno, non ‘giovane italiano’) alla Presidenza del PD, Partito già retto da un Matteo bicipite, metà Segretario, metà Premier.

Archiviato il periodo Gianni Cuperlo senza grossi traumi  -anche perché Gianni Cuperlo tutto può dirsi, fuorché traumatizzante: gentleman, forse, oppure amplificatore al Massimo-, comincia quello di un ex nemico fulminato sulla via del Nazareno e ricompensato con un ruolo non so quanto operativo.

Un avvenimento ricorrente, nella nostra storia politica, quasi una costante nel corso dei secoli: sul carro del vincitore ci sono metaforici cuscini di Damasco e drappi di velluto, ruoli mediaticamente eminenti e, magari, in altri casi, investiture lucrose.

Viva Matteo due (non la vendetta, anzi) e viva il gran pasticcio politico che vede protagonisti Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, i quali, dopo una esibita resistenza di mesi e mesi alle sirene di Matteo uno, ieri hanno annunciato di essere disponibili al dialogo sulla legge elettorale.

E’ un colpo di scena inaspettato solo per chi non guarda ai Risiko della politica, ma si ferma alla superficie. E’ la logica conseguenza, invece, di questo ‘Dragone’ che pare avanzare alla conquista di un elettorato fragile e impressionabile, il quale, in termini di voti, ha già sgranocchiato almeno un paio di stelle delle originarie cinque.

Tace il pregiudicato in camice bianco, impegnato ad affinare il proprio repertorio di barzellette per intrattenere i vecchini malati di Alzheimer (ci dev’essere stata una punta di malizia in chi gli ha affidato questo specifico fio, sia pure per poche ore a settimana, di curare i poveri inermi…), il quale vede i suoi compagni di avventura (non di bunga bunga), finire, uno dopo l’altro, dietro le sbarre.

Anzi, mi è capitato di riflettere sul fatto che fa quasi tenerezza quell’alligatore di Claudio Scajola, sbroccato per la prima bionda che l’ha preso per il naso (o almeno così raccontano i suoi avvocati, volendo fugare i sospetti di connection con la malavita organizzata).

Se avesse frequentato di più le mitiche cene eleganti, si sarebbe mitridatizzato e, invece di trasformarsi in uomo – oggetto di un’audace manipolatrice, avrebbe sviluppato gli anti-corpi contro queste maliarde capaci di impupazzare un maschio, pur con foreste di peli sullo stomaco quale è lui.

Scavo freneticamente nella mente, alla ricerca di un ricordo del Paradiso di Dante. Era materia di studio per la mia Maturità classica   -a proposito, il 18 p.v. cominciano gli esami ed ho due nipoti gemelle, Myriam e Giada, sorelle contestatrici e scomode del sunnominato Piermatteo, nella fossa dei leoni (poveri leoni!)-  e già allora feci di tutto per evitare che l’esaminatore di Italiano, un serafico sacerdote di Ischia, scoprisse che, sotto un’indoratura, io ne sapevo ben poco della terza Cantica della Commedia, preferendole le fosche tinte dell’Inferno e quelle, meno sinistre, ma comunque un po’ sanguigne, del Purgatorio.
Per dovere di cronaca, lo intortai contrabbandando Dante esule e visitatore del Castello del Parco di Nocera Inferiore, residenza di Niccolò Acciaiuoli: ci cascò!

La lettura delle suddette terzine paiono immettere nel bibliofilo Marcello Dell’Utri un’incrollabile certezza di innocenza, tale da farlo sentire mondo da ogni colpa e ambasciatore de ‘L’amor che move il sole e l’altre stelle’. Nel suo attuale domicilio, ha condomini illustri, che, mercé non terzine, ma pizzini (che fossero in rima?), movevano i traffici e gli omicidi. Un Universo che, secondo gli inquirenti, non era carburato dall’amore, bensì dai delitti.

Sono tutti bravi a protestarsi immuni da colpe e da peccati: il Doge Orsoni, ad esempio. Attualmente il Comune di Venezia si ritrova comunque decapitato, ma cotante esternazioni di limpidezza paiono stridere contro la scelta di patteggiare, ovvero di prendere al volo la liana, offerta da un ordinamento giuridico un po’ paragnosta, che favorisce chi non vuole che Magistratura e investigatori vadano a vedere troppo nelle pieghe i propri movimenti (anche bancari, naturalmente).

Poiché non resisto a dire la mia su un altro episodio fonte di polemica, pur se vi parrà piuttosto irrancidito, vorrei affrontare il capitolo ‘Paolo Ruffini’.

Peccato, innanzitutto, che sia omonimo di un valentissimo Collega giornalista, di molti anni più anziano di questo pischelletto che apre bocca e gli dà fiato. Infatti, non conoscendo i subbugli delle nuove leve d’intrattenitori, a tutta prima sono rimasta basita che una persona a modo, un gentiluomo d’antico stampo di origine siciliana, come l’ex direttore di RAI Tre, si fosse messo a strologare in presenza di Sophia Loren.

Un successivo approfondimento mi ha rivelato la storia nella sua giusta luce e il tentativo di questo Paolo Ruffini 2 (c’è sempre un doppio nella nostra realtà politico-mediatica…) di introdurre con un appellativo da angiporto livornese la povera Diva per antonomasia.

Affidargli la conduzione del David di Donatello appare un’operazione quantomeno arrischiata, come offrire a Franti l’organizzazione della Festa della Mamma.

Oppure una genialata, perché ha catalizzato le polemiche su un Premio cinematografico ormai eclissato, tanto da non essere neanche trasmesso in diretta TV. Scopriremo  -forse, vivendo-  che ce lo ritroviamo a smontare il giocattolo anche di un’altra cerimonia ‘mostro sacro’ della cultura italiana, il Premio Strega?

Ripercorrendo un po’ le notizie sui personaggi alla ribalta, mi rendo conto che son tutti toscani, a cominciare da Dante.

Oltre a Ruffini 2, è empolitana la dirigente che ha sostituito l’amato/odiato Attilio Befera a capo della temutissima Agenzia delle Entrate: Rossella Orlandi.

Anche questa una mossa furba. Il fatto che sia una donna distrae dall’origine territoriale.

Una costante, questa carica dei medicei: mi pare di aver capito che a capo dell’Ufficio Legislativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri sia stato nominato il Comandante dei Vigili Urbani di Firenze.

Che il suo know how pregresso serva a trattare per le multe comunitarie che, a causa dei magheggi in atto sui contenuti della Legge Comunitaria, stanno lievitando sempre più?

 

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