giovedì, Aprile 22

Thailandia: una condanna che riaprirà ferite irrisolte Una donna di 60 anni condannata a 43 anni di carcere per un post sui social ritenuto passibile del reato di lesa maestà

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Una sentenza che farà nuovamente esplodere le polemiche e le proteste intorno ai reati commessi in relazione alla cosiddetta ‘lesa maestà’ in Thailandia. Nello specifico, la cronaca giudiziaria locale registra la condanna di una donna dichiarata colpevole di aver pubblicato una clip audio su Facebook e YouTube con commenti critici nei confronti della Monarchia. Gli avvocati hanno successivamente confermato che un tribunale thailandese ha condannato una ex dipendente del Governo a 43 anni e sei mesi di carcere per aver violato la rigida legge del Paese sull’insulto o la diffamazione della Monarchia. In realtà, si tratta di una vexata quaestio. Soprattutto, le tante polemiche e proteste si sono concentrate sull’elemento per il quale tale reato penale sia stato spesso utilizzato dalle Autorità thailandesi per bloccare qualsiasi tipo di critica non solo verso la Monarchia, il vertice decisionale dell’intero Paese, fulcro dell’anima istituzionale stessa del Regno di Thailandia ma anche verso i ruoli amministrativi e politici della Nazione, dando per acquisito il fatto che la amministrazione del Potere sia una derivazione dalla immagine e dalla essenza del Monarca.

In questa sovrapposizione di poteri, coloro che in ambito politico ed amministrativo hanno rivestito e rivestono il compito di dirigere la Nazione, effettuano una commistione tale per cui il reato di lesa maestà è stato esteso in quanto a copertura giuridica impedendo -ai propri estremi- la libera espressione. Da tutto questo è derivato l’insieme di arresti non solo di chi criticasse il Monarca in sé e per sé ma anche tutta la piramide governativa thailandese. Fino a quando ha regnato (per settanta anni consecutivi) Re Rama IX, cioè Bhumibol Adulyadej, Sovrano amato e riverito dal popolo Thai, il tema non è stato dibattuto ai livelli attuali, proprio perché il carisma del precedente Sovrano faceva ombra sulla spinosità del tema. Tutto è cambiato quando, al soglio reale, è stato eletto suo figlio, Re Rama X, Maha Vajiralongkorn, formatosi in Germania, Paese dove ha vissuto a lungo e dove ancor oggi soggiorna per lunghi periodi e che viene visto, soprattutto dai giovani e dai giovanissimi che hanno conosciuto poco il Sovrano Padre, come un elemento alquanto estraneo al dibattito, alla società, alla Storia contemporanea del Paese. Anche sue personali scelte di vita privata ed il ripristino di forme arcaiche di vita reale, sono state oggetto di critiche aspre dentro e fuori la Thailandia.

Gli avvocati thailandesi che operano a favore della difesa dei diritti umani hanno affermato -in modo più specifico- che il tribunale penale di Bangkok ha condannato la donna, martedì 19 gennaio, per 29 capi di imputazione per violazione della legge di lesa maestà in vigore nel Paese per aver pubblicato clip audio su Facebook e YouTube con commenti critici nei confronti della Monarchia.

I gruppi per i Diritti hanno immediatamente condannato la sentenza, che arriva in mezzo a un movimento di protesta tutt’ora in corso e che ha visto critiche pubbliche senza precedenti alla Monarchia.

«La sentenza odierna del tribunale è scioccante e invia un segnale agghiacciante che non solo le critiche alla monarchia saranno tollerate, ma saranno anche severamente punite», ha detto Sunai Vasuk, ricercatore senior di Human Rights Watch. La violazione della legge della lesa maestà in Thailandia -ampiamente nota come Articolo 112- comporta una pena compresa tra 3 e 15 anni di carcere per ogni conteggio relativo ad ogni singola voce penale derivante.

La legge è controversa non solo perché è stata usata per punire cose semplici come mettere un like a un post di Facebook ma anche perché chiunque -non solo i membri della famiglia reale o le autorità- può presentare un reclamo che potrebbe costringere l’imputato in procedimenti legali per anni.

Durante gli ultimi quindici anni di disordini politici in Thailandia, la legge è stata spesso utilizzata come arma politica così come in operazioni di vendetta personale. Tuttavia, fino a poco tempo fa, le critiche del pubblico alla Monarchia erano estremamente rare.

La situazione è cambiata nell’ultimo anno, quando i giovani manifestanti che chiedevano riforme democratiche hanno lanciato appelli per la riforma della Monarchia, che molti thailandesi hanno a lungo considerato un’istituzione quasi sacra. I manifestanti hanno affermato che l’istituzione non era responsabile e ha esercitato un potere eccessivo in quella che doveva essere una monarchia costituzionale democratica. Le autorità inizialmente hanno permesso molti commenti e critiche senza accusa mossa in connessione col sistema legale vigente ma -da novembre 2020- hanno arrestato circa 50 persone e le hanno accusate di reato specifico.

Sunai ha detto che la sentenza di martedì 19 gennaio era probabilmente destinata a inviare un messaggio trasversale e nemmeno troppo recondito.

«Si può intuire chiaramente che le autorità thailandesi stanno utilizzando il contenzioso della lesa maestà come ultima risorsa in risposta alla rivolta della democrazia guidata dai giovani che cerca di frenare i poteri del Re e mantenerlo entro i limiti del Governo costituzionale. Le tensioni politiche in Thailandia ora andranno di male in peggio».

Dopo che il Re Maha Vajralongkorn è salito al trono nel 2016 in seguito alla morte di suo padre, ha informato il governo che non desiderava utilizzare la legge di lesa maestà. Ma a causa dell’escalation delle proteste verificatesi lo scorso anno e con l’intensificarsi delle critiche alla Monarchia, il Primo Ministro Prayut Chan-ocha si è ritrovato nella condizione di mettere in guardia i contestatori dal varcare il limite ed ha chiarito in sede ufficiale che da un certo momento in poi la legge sarebbe stata nuovamente applicata.

Il movimento di protesta ha perso slancio dopo gli arresti e le nuove restrizioni alle riunioni pubbliche che hanno seguito il picco dei casi di coronavirus.

Gli avvocati thailandesi per i diritti umani hanno identificato la donna che è stata condannata martedì solo con il suo nome di battesimo, Anshan ed hanno riferito che essa ha all’incirca 60 anni.

Un tribunale inizialmente l’aveva condannata a 87 anni di carcere ma la pena è stata ridotta della metà quando si è dichiarata colpevole dei crimini ascritti.

Il suo caso risale a sei anni fa, quando il sentimento anti-establishment è aumentato dopo un colpo di stato militare del 2014 guidato da Prayut. È stata detenuta in carcere da gennaio 2015 a novembre 2018.

Ha negato le accuse quando il suo caso è stato ascoltato per la prima volta in un tribunale militare, dove i crimini di trasgressione di lesa maestà sono stati perseguiti per un certo periodo dopo il colpo di stato. Quando il suo caso è stato deferito al tribunale penale, si è dichiarata colpevole nella speranza che la corte simpatizzasse con le sue azioni, poiché ha solo condiviso la voce e non l’ha pubblicata o commentata, com’essa stessa ha detto ai media locali martedì al suo arrivo in tribunale.

«Ho pensato che non fosse niente di che. C’erano molte persone che hanno condiviso questo post ed hanno ascoltato il giovane [che ha realizzato il contenuto]” ha detto Anshan. “Quindi non ci ho davvero pensato più di tanto ed ero molto fiduciosa sul fatto che alla cosa non si fosse prestata così grande attenzione perché io stessa potessi mai rendermi conto che all’epoca non si trattasse di una buona misura».

Ha poi aggiunto di aver lavorato come dipendente pubblico per 40 anni ed è stata arrestata un anno prima del pensionamento e -con una simile condanna- ora perderà la pensione. Quella che si ritiene sia stata in precedenza la sentenza più lunga per condanna correlata a lesione della lesa maestà è stata emessa nel 2017, quando un tribunale militare ha condannato un uomo a 35 anni di carcere per un post sui social media ritenuti diffamatori della Monarchia. L’uomo, un venditore, è stato inizialmente condannato a 70 anni di carcere ma la sua pena è stata dimezzata dopo l’avvenuto riconoscimento della propria colpevolezza.

Questo fatto di cronaca giudiziaria, che certamente riapre le discussioni sul tema dell’estensione e sul raggio di applicazione del reato di lesa maestà ed allo stesso tempo, sarà cartina al tornasole per verificare quanto delle proteste e del dibattito che finora s’è svolto su questo tema avrà attecchito non solo negli ambienti studenteschi e della intellighentzia thailandese ma anche in ambito sociale e politico, perché si tratta di una questione che potrebbe –in nuce– anche comportare una ridiscussione profonda del senso stesso della nozione di Democrazia nella Thailandia governata da una Monarchia parlamentare.

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