martedì, Maggio 11

Thailandia: Parit Chiwarak, il leader della protesta studentesca, in ospedale Il Tribunale ha negato ancora una volta il rilascio su cauzione per Parit Chiwarak noto col nomignolo “Pinguino” agli arresti domiciliari per il reato di lesa maestà

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Solo il 30 aprile scorso il Dipartimento di Correzione aveva ritenuto che le sue condizioni fisiche fossero ‘buone’. Ma Parit Chiwarak, un attivista studente conosciuto col nomignolo ‘Pinguino’, è finito il due maggio all’ospedale Ramathibodi. Lo sciopero della fame che durava da 46 giorni lo ha ampiamente provato.

Lo studente è in stato di detenzione cautelare da quando -a febbraio- è stato accusato per il reato di “lesa maestà”. Successivamente gli è stata più volte negata la richiesta di fissazione di una cauzione che gli consentisse il ritorno ad una libertà vigilata. In realtà, affronta oggi una dozzina di accuse connesse col suo ruolo di leader delle proteste che si sono tenute lo scorso anno contro il Governo del Primo Ministro in carica, l’ex Generale Prayuth Chan-o-cha giunto al potere attraverso il colpo di stato militare del 2014 e rimasto al potere attraverso le elezioni del 2019. Proteste delle quali lo studente attivista è diventato l’emblema e nel corso delle quali si chiedeva anche l’ottenimento di una maggiore democratizzazione dell’assetto politico attuale -una Monarchia parlamentare- con ampliamento dello spirito democratico e che modernizzi una istituzione monarchica ritenuta vetusta e inadeguata ai tempi correnti. Proprio queste richieste hanno determinato una vera sventagliata di decine d’azioni legali nei confronti di studenti che erano scesi in strada in protesta. Parit “Penguin” Chiwarak ha perso più di 12 kg (26,5 lb) e ora pesa 94,5 kg, ha detto il Dipartimento in un comunicato, aggiungendo che è stato ammesso presso le strutture ospedaliere per le preoccupazioni connesse al fatto che potrebbe andare in stato di shock se le sue condizioni peggiorassero e quindi potrebbe richiedere cure specialistiche. In realtà, la madre di Parit, Sureerat Chiwarak, giovedì scorso aveva detto che le sue condizioni stavano peggiorando. La sua salute oltretutto è diventato tema virale sui social thailandesi.

Venerdì scorso aveva chiesto la cauzione per suo figlio, la decima richiesta del genere, in ordine di successione e si è rasata la testa davanti al Tribunale per protestare contro ciò che ha detto essere un’ingiustizia. Giovedì il Tribunale ha respinto una richiesta di cauzione, sostenendo che le sue ragioni precedenti erano ancora valide.

Ogni insulto percepito come tale nei confronti della Monarchia thailandese può essere punito fino a 15 anni di carcere ai sensi della legge sulla lesa maestà.

«Sono solo una madre che ama suo figlio. Mio figlio non ha fatto nulla di male, ha solo un’opinione diversa. Non ha ricevuto giustizia», ​​ha detto. Il Tribunale ha fissato un’udienza su cauzione per il 6 maggio, che il suo avvocato Krisadang Nutcharat ha definito un segno positivo perché in precedenza il Tribunale non aveva fissato le date dell’udienza.

Di fronte all’ennesimo diniego da parte del Tribunale nei confronti della richiesta della fissazione di una cauzione e della conseguente libertà condizionata, così come pari diniego è stato opposto anche circa gli altri leader giovanili della protesta, i sostenitori della protesta hanno ripreso la propria azione nella direzione della contestazione. Domenica i manifestanti si sono radunati davanti al Tribunale penale per esprimere la loro rabbia. Un certo numero di manifestanti ha camminato dal Victory Monument al Tribunale in Ratchaphisek Road per mostrare la propria opposizione alla decisione del Tribunale di non concedere la libertà su cauzione per tutti i leader della protesta.

«La nostra pazienza sta finendo. La guerra è appena iniziata», ha detto un organizzatore della manifestazione attraverso un altoparlante. La manifestazione è stata organizzata dalla Restart Democracy (Redem), una propaggine del movimento Ratsadon. Hanno spruzzato vernice sulla segnaletica fuori dal Tribunale, hanno poi fatto il gesto delle tre dita puntate verso l’alto, simbolo dei manifestanti delle correnti anti-governative e che chiedono la riforma della Monarchia ed hanno lanciato oggetti nei locali prima di terminare la protesta dopo circa un’ora.

La Polizia ha avvertito i manifestanti di smettere di lanciare oggetti e ha detto che i poliziotti sarebbero stati pronti ad agire se l’avvertimento fosse stato ignorato.

Il gruppo ha detto che si terrà un altro raduno ma la data deve ancora essere rivelata.

La questione della “lesa maestà” applicata anche a reati di opinione che sono stati riscontrati in argomentazioni e settori differenti dallo spirito originario della legge tesa a difendere l’immagine e l’onorabilità della Corona, è oggetto di discussione da tempo, in Thailandia, in specie nei settori della società dove -con più elevati di acculturazione e scolarizzazione- ci si chiede come si possa rinnovare una Istituzione monarchica amata a livello popolare ma che oggi -soprattutto tra gli studenti- viene avvertita non consona con lo spirito dei tempi. Il Governo di Prayuth Chan-o-cha nel 2014 è entrato al potere attraverso un colpo di stato presentato come un tentativo di pacificazione della scena politica thailandese fattasi eccessivamente violenta ed animata da acerrime opposizioni. E’ stato poi ufficializzato da un referendum votato più che altro per desiderio di dare una svolta al fine di poter tornare ad un contesto più “politico”; in realtà, dopo la revisione del sistema elettorale, l’Esercito ha occupato maggior spazio nel Parlamento thailandese assicurandosene de facto un terzo. Questo, quindi, invece che pacificare la scena thailandese l’ha ulteriormente cristallizzata e non certo nella direzione di un ampliamento del linguaggio democratico, il che è oggi l’argomento principale portato avanti dalla protesta studentesca. Quest’ultima, poi, vede l’abbassarsi dell’età dei partecipanti, poiché in precedenza riguardava soprattutto gli studenti universitari ma -dopo il cambio alla guida del Regno- la protesta ha coinvolto più direttamente fasce generazionali meno legate al precedente sovrano, il quale ha regnato per settanta anni consecutivi e che oggi vedono nella Monarchia una Istituzione che ha bisogno di essere rinnovata ed ispirata da canoni di governo politico della realtà nazionale più vicina quindi, allo spirito dei tempi correnti.

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