venerdì, Maggio 14

Thailandia, nessuna certezza dalle urne field_506ffb1d3dbe2

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La settimana si apre con l’incertezza sulla situazione in Thailandia, dopo che ieri hanno avuto luogo le elezioni indette dal Primo Ministro Yingluck Shinawatra. I risultati, infatti, non sono ancora stati resi pubblici e, benché sia prevista una schiacciante vittoria del partito di Governo Pheu Thai, sono diversi gli scenari che potrebbero schiudersi per il Paese nei prossimi giorni. Tutto dipenderà infatti dalla percentuale di ‘non voto’, ossia di scelta dell’opzione «Nessuno dei candidati più sopra esposti» nella scheda elettorale. Inoltre, la Commissione Elettorale ha dichiarato che sarebbero 12 milioni, vale a dire un quarto dell’elettorato, i cittadini thailandesi che avrebbero disertato le urne, anche per l’ostruzione dell’opposizione: in effetti, un seggio ogni dieci sarebbe stato reso inagibile da quest’ultima. Ciò nonostante, va segnalato come, in generale, le operazioni di voto nel Paese si siano svolte in maniera relativamente pacifica. Oggi, tuttavia, i manifestanti erano ancora per le strade di Bangkok, intenzionati a concretizzare gli scenari a loro più congeniali, quali l’annullamento del voto o il cosiddetto ‘golpe giudiziario’. Al momento, però, il loro numero sembra diminuire, anche se sembra ancora lontana la cessazione del conflitto istituzionale.

Benché si siano svolte in modo più sereno, neanche le elezioni in Costa Rica ed El Salvador hanno portato ad un risultato definitivo: per conoscere i nomi dei nuovi Presidenti bisognerà attendere i ballottaggi, che si terranno rispettivamente il 6 aprile ed il 9 marzo. Nel caso del Costa Rica, i contendenti saranno Johnny Araya, del Partito della Liberazione Nazionale (PLN), e Luis Guillermo Solís, del Partito di Azione Civica (PAC). Araya partiva come favorito, ma una serie di scandali legati al Governo dell’attuale Presidente e sua compagna di partito Laura Chinchilla hanno indebolito la sua posizione negli ultimi mesi, permettendo addirittura il sorpasso in questo turno da parte del suo avversario. Col 30,9% dei voti contro il 29,7% di Araya, il progressista Solís potrebbe raccogliere al ballottaggio anche il 17,2% di un altro candidato di sinistra, José Maria Villalta, assicurandosi così la vittoria. E la sinistra potrebbe vincere anche in El Salvador, dove l’ex guerrigliero marxista ed attuale Vicepresidente Salvador Sánchez Cerén ha sfiorato la vittoria al primo turno ottenendo il 48,9% dei voti. Sono dieci i punti percentuali con cui ha staccato il candidato del partito conservatore ARENA, l’ex sindaco della capitale San Salvador Norman Quijano, ed è perciò improbabile che quest’ultimo possa sortire una vittoria al ballottaggio.

Se in America Centrale, per ragioni costituzionali, gli attuali Capi di Stato non si sono potuti ripresentare, in Lituania la Presidente Dalia Grybauskaite ha invece annunciato la propria intenzione di correre per un secondo mandato. Prima donna eletta in tale carica nel suo Paese, Grybauskaite è stata anche Commissario europeo per la Programmazione Finanziaria ed il Bilancio. Due i partiti che si sono già dichiarati pronti ad appoggiarla: l’Unione della Patria – Democratici Cristiani Lituani (TS-LKD) ed il Movimento dei Liberali.

Non correrà invece per la Presidenza, smentendo quanto dichiarato appena una settimana fa, la sudafricana Mamphela Ramphele. «Non era il momento giusto» ha dichiarato l’ex consorte dell’attivista anti-apartheid Steve Biko, gettando nel caos Alleanza Democratica, il partito con cui si era accordata per sfidare alle urne il partito di maggioranza dell’African National Congress (ANC). Originariamente, Ramphele si era proposta col partito Agang, a cui ora tornerà tra le accuse di opportunismo ed inaffidabilità lanciatele contro dai vertici dell’Alleanza Democratica, in particolare dalla sua leader Helen Zille.

Ancora da decidere, in questa giornata di annunci pre e post-elettorali, la quarta candidatura del Presidente dell’Algeria Abdelaziz Bouteflika. 26 partiti nazionali hanno infatti dichiarato in maniera congiunta di sostenere un eventuale nuovo mandato del già tre volte eletto Capo di Stato, al potere dal 1999. La presenza del maggioritario Front de Libération Nationale (FLN) tra i sostenitori della nuova candidatura assicurerebbe la rielezione, data la debolezza dell’opposizione, ma a sollevare dubbi sono il cagionevole stato di salute dello stesso Bouteflika e l’imminenza delle scadenze elettorali. I seggi si apriranno infatti il 17 aprile e, per legge, le candidature devono essere registrate entro il 4 marzo. Ciononostante, dichiarazioni di esponenti dell’entourage presidenziale sembrano denotare ottimismo per la riuscita dell’operazione.

È migliorata invece la salute del Presidente ucraino Viktor Janukovyč, che nei giorni scorsi aveva preso temporaneo congedo dal proprio ufficio. Il Presidente ritrova una situazione ancora critica. Da un lato, l’opposizione ha presentato oggi in Parlamento una bozza per ritornare alla Costituzione nata nel 2004 sull’onda della cosiddetta ‘Rivoluzione Arancione’: un testo che prevedeva poteri più limitati per il Capo di Stato e che, infatti, era stato modificato in occasione della nomina dello stesso Janukovyč nel 2010. Dall’altro lato, il Presidente deve gestire la transizione di Governo dopo le dimissioni dell’ex Primo Ministro Mykola Azarov. In questo caso, la pressione maggiore arriva forse da Mosca, che ha congelato il proprio pacchetto di aiuti per 15 miliardi di dollari fino alla nomina del nuovo Premier. Inoltre, è di oggi la notizia delle difficoltà dell’azienda energetica ucraina Naftogas nel pagare le importazioni di gas alla russa Gazprom. Oltre ad inserirsi nella travagliata relazione tra i due Paesi relativa al gas, un’eventuale crisi avrebbe ripercussioni anche sull’Unione Europea, portando le prossime decisioni di Kiev ad un livello ancor più complesso, quello dell’intricata geopolitica del gas.

Naturalmente, non bisogna scordare che anche gli Stati Uniti seguono con attenzione gli sviluppi nell’Europa Orientale, in special modo per quanto riguarda l’allargamento della Nato. Oggi, intanto, il Segretario di Stato John Kerry ha ricevuto una richiesta dal Presidente Abu Mazen perché proprio la Nato presidi a tempo indeterminato il futuro Stato palestinese. In un’intervista rilasciata al ‘New York Times, Abu Mazen ha infatti lanciato l’idea di un ritiro di Israele dalla Cisgiordania da effettuarsi in cinque anni, a fronte del quale la Palestina accetterebbe di rinunciare ad un esercito per mantenere solo una forza di polizia. In questo quadro, una missione della Nato guidata dalla Casa Bianca fungerebbe da garante e potrebbe presidiare la zona senza limiti di tempo. La proposta, tuttavia, ha già trovato il deciso rifiuto del Governo israeliano.

Nel frattempo, però, anche un altro storico rivale di Israele sembra tentare un avvicinamento a Washington. In visita a Berlino, il Ministro degli Esteri iraniano Mohamad Javad Zarif ha infatti rilasciato dichiarazioni dal tono decisamente conciliatorio e propositivo. Distaccandosi dalla linea del precedente Governo di Mahmud Ahmadinejād, Zarif ha condannato la Shoah definendola «una crudele tragedia, funesta, che non si dovrà mai ripetere» ed ha asserito che Teheran non lancerà azioni militari contro nessuno, ribadendo due volte il concetto. Ha inoltre reputato possibile un accordo sul programma nucleare iraniano nei prossimi sei mesi, aggiungendo di non temere le decisioni del Congresso statunitense per via delle intenzioni di veto dichiarate dal Presidente Barack Obama nel corso del Discorso sullo Stato dell’Unione.

Il Medio Oriente vede anche un cambiamento sul fronte siriano, dove il sempre più indipendente movimento paramilitare dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) perde l’appoggio di Al Qa’ida. La decisione dell’organizzazione terroristica di non appoggiare più l’ISIL è d’altronde coerente col tentativo effettuato nelle ultime settimane di ricompattare l’opposizione al Presidente Baššar al-Asad. L’ISIL era ormai da tempo in conflitto con altre fazioni, il che aveva portato a numerosi massacri e ad un indebolimento anche al tavolo di Montreux. Ora Al Qa’ida potrebbe sostenere un altro gruppo islamista, il Fronte Nusra.

Al Qa’ida rimane attiva anche in Iraq, dove la situazione di guerra non sembra poter migliorare nel breve periodo. Il Governo di Nuri al-Maliki, che tra poco più di due mesi cercherà la conferma del mandato alle urne, rimane infatti invischiato nel conflitto con gruppi legati all’organizzazione di Ayman al-Ẓawāhirī e, in generale, con le milizie sunnite. Queste ultime occupano da tempo la città di Falluja e l’esercito regolare sta perciò cercando di riconquistarne il controllo avanzando lungo la regione dell’Anbar. Oggi la città è stata bombardata e nell’area hanno avuto luogo scontri che avrebbero portato, secondo fonti governative, alla morte di 57 miliziani sunniti, probabilmente appartenenti al già citato ISIL.

In chiusura, ulteriore rinvio per l’udienza in India che vede imputati i due marò. Tra una settimana dovrebbero però essere finalmente esposti i capi di accusa per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. A spingere le autorità indiane a sbloccare il procedimento potrebbe essere stata soprattutto la pressione imposta dall’Unione Europea attraverso le parole del Presidente della Commissione José Barroso, ma oggi era in India anche il Sottosegretario agli Esteri Staffan de Mistura, che ha ufficialmente chiesto il rimpatrio per i due militari «di fronte dell’indecisione della pubblica accusa». Quale che sia la risposta a questa richiesta, sembra che il Governo indiano abbia deciso, nel frattempo, di non ricorrere all’uso del SUA Act, la legge antiterrorismo che avrebbe reso possibile la pena di morte per i due imputati.

 

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