domenica, Settembre 26

Thailandia, attentato a Bangkok Libia: Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Stati Uniti, preoccupati per le sorti del Paese

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Bilancio ancora provvisorio, ma si allunga il numero delle vittime dell’attentato che alle 19 nel fuso della Thailandia, le 14 ore italiana, ha scosso la città di Bangkok. Ancora non è chiaro di che nazionalità siano le 27 persone rimaste uccise, ma secondo la tv thailandese tra gli 80 feriti ci sarebbero numerosi turisti. La Farnesina sta facendo le sue verifiche per assicurare che non ci siano italiani coinvolti. La bomba è stata messa all’interno di un motorino ed è esplosa a Rachaprasong, non lontano dal centro della città e a pochi metri da un tempio buddista molto affollato, perché in molti si recano a pregare. «Posso confermare che si è trattato di una bomba, ancora non possiamo dire di che tipo, stiamo verificando» ha detto poco dopo il portavoce del capo della polizia thailandese, il generale Prawut Thavornsiri. Non sono note, al momento, nemmeno le motivazioni del gesto e infatti non è arrivata nessuna rivendicazione, ma nel 2010, per circa due mesi, quell’angolo di strada è stato il quartier generale delle camicie rosse durante le proteste che hanno messo in allerta la capitale. Gli inquirenti non vogliono tralasciare nessuna pista e stanno già raccogliendo le prove, ma non resta molto se non un circuito elettrico, ritrovato a circa 30 metri dal luogo della detonazione, che potrebbe essere parte dell’ordigno. Il quadrato di strada in cui è stato parcheggiato il motorino pieno di esplosivo ora è un gigantesco cratere e l’onda d’urto ha investito 45 auto e tutte le persone che erano lì in quel momento. Poco dopo l’esplosione, sul luogo sono arrivati i mezzi di soccorso, i vigili del fuoco e i poliziotti, che hanno dovuto portare l’ordine tra la folla terrorizzata.

«Siamo profondamente preoccupati dalle notizie che parlano di bombardamenti indiscriminati su quartieri della città densamente popolati e di atti di violenza commessi al fine di terrorizzare gli abitanti». Sono le parole che i governi di Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Stati Uniti hanno scritto in una nota congiunta dopo gli ultimi attacchi dell’Isis in Libia. «Condanniamo con forza gli atti barbarici che i terroristi stanno perpetrando nella città di Sirte» hanno scritto, chiedendo a tutte le forza libiche di unire le forze per combattere la minaccia dei jihadisti e gettare le basi per un Paese unito. Negli ultimi giorni proprio dalla Libia sono arrivate notizie di nuovi orribili violenze commesse dai terroristi del così detto califfato islamico, i quali hanno decapitato e crocifisso dodici combattenti di Sirte, catturati durante il tentativo di spingerli fuori dalla città costiera. A riferire dell’ultimissimo atto di barbarie è stata l’agenzia di stampa libica Lana, che fa capo alle autorità di Tobruk, riconosciute dalla comunità internazionale, che hanno anche fatto sapere dell’uccisione di uno dei leader salafiti, Khaled Ben Rjab. È da giugno che la città di Sirte è nelle mani degli uomini del leader Abu Bakr al-Baghdadi e da allora i miliziani neri hanno ucciso oltre duecento persone. Proprio qualche giorno fa sono entrati nell’ospedale locale e hanno ammazzato a sangue freddo 22 pazienti.

Sembra che nessuno riesca a frenare l’avanzata dell’Isis, ma intanto il governo filo-islamico di Tripoli ha lanciato una vasta operazione per cacciare via gli assassini, soprattutto nella parte orientale della città, con il benestare della comunità internazionale che ha monitorato e oggi ha diffuso la nota stampa. «Per la recente sessione di negoziati per il dialogo politico svoltasi a Ginevra» hanno scritto ancora Italia, Francia, Gran Bretagna, Germania, Spagna e Stati Uniti «ribadiamo tutto il nostro appoggio al processo di dialogo guidato dal Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite, Bernardino Leon. Gli avvenimenti terribili che stanno accadendo a Sirte sottolineano ancora quanto sia urgente che le varie fazioni libiche trovino un accordo per la formazione di un governo di concordia nazionale che, in cooperazione con la comunità internazionale, possa garantire la sicurezza al Paese contro i gruppi di estremisti violenti che cercano di destabilizzarlo».

La coalizione occidentale ha, però, voluto ribadire che non esiste una soluzione militare al conflitto politico in Libia, ma resta da risolvere a tutti i costi la situazione economica e umanitaria, che peggiora giorno dopo giorno. «Siamo pronti a sostenere la messa in pratica di questo accordo politico, affinché il Governo di Concordia Nazionale e tutte le nuove istituzioni nazionali possano funzionare efficacemente e venire incontro alle necessità più urgenti del popolo libico» conclude la nota. Sulla questione è intervenuto stamattina anche il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. «La Libia rischia di diventare un’altra Somalia a due passi dalla nostra costa, se non si riuscirà a breve a siglare un accordo di unità nazionale tra le parti che oggi si contendono il controllo del Paese» ha detto Gentiloni in un’intervista alla Stampa. «È uno scenario che di fatto farebbe entrare la Libia nell’agenda della coalizione internazionale contro lo Stato islamico, con l’obiettivo di contenere il terrorismo». «Il tempo è cruciale e non è illimitato» ha aggiunto, non senza preoccupazione, «specialmente oggi che la presenza dell’Isis a Sirte ha assunto caratteristiche allarmanti».

Anche in Siria la presenza del califfato islamico sta diventando predominante, anche se i jihadisti si trovano coinvolti in una guerra lunga e confusa che sembra non mettere d’accordo nessuno, nemmeno sul piano internazionale. Durante gli incontri per concordare una ‘exit strategy’ dall’empasse siriana, infatti, era stata ipotizzata un’uscita di scena graduale di Bashar al Assad. Ma oggi la Russia ha confermato il sodalizio con il presidente e ha riferito di ritenere inaccettabile trasformare la rinuncia al potere di Assad in una precondizione per una soluzione politica nel Paese. Le parole sono del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, che in questi giorni ha incontrato anche il ministro saudita Adel al Jubeir, e precedentemente il segretario di Stato Usa John Kerry. Al centro del discorso la Siria, certo, ma anche in generale il tema del terrorismo.

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