sabato, Ottobre 16

Testimoni di giustizia senza tutela Finito il programma di protezione devono poter tornare a una vita normale

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I testimoni di giustizia sono le sentinelle del territorio, che anziché cedere alle richieste delle organizzazioni criminali e rimanere vittime del racket, decidono con coraggio e senso di responsabilità di denunciare gli episodi di estorsione o usura subiti.
Entrano in un programma caratterizzato da misure di protezione ordinarie e, qualora risultino insufficienti, vengono speciali misure di sicurezza, incardinate sull’attività della Commissione centrale presso Ministero dell’Interno che tutelino l’incolumità di soggetti a rischio, quelli in costante e gravissimo pericolo di vita.
Da quel momento lasciano la terra d’origine e vengono trasferiti in un luogo segreto dove vivranno fino a quando il pericolo non sarà cessato. Una permanenza che può durare lunghissimi anni prima che il programma di protezione termini il suo corso.
Colpisce una frase che ha rilasciato per ‘L’Indro Luigi Coppola, testimone di giustizia dal 2001: “Se potessi rinascere sapendo di vivere il calvario vissuto fino ad oggi, sceglierei la Sicilia, lì almeno negli ultimi anni c’è un’attenzione istituzionale che in altre regioni, come la Campania, non esiste”.
Il suo calvario inizia quando, svolgendo la sua attività di commerciante di auto, entra nel mirino di alcuni clan camorristici nell’area tra Pompei e Castellamare di Stabia.
Denuncia i tentativi di estorsione subiti e viene sottoposto a un programma di protezione che è durato nove lunghissimi anni, dal 2001 al 2010. Poi, gli viene tolta la scorta e deve affrontare, dal suo punto di vista “l’isolamento e lo stato di abbandono da parte della società e delle istituzioni”.
Cerchiamo di capire se e in che modo le istituzioni garantiscono a questi cittadini il sostegno per l’integrazione nella comunità, garantendo loro una vita dignitosa. Proviamo ad analizzare quali sono gli interventi che la politica sta attuando per l’integrazione sociale di onesti lavoratori che hanno avuto come unica ‘colpa’ quella di aver contribuito con la loro testimonianza a combattere l’illegalità.
Ne parliamo con Davide Mattiello (Gruppo indipendente –Pd) e Angela Napoli (ex Fli). Il primo è componente della V Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul fenomeno delle mafie, e sulle altre associazioni criminali, la seconda è attualmente consulente della Commissione parlamentare Antimafia e presidente dell’Associazione ‘Risveglio Ideali’. Entrambi si sono occupati nel loro percorso politico di testimoni di giustizia.
Mattiello ha fatto parlare di sé per la relazione approvata il 20 ottobre 2014 all’unanimità della Commissione Antimafia, nella quale, tra l’altro, si auspica la riduzione del ricorso allo strumento della testimonianza in dibattimento come fonte di prova.
Spesso durante i dibattimenti ci si appoggia un po’ troppo a queste testimonianze perché, essendo intrinsecamente attendibili, risultano ‘comode’ per la magistratura, in grado così di chiudere in breve tempo un processo”. “Si potrebbe  fare a meno della loro testimonianza in dibattimento come fonte di prova, evitando loro il trauma di tutte le conseguenze vissute. Oggi esiste per gli investigatori una tecnologia adeguata in grado di costruire prove incontrovertibili da portare in dibattimento. Abbiamo i satelliti, i social network e gli altri strumenti utili a captare i flussi digitali di una persona”, ribadisce l’onorevole Mattiello.
Angela Napoli invece si è occupata di testimoni di Giustizia dal 2006 e nel 2008 è diventata coordinatrice del comitato preposto, interno alla Commissione parlamentare antimafia ed è stata membro della Commissione Parlamentare Antimafia per quattro legislature. Attualmente non è più deputato essendosi dimessa dal Fli nel gennaio 2013.
Cerchiamo di comprendere con entrambi gli interlocutori quali possono essere gli interventi migliorativi per la qualità della vita sia dei testimoni di giustizia sia delle loro famiglie.
Ho predisposto e fatto approvare una adeguata relazione, nella quale, non solo venivano esposti i punti di criticità che permangono nelle norme vigenti, ma proponevo anche soluzioni, per alcune delle quali sarebbe necessario un intervento normativo, per altre una diversa valutazione di approccio e di interventi da parte degli organismi preposti alla tutela dei Testimoni”, afferma la ex onorevole Napoli.
Per Angela Napoli “nonostante l’azione del Servizio Centrale di Protezione metta in atto gli standard delle misure tutorie previste dalla vigente normativa, le stesse risultano carenti e quindi andrebbero individuate nuove soluzioni gestionali ed operative”. “Le misure di protezione andrebbero calibrate in relazione alle caratteristiche specifiche di ciascun Testimone di giustizia, tenendo conto della tipologia in cui esso si inquadra. Ad esempio occorrerebbe individuare un’adeguata capacità degli organi di protezione a trattare i Testimoni che svolgevano l’attività di imprenditore nella località di origine e che vorrebbero continuare a svolgerla nella stessa località”.
Un discorso che implica, a monte, una migliore pianificazione politica delle risorse. Alla base degli impedimenti che in questi anni hanno ostacolato il miglioramento della qualità della vita di questi cittadini vi è “l’esistenza della mentalità che ha considerato, quasi sempre, la figura del testimone come un ‘peso’ e non come una ‘risorsa’.Tale mentalità non ha sicuramente riservato l’attenzione necessaria ad eliminare tutti i punti di criticità esistenti, tra i quali la non sempre adeguata selezione e formazione del personale preposto alla speciale protezione” sostiene la Napoli.
Sullo stato di abbandono e di isolamento istituzionale la consulente della Commissione Antimafia è netta: “Gli organismi preposti all’attribuzione della tutela dovrebbero essere consapevoli che il pericolo dell’incolumità personale del Testimone di giustizia non finisce sicuramente quando, finite le varie fasi processuali, il criminale viene assicurato alle patrie galere.
Per Davide Mattiello, tra i problemi che urgano di essere affrontati vi è la ricezione delle notifiche: “Quando non vi è nessuna possibilità di collegamento con il mondo esterno, lo Stato deve mettere in condizione il testimone di ricevere in modo puntuale le notifiche, cioè le informazioni ufficiali circa le ordinarie questioni amministrative e fiscali, onde evitare il fallimento delle aziende, l’accumulo di debiti, le perdite immobiliari, e molte altre situazioni che possono verificarsi nel momento in cui non si ha la possibilità di occuparsene direttamente, per la distanza dal luogo di origine”, chiosa il deputato.
Inoltre, la politica, fino ad oggi, non è intervenuta adeguatamente per favorirne l’inserimento lavorativo.  “La capitalizzazione è spesso inadeguata. Il tesoretto che viene dato nelle mani del testimone per ricominciare una nuova vita non è sufficiente. Avrebbero bisogno di un accompagnamento al lavoro più responsabile e sostanziale”, chiosa l’onorevole Mattiello.
Oggi la legge approvata lo scorso febbraio prevede l’inserimento lavorativo nella Pubblica Amministrazione qualora queste persone non riescano a inserirsi in altri settori, ma al momento è attuata solo in Sicilia, regione a Statuto Speciale e non nelle altre regioni d’Italia.
La regione siciliana ha previsto dei fondi pubblici ad hoc per l’assunzione. Questo significa che i testimoni siciliani possono essere assunti anche in esubero rispetto ai posti disponibili. Nelle altre regioni, invece, la legge nazionale non ha previsto fondi ad hoc per l’assunzione. Ciò vuol dire che in altre regioni i testimoni potranno essere assunti mano a mano che si liberino dei posti nella P. A. sulla base di determinate graduatorie e solo qualora vi sia la copertura in bilancio”. “Al momento stiamo facendo una ricognizione dei posti disponibili nella P.A., staremo a vedere cosa succede in autunno quando finiremo il nostro lavoro. Allora saremo in grado di fare un bilancio”, conclude Mattiello.

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