domenica, Maggio 9

Europa, terrorismo: tra paura e consapevolezza

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Il Dottor Arije Antinori è Criminologo e analista geopolitico ed esperto in strategie di prevenzione e contrasto al crimine organizzato e al terrorismo. Di fronte alla recrudescenza degli attacchi nelle città europee, alle aberrazioni percettive delle minacce e alla mutazione del fenomeno terroristico, abbiamo chiesto all’esperto alcuni chiarimenti sulle dinamiche e i nuovi scenari capaci di riorientare le politiche di sicurezza e produrre, possibilmente, una risposta attiva della cittadinanza alternativa alle derive sociali della paura.

Dottor Antinori, potrebbe descrivere in sintesi come si svolge la sua attività di expertise?

In senso ampio, per ciò che riguarda l’attività condotta, propongo di mettere a sistema, attraverso l’integrazione degli approcci qualitativo e quantitativo, quelle che sono le metodologie consolidate di analisi nell’ambito della sicurezza. Inoltre, cerco di implementare ed innovare la disciplina proponendo un approccio cross-disciplinare. Questo è l’elemento cardine, l’unico a mio modo di vedere in grado di dare oggi una risposta concreta, in termini di complessità, al fenomeno  terroristico che stiamo osservando in questi anni, ma anche ai fenomeni criminali organizzati nel loro evolversi. Ciò avviene al di là dell’integrazione più o meno stretta con la tecnologia, elemento che comunque in ambito criminale acquisisce un ruolo sempre più centrale.

Sostanzialmente, questo approccio disciplinare integra le discipline criminologiche con le scienze sociali, con particolare attenzione alle scienze della comunicazione e computazionali.  Il lavoro dipende dalle necessità del committente: mi occupo, ad esempio, di europrogettazione o di progettazione in seno a specifici gruppi che nascono su determinati fenomeni-chiave. A questo livello strategico, si possono condurre analisi volte ad intercettare gli elementi-chiave del fenomeno e destrutturarlo , osservandone lo sviluppo entro una determinata tempistica al fine di produrre diagnosi di prevenzione e di intervento basate sui trend individuati.

Un’altra attività consiste nel lavorare specificamente sugli scenari, in particolare evolutivi, provvisti di una timeline di medio e lungo termine.  Tengo a precisare che non credo minimamente all’ ‘uomo solo’ o comunque a un approccio centrato sul soggetto singolo, che sia in grado di dare risultati efficaci nell’analisi finalizzata alla prevenzione e del contrasto di quelli che chiamo ‘fenomeni criminali complessi’. Ad essi riconduco, in particolare: criminalità organizzata, criminalità organizzata di tipo mafioso e terrorismo.  Pertanto, rifuggo da ogni mono-lettura e mono-approccio. Invece, nell’ambito della mia attività mi integro con altre expertise, ossia con altri soggetti provenienti da mondi diversi, che possano offrire una lettura del fenomeno da porre a sistema insieme alla mia, ovviamente con un rigore metodologico. ‘Rigore’ significa rispettare un framework semantico preciso, quindi condividere dei concetti-chiave e costruire indici specifici, mantenendo la priorità rispetto alle necessità di attestare e validare il risultato delle analisi.

Pertanto, mi integro in modo cross-disciplinare per elaborare analisi ai fini dell’individuazione di strumenti utili alla prevenzione e al contrasto dei fenomeni in oggetto. A esempio, rispetto alla determinazione di fenomeni criminali complessi in ambito tecnologico , lavoro anche sui profili di anticipazione. Citerò, in proposito, la mia partecipazione a una serie di advanced workshop in seno alla NATO o al «Millennium Project», dove si lavora con un approccio basato sulle Scienze sociali relativamente all’evoluzione dei fenomeni e degli scenari legati, per ciò che mi riguarda, alla sicurezza e alla criminalità. Al momento, sto lavorando sui contesti legati alle smart-cities, quindi sulle vulnerabilità, la ridefinizione dei rischi e l’implementazione ed evoluzione delle minacce  nell’ambito di quelle realtà, considerando i trend rispetto a questi obiettivi di sviluppo

Può dirci qualcosa di più sull’attività di anticipazione dei fenomeni?

Si lavora anche sulla capacità di anticipare. In ambito tecnologico, tutta l’infrastruttura digitale ha uno sviluppo piuttosto lineare : osservando un fenomeno nella sua integrazione tecnologica, con un buon margine di attendibilità, si può comprendere, ad esempio – anche per gli investimenti in corso e per una serie di elementi di sviluppo significativi – , la realtà aumentata, considerando come essa possa costituire una risorsa efficace nell’ambito del terrorismo.  A partire dai suoi sviluppi commerciali (oltre all’aspetto ludico-commerciale per la cittadinanza), tale tecnologia può essere sfruttata in modo aggressivo e lesivo per la società da parte degli attori del terrorismo, in una timeline che è stabilita  in base allo scenario che si va costruendo .

Oggi, però,  è la stessa evoluzione tecnologica a contrarre i tempi di scenario : mentre il mondo analogico, anche per ciò che riguarda le relazioni internazionali, quindi le dimensioni geopolitiche e geostrategiche degli attori, era assolutamente legato a una dicotomia piuttosto rigida e a uno sviluppo che aveva tempi piuttosto lenti – era possibile, perciò, immaginare scenari di lungo termine -, ad oggi, con il debito margine di  errore possibile, questo è molto più difficile perché ci troviamo in un quadro di complessità maggiore  e viviamo un’accelerazione dei processi legati al mutamento sociale decisamente più serrata

Nella recente conferenza tenutasi a Firenze lo scorso maggio sul tema «Mutamento ed evoluzione della minaccia terroristica in Europa» si è parlato (mi baso sul resoconto di Marco Martucci, Socio di «Sicurezza cum grano salis») della necessità di «agire sui modi e i tempi di reazione», e di «abbassare la percezione della minaccia a un livello strutturale più basso». Cosa significa concretamente? L’opinione pubblica può essere sensibilizzata in questo senso evitando di alimentare rappresentazioni della realtà fondate sulla paura ?

«Abbassare la percezione della minaccia a un livello strutturale più basso»: a mio modo di vedere, è necessario che ciò avvenga in termini assolutamente non persuasivi, ossia senza creare una rappresentazione distorta della minaccia tra l’opinione pubblica. Mai come in questi tempi, ci vuole un rapporto di assoluta trasparenza tra istituzioni e cittadinanza. Posso, invece, intendere la citazione in modo positivo, ossia: l’alterazione della percezione della minaccia avviene nel momento in cui si è sopraffatti dalla paura, dall’angoscia, dall’ansia, che comportano una valutazione della minaccia superiore a quella effettivamente concretizzabile, e sono proprio i risultati delle campagne di costruzione della paura e di quelle che chiamo – questa serialità che sono condotti ad esempio in Europa in modo anche disomogeneo per ciò che riguarda gli attori – ‘microonde jihadiste’. Come le microonde, infatti, esse hanno un’intensità molto forte, ma hanno una frequenza serrata e l’onda piuttosto ristretta. Quindi, sono fortemente penetranti. Nella loro capacità, le ‘microonde’ riescono ad alimentare sorta di ‘strategia delle braci’ (fatto il fuoco, restano le braci, ma basterà soffiarci un po’ sopra per ravvivarlo). Con queste dinamiche, si incide sull’insicurezza percepita , sulla paura, per cui si ha la percezione di vivere in un mondo totalmente insicuro, con una minaccia latente onnipresente, determinabile in ogni momento e che non ha più una forma, ma è ‘gassosa’ o ‘liquida’ – nell’accezione di Zygmunt Bauman – . in tal senso, ognuno può rappresentare una minaccia:  il mio vicino di casa, l’inquilino del piano sottostante, la persona con cui lavoro, etc. Pensiamo soltanto alla costruzione della categoria semantica del ‘lupo solitario’, alla quale possono essere ricondotte diverse tipologie di attori.

La cosa importante, sul piano della prevenzione e del contrasto, è che gli attori del terrorismo e, trasversalmente,  Al Qaeda e l’Isis, hanno creato una categoria molto suggestiva, estremamente notiziabile, sulla quale si possono strutturare narrazioni seduttive e persuasive, e che funziona come generatore e rigeneratore di paura , oltreché come attivatore relativamente ai soggetti più vulnerabili spesso con un vissuto problematico o con un quadro psicotico o sociopatico. Pertanto, se dovessi parlare personalmente di ‘abbassare la percezione della minaccia’, lo intenderai precisamente come informare e, ancor prima, formare l’opinione pubblica sulla reale consistenza della minaccia sulla concreta attività delle Forze dell’ordine e militari, degli apparati   di sicurezza nella prevenzione e nel contrasto.

Questo processo comprende anche il dovere pubblico di informare la popolazione  e formarla sulla gestione degli eventi critici: sulla necessità, cioè, di avere un comportamento che sia confacente con la gestione propria della sicurezza nella collettività. Pensiamo al panico seminato a Torino: è importante, insegnare anche l’ ‘inopportunità’,  al di là delle responsabilità istituzionali (legate all’ordine pubblico, al commercio di bottiglie di vetro, etc.), ma c’è anzitutto la necessità di informare l’opinione pubblica sulla consapevolezza che un luogo del genere non è un luogo sicuro. Nel caso si verifichi qualsiasi tipo di evento… Una scossa di terremoto, seppur lieve, avrebbe generato lo stesso panico. Immaginiamo cosa sarebbe accaduto, poi, se si fosse verificato un attacco terroristico (ad esempio, un suicide bomber che si fosse fatto esplodere sul posto).

Quindi anche la consapevolezza dell’opinione pubblica  nella popolazione dovrebbe porsi all’interno di una cultura della sicurezza partecipata e proattiva. Per questo non ci deve essere un’ossessione alla  segnalazione, bensì un’attenta osservazione della quotidianità. E lì dove si evidenziano gli elementi di distorsione, elementi che lasciano spazio ad eventuali possibilità che si verifichi qualcosa di negativo, si va a interagire con le Forze dell’ordine e le istituzioni , al fine di segnalare questi episodi. Ripeto, senza naufragare nella fobia, ma in un quadro di autoresponsabilizzazione e auspicabile ricostruzione del rapporto tra istituzioni e cittadinanza.

Questo discorso riguarda significativamente anche l’agire sui modi e i tempi di reazione. Nel momento in cui apprendo qual è la funzione  della minaccia, cosa rischio concretamente  e cosa dovrò osservare, a quel punto, anche in termini di resilienza – quindi di reazione che ha una sua operatività – , so come muovermi.   So che, per esempio, i giovani e gli anziani vanno tutelati in un certo modo . In una condizione di affollamento di massa (o crowding) , devono essere ‘gestiti’ in altro modo, essere posti in sicurezza in un’area prestabilita. E’ solo un esempio.

Insomma, dobbiamo tener conto che la minaccia terroristica è concreta, è reale ed esiste in questo secolo, almeno per ora. In quanto cittadini, siamo padroni di questo secolo; pertanto, una parte della gestione della sicurezza è anche nostra: non può essere esclusivamente delegata e ‘relegata’ alle istituzioni, ma noi stessi dobbiamo prenderne parte. Per sgombrare il campo da ogni dubbio, questo non vuol dire ricorrere al rondismo o al vigilantismo. Vuol dire compiere le attività di ogni giorno con una particolare attenzione ai segnali e ai vuoti che possono essere indicativi di una condotta che è di per sé criminale, al di là del fatto che possa essere terroristica o meno. Pensiamo a quante volte, magari, vediamo video condivisi online relativi a furti o violenze subiti per strada e persone che passano oltre, indifferentemente. Per questo è importante ricostruire la consapevolezza della sicurezza, la cultura della sicurezza proattiva e partecipata di cui parlavo.

Quali sono secondo Lei le principali criticità che affliggono la prevenzione e il contrasto alla minaccia terroristica alla luce della mutazione subita dal fenomeno? Ci sono grosse differenze strategiche tra i vari Paesi coinvolti?

Il fatto è che il fenomeno si determina con modalità diverse in Paesi diversi.  Pensiamo che, soltanto in Gran Bretagna, gli ultimi 3 attacchi jihadisti – per non parlare di quello contro la Comunità musulmana di Londra, compiuto 3 giorni fa di fronte alla moschea di Finsbury Park – si sono determinati in tre modi diversi. Cronologicamente, abbiamo assistito: lo scorso 22 marzo, al ‘lupo solitario’, 52 anni, con un’auto sul ponte di Westminster;  il 22 maggio, al giovane suicide bomber all’uscita dello stadio di Manchester, probabilmente con una struttura logistica di supporto e comunque con una rete esistente tra Gran Bretagna e Libia; ai tre soggetti dell’attentato del 3 giugno, una cellula che si è probabilmente auto-organizzata per  determinarsi con coltello e furgone. Nell’insieme, abbiamo tre modalità distinte in un unico scenario.  Ciò può dare un’idea della complessità del fenomeno, rilevando al tempo stesso una considerazione fondamentale: ossia, che la sfida deve essere quella della multi-attorialità, della multidimensionalità, dei molteplici modi operandi , la logica di colpire secondo modalità differenziate.

Esistono, nella casistica europea, esempi virtuosi di prevenzione riuscita?

Ogni Paese ha le sue criticità, sulle quali insiste il fenomeno,e  non esiste un Paese più ‘virtuoso’ di un altro. C’è un sistema europeo che ha sottovalutato le criticità di sistema (quindi ‘europee’) dei singoli Paesi per molto tempo. Purtroppo il fenomeno jihadista sta muovendosi verso una specie di ‘islamic state of mind’, qualcosa che ha superato i confini concettuali dello ‘Stato’ per raggiungere una dimensione culturale e che è molto difficile da contrastare. Ciò sta accadendo in un quadro di complessità che è dato dalla fragilità di sistema (europea). Ad oggi la geopolitica è completamente ridefinita dai sistemi e dai fenomeni criminali , divenuti prima trans-nazionali e, attualmente, trans-continentali.

Per capirci, parlare di ‘sicurezza europea’ limitatamente all’Europa non ha senso . Parlarne integrando Medio Oriente e Nordafrica, ha più senso . Tuttavia, parlare di sicurezza in Europa ha senso a mio parere soltanto con riferimento ad un sistema integrato che comprenda Europa, Balcani, Medio Oriente e Nordafrica.  Solo in questo modo è possibile riconnettere  in una macro-regione diversi Paesi che sono attraversati e colpiti da dinamiche criminali che conoscono traiettorie trans-continentali. Come facciamo, quindi, ad affrontare un problema limitatamente al punto di impatto, se non lavoriamo anche sul punto d’origine e sulla dinamica che lega entrambi?

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