mercoledì, Luglio 28

Terrorismo, il Cairo brucia field_506ffb1d3dbe2

0

Cairo bomba

L’Egitto brucia, nonostante lo stato di massima allerta dei generali. Con il Cairo, e non solo, sotto coprifuoco per le due grandi esplosioni, nella mattina, contro il Dipartimento di sicurezza e contro il quartier generale della polizia a Giza, megalopoli alle porte della capitale. Almeno quattro morti e una cinquantina di feriti, molti dei quali gravi, è il bilancio della prima autobomba. Almeno un morto e otto feriti, tra i quali due ufficiali e tre agenti di polizia, invece le vittime del secondo attacco, compiuto con almeno 500 chili di esplosivo. Al momento dell’attacco, il capo delle Forze di sicurezza del Cairo si trovava all’interno del quartier generale della polizia, ma è rimasto illeso.

Una terza esplosione, con una bomba artigianale, si è poi udita anche nei pressi di un commissariato, sempre a Giza, lungo la strada che porta alle Piramidi. Una ferita aperta per i generali, che si scoprono, per la prima volta nella storia recente, non poco vulnerabili al terrorismo internazionale. In colpo al cuore dell’apparato ha sprofondato il Paese di nuovo nel caos: la prima deflagrazione, all’alba, ha danneggiato anche il museo islamico accanto al Dipartimento di sicurezza. Molti palazzi della via sono stati rovinati dall’esplosione. Una parte del museo, in particolare, sarebbe «crollata, otto manoscritti distrutti e la maggior parte dei reperti danneggiati»Nel primo pomeriggio, nonostante i controlli a tappeto, una quarta bomba è infine esplosa davanti a un cinema, sempre lungo la via per le piramidi di Giza, al passaggio di un blindato della polizia, uccidendo un uomo e ferendo quattro reclute.

Via Twitter, il gruppo jihadista di Ansar beyt el Makdes (I sostenitori di Gerusalemme, ndr) ha rivendicato l’attacco contro il quartier generale della polizia al Cairo. Ma gli egiziani puntano il dito contro i sostenitori della Fratellanza del deposto Presidente Mohammed Morsi, nonostante il movimento abbia preso distanza dagli attentati, «atto di codardia». Tra la popolazione, la tensione è altissima. Decine di egiziani si sono radunati di fronte al palazzo delle forze di sicurezza, chiedendo la «morte dei Fratelli musulmani» e inneggiando al generale Abdel Fattah al Sisi, loro «salvatore».

«Oggi in Egitto esiste un grande rischio legato alla presenza di Al Qaida, più che in passato. I fatti del Cairo dimostrano quanto sia grande la disperazione e forte la volontà di creare un enorme caos, da parte di gruppi terroristici», ha messo in guardia il Presidente della Commissione Diritti Umani del Consiglio della Shura, la Camera alta egiziana, Ehab El Kharrat. Con la raffica di attacchi, all’aeroporto internazionale del Cairo sono state massicciamente rafforzate le misure di sicurezza. Anche il Ministero dell’Interno egiziano e tutte le zone delle Ambasciate straniere sono blindate. Gli Usa hanno diramato l’allarme di possibili nuovi attentati. Mentre l’Ambasciata italiana al Cairo ha invitato via sms i connazionali nel Paese «alla massima prudenza» a causa «della tensione crescente oggi e domani nelle principali città» e del «pericolo scontri e attentati».

Intanto, gli scontri tra i supporter di Morsi e polizia insanguinano l’Egitto di nuovi, numerosi morti. Almeno quattro manifestanti sono rimasti uccisi a Beni Suef e altro a Dalmietta, sul Delta del Nilo, da colpi di arma da fuoco. A sud del Cairo, nel centro di Fayyum, tre persone (tra cui una bambina di sette anni) hanno perso la vita, per un totale di almeno 19 di vittime, tra disordini e attentati. Ma il numero potrebbe crescere. A Nasr City, i supporter di Morsi hanno indetto un sit-in di piazza e testimoni riferiscono di pesanti scontri e feriti. Gli elicotteri egiziani sorvolano tutta la zona.

L’Egitto in fiamme, minacciato dal terrorismo, non agevola i difficili negoziati di Ginevra 2 sulla Siria, in Svizzera. Dopo il primo, tesissimo, tavolo dell’apertura il 22 gennaio a Montreux, l’inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba in Siria Lakhdar Brahimi ha tenuto incontri separati bilaterali con le due delegazioni siriane, prima con i rappresentanti di Damasco, poi con gli inviati dell’opposizione. Ma il sentiero per la pace è minato. «Il 25 gennaio lasceremo Ginevra se non ci sarà serietà nei negoziati», ha minacciato il Ministro degli Esteri Muallem con Brahimi. In Siria, la tivù di Stato annunciava il Governo pronto a un «esecutivo transitorio». Ma la «rimozione del Presidente Bashar al Assad», escludeva prontamente la delegazione a Ginevra, «è fuori discussione».

Sabato 25 gennaio si preannunciano scintille: «Le delegazioni del regime e delle opposizioni siriane in esilio domani si incontreranno nella stessa stanza», ha dichiarato Brahimi al termine dei colloqui. Dal World Economic Forum della vicina Davos, in Svizzera, il Ministro degli Esteri iraniano escluso dalla Conferenza di Ginevra 2 Mohammad Javad Zarif ha invitato «tutti i combattenti stranieri a lasciare la Siria, non c’è una soluzione militare al conflitto».

Un messaggio cifrato, probabilmente, anche ai rinforzi libanesi, decisivi per la riconquista del terreno di Assad, di Hezbollah, filiazione diretta dei Pasdaran iraniani: «Tutti gli stranieri se ne devono andare», ha ribadito Zarif, «Teheran non ha inviato Hezbollah in Siria, è stata una loro decisione autonoma». Il Ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, seduta al tavolo di Ginevra, ha ribadito la priorità assoluta del «cessate il fuoco», per far entrare gli aiuti umanitari. In visita (da solo) in Vaticano, il Presidente francese François Hollande ha chiesto a papa Francesco di accogliere in udienza anche la Coalizione d’opposizione siriana, dopo aver ricevuto una delegazione da Damasco. «Il pontefice e io ci siamo ritrovati su fare di tutto per fermare i combattimenti e permettere di dispiegare soccorsi in Siria», ha dichiarato Hollande al termine del colloquio.

Di Siria, Iran e anche della situazione incandescente in Ucraina, oltre che delle imminenti Olimpiadi invernali di Sochi discuteranno a Bruxelles, il 28 gennaio, il Presidente russo Vladimir Putin e il suo Ministro degli Esteri Sergei Lavrov con il Presidenti del Consiglio europeo (Ue) Herman Van Rompuy, il capo della Commissione Ue José Manuel Barroso e la responsabile della Politica estera dell’Ue Catherine Ashton. Un incontro “ristretto di due ore, due ore e mezza”, hanno fatto sapere dall’Unione europea.

Il fronte caldo europeo è nell’ex repubblica socialista dell’Ucraina. Dopo una settimana di disordini, la mattina del 24 gennaio i dimostranti hanno occupato il palazzo del Ministero dell’Agricoltura a Kiev, ad appena 100 metri da piazza Indipendenza, cuore della protesta europeista. E, stando alle testimonianze, le guardia che difendevano l’edificio sarebbero state ferite. Ma si protesta anche fuori da Kiev, e non solo nelle regioni occidentali e centrali del Paese, tradizionalmente filo-europeiste, con temperature che rasentano i -20 gradi . In totale sei Consigli regionali sono stati presi d’assalto e occupati a ovest, a Leopoli, Rivne, Ternopil, Khmelnytsky, Cernivtsi e Lutsk. Ma, in giornata, la contestazione ha raggiunto anche la parte orientale russofona del Paese, dove il Presidente Viktor Ianukovich ha il suo feudo elettorale, con migliaia di cittadini stretti attorno alla sede del Consiglio regionale di Sumi.

I dimostranti chiedono le dimissioni dei governatori nominati da Ianukovich, delusi dall’incontro tra il Capo di Stato e i dissidenti. Alla fine del lungo colloquoo, il capogruppo del partito Patria della leader dell’opposizione Julia Timoshenko aveva annunciato «forti possibilità di mettere fine al bagno di sangue». Poi, però, il campione del mondo di pugilato e leader di Udar Vitali Klitschko ha raffreddato le speranze, dichiarando che «la sola cosa ottenuta nel vertice è la promessa di liberare tutti i dimostranti arrestati». Il Presidente Ianukovich sembra infatti si sia i di sollevare Mikola Azarov dall’incarico di Primo ministro. Lo stesso Azarov ha anche respinto, con decisione, l’ipotesi di elezioni presidenziali anticipate, così chiesto invece l’opposizione nell’ultimatum.

In piazza Maidan, simbolo della protesta, nella capitale migliaia di persone continuano a rafforzare le barricate ed erigerne di nuove. Martedì 28 gennaio, il Parlamento ha comunque in agenda una seduta straordinaria, per votare sull’abrogazione delle contestatissime leggi anti-protesta, sulla liberazione dei manifestanti arrestati per gli scontri con la polizia e sulle dimissioni del Governo, chieste dall’opposizione. «Tutti coloro che non hanno commesso crimini gravi saranno amnistiati», ha promesso il Capo di Stato, confermando anche la modifica delle controverse leggi anti-protesta e, come in passato, un’amnistia soft per i dimostranti fermati, 103 dalla domenica scorsa. Se però non ci sarà un accordo con l’opposizione, «saranno usati tutti i mezzi legali».
Anche Klitschko e il leader nazionalista Oleg Tiaghnibok hanno esortato i manifestanti a rispettare la tregua, non attaccando le forze dell’ordine. Ma ormai la protesta è poco gestibile anche dagli stessi leader del dissenso: alcuni dimostranti li accusano di essere dei traditori, per aver accettato di trattare. Tensione ai massimi livelli per tutto il week-end. La Farnesina, preoccupata, ha convocato l’Ambasciatore ucraino a Roma Yevhen Perelygin.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->