martedì, Settembre 28

Terrorismo e sicurezza: mutazione criminale e categorie in ‘caduta libera’

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Nel dibattito inerente alla mutazione della minaccia terroristica e alle nuove prospettive auspicabili – in ambito europeo e nei rispettivi contesti nazionali – in materia di sicurezza, ci si scontra con strumenti di lettura insufficienti non solo a controllare, ma ad inquadrare concettualmente il fenomeno nella sua contemporaneità.

In altre parole, ci troviamo di fronte a un’attualità che manda in pezzi le vecchie categorie politiche e spazza via i concetti di ‘comunità’, ‘frontiera’, ‘sicurezza’ (pubblica e privata, interna ed esterna). Un quadro di rapporti di forza difficilmente immaginabile in passato, ma leggibile attraverso gli elementi che ci offre la Storia, malgrado una diffusa opacità percettiva del tempo presente. Peraltro, tenendo in debita considerazione il cambiamento sociale come fenomeno complesso (multi-livello, multiattoriale, multi dimensionale), le logiche esistono. Pertanto, il tentativo di scomporre ciò che appare nel suo esito finale – nelle molteplici forme assunte, ad esempio, dall’attentato terroristico – potrà far luce sui percorsi soggettivi e sulle loro modalità di polarizzazione in attività illegali organizzate.

A fondare le nuove logiche, appiattite e occultate dalle retoriche della rete, non troviamo ‘blocchi’ o ‘muri’, ma dinamiche reticolari e una grande porosità: non solo dei territori che fanno da sfondo al fenomeno, ma delle rappresentazioni che portano alla costruzione di comunità di riferimento ‘inesistenti’, di fatto non misurabili con metro lineare, bensì attraverso le loro interconnessioni. Parlando delle nuove dinamiche identitarie dell’uomo contemporaneo, l’antropologo Jean-Loup Amselle partiva, già nel 2003, da questo concetto (in francese, «branchements»).

Abbiamo in parte già discusso, con il Dott. Arije Antinori, Criminologo, analista geopolitico e Coordinatore del «CRI.ME LAB» presso L’Università «La Sapienza» di Roma, della fragilità del sistema europeo in merito alle difficoltà di discernere tali interconnessioni: oggi la geopolitica è completamente ridefinita dai sistemi e dai fenomeni criminali.

Tenteremo ora, attraverso la lettura ‘profonda’ offerta da  Antinori, di rendere la dimensione del fenomeno con un cambio di prospettiva e strumenti concettuali capaci di portarci al cuore delle sue dinamiche. Ciò si traduce nello sforzo di uscire dalle facili derive di un processo di etichettatura e mediatizzazione posto in atto non solo sul fronte del reclutamento jihadista, ma dalle campagne anti-terrorismo e, a vario titolo, dalle retoriche ufficiali della paura.

La sicurezza europea deve essere intesa come la risultante di un sistema integrato comprendente Europa, Balcani, Medio Oriente e gli Stati del Nordafrica. In tal senso, parlo di «EuBalcaMeNa», secondo una dimensione transcontinentale, che è la dimensione delle traiettorie criminali che colpiscono (anche) i nostri Paesi. Come già evidenziato, è necessario partire dal punto di origine per giungere al punto di impatto, secondo la dinamica di articolazione propria dei fenomeni in questione.

Al di là del fatto che le attività criminali siano innescate sul territorio stesso, in esse si esplicitano rivendicazioni relative al conflitto siriano, riconnettendole a problematiche generazionali, a fallimenti esistenziali, a visioni manichee della vita. Il quadro di complessità è molto elevato. Ogni Paese cerca di difendersi in maniera più o meno efficace. Certamente, considerando che la strategia jihadista è quella di innescare la reazione violenta reciproca, quindi di disegnare due comunità anche laddove non esistono e di farle scontrare, è evidente che i Paesi che hanno una maggiore presenza di comunità islamiche sono quelli in cui maggiore è la capacità di destabilizzare, destrutturare, innescare questo tipo di conflitto. Tale effetto, poi, giova a tutta una retorica della reazione violenta jihadista (che, ormai da tempo, si esprime attraverso il web) che è il cuore della questione. Peraltro dobbiamo fare i conti con minacce estremamente adattive, che si determinano in modo differenziato senza mai però dimenticare, e vorrei sottolinearlo – che la Storia è importante“.

L’esempio del GIA è, in proposito, calzante.

Se pensiamo in particolare al contesto francese e alla versatilità  delle reti del GIA, il «Gruppo Islamico Armato» algerino, operativo negli anni Ottanta e Novanta, dove sono finiti tutti quegli attori?

Certo, sono stati compiuti arresti, alcune cellule sono state destrutturate, ma delle reti di supporto logistico e dei soggetti più o meno marginali alla concreta operatività  sono rimasti su quel territorio, nel quale oggi possono costituire supporto logistico ulteriore.

Magari sono diventati qualcos’altro, a dimostrazione che non si tiene molto conto del mutamento…

Magari, negli anni, gli stessi attori sono mutati confluendo in reti microcriminali. Non a caso, alcuni soggetti che compiono attacchi definiti ‘jihadisti’ appartengono a un background microcriminale. Dico questo per evidenziare alcuni scenari che reputo esplosivi, come quello tunisino – un po’ più lontano – o quello dei Balcani, molto più significativo, nel quale sta emergendo un’importante identità transnazionale jihadista . Questo aspetto ci vedrà, purtroppo, ‘vicini di casa’ di uno scenario in cui, per la prima volta nella storia, vedremo coinvolti il mujahidismo tradizionale successivo alla frammentazione della Jugoslavia, che conta soggetti che hanno creato rete e che gestiscono traffici criminali di ogni tipo in modo molto efficace attraverso i Balcani, con pregiudicati «foreign terrorist fighters», quindi con giovani aventi la capacità di importare strategie e tecniche proprie degli scenari di appartenenza.  Si veda, in tal senso, il ricorso all’ ‘autobomba’ e che è stata utilizzata nel cuore di Parigi: gli Champs Elysées.

Da dove dovrà ri-partire, allora, il sistema securitario europeo?

Diciamo che dobbiamo essere attenti ad osservare e adoperare un’intelligence culturale in grado di porre in luce immediatamente i segnali di mutamento, i segnali adattivi e di infiltrazione delle organizzazioni criminali complesse. Questo dovrebbe avvenire In un quadro come quello del Mediterraneo, che ritengo sia l’unico punto di convergenza assoluta, per diverse forme criminali, di cui possiamo avere contezza al mondo.

Un’analisi come quella che Lei suggeriva – multiattoriale, e non esclusivamente basata sul punto di impatto – esiste al livello delle istituzioni europee?

Si comincia a comprendere. Ad esempio, sul fronte del «migrant smuggling» si è fatto un ottimo lavoro in seno a Europol e Interpol, specie se consideriamo l’assurdità del fenomeno di sfruttamento del migrante: così formulato, sembra un concetto lineare, ma ‘sfruttamento di migranti’ significa parlare di traffico di esseri umani, quindi di tratta, di sfruttamento ai fini della prostituzione; significa, ancora, inserire nel concetto lo spostamento su pagamento di denaro del migrante che chiede di essere trasferito, lo spostamento per lo sfruttamento della forza lavoro e il traffico di organi.

Assistiamo, quindi, a una creazione di reti che si occupano del migrante ‘a tuttotondo’. In questa situazione, lo ripeto, è assolutamente inefficace contrastare, prevenire , analizzare, comprendere il fenomeno  osservando solo i punti di ingresso, i punti di arrivo. È un fenomeno transcontinentale enorme che vede coinvolti al proprio interno soggetti appartenenti a più di 100 nazionalità – nelle reti criminali che lo  gestiscono – , con una presenza al di fuori dell’Europa di 250 hot-spot informali, quindi illegali,  di raccolta. È una cifra enorme. Come farò, allora, a contrastare un fenomeno del genere guardando, osservando soltanto all’interno delle frontiere  europee o delle coste mediterranee.?  Certamente,  dovrò andare nel cuore dell’Africa o del Medio Oriente, altrimenti non riuscirò a leggere nulla.

Il problema, oggi, è gestire la complessità, non la sicurezza.  Occorre una formazione nuova per gli operatori,  ci vuole la cross-disciplinarietà, occorrono nuove categorie interpretative.

L’analisi concettuale è uno strumento essenziale per capire in che direzione si sta ridefinendo lo scenario criminale?

L’ibridazione, per esempio, è un concetto fondamentale. Siamo abituati a osservare per categorie molto rigide i fenomeni. Ma immaginiamo se, nell’arco del Sahel, possa davvero esistere tutta questa distinzione perfetta , con confini così limpidi e rigidi, tra chi fa trasporto di esseri umani, armi, stupefacenti e chi appartiene a una struttura terroristica…  Bisognerà darsi conto che le strutture terroristiche non sono più quelle del Secolo scorso: adesso hanno bisogno di denaro per mantenersi; quindi, non rinunciano idealmente a fare del commercio, per esempio, di stupefacenti.

La pseudo-ideologia a base religiosa a cui fanno riferimento è una costruzione artefatta della religione: essa implica il fatto di non utilizzare lo stupefacente. La corruzione spirituale è qualcosa che l’Islam combatte in maniera molto forte. La purezza dei costumi per il buon musulmano, il fatto di attenersi ai precetti coranici e, in particolare nell’ambito sunnita, agli ‘hadit’ (modi, stili di vita da mantenere con indicazioni ben precise) del Profeta,  sono elementi chiave. in quest’ottica, rientrano il non consumo di alcolici, il non ricorso alla prostituzione, allo stupefacente… Ovviamente, se io strutturo un’ideologia pseudo-religiosa, cioè distorcendo gli elementi chiave della religione al fine di veicolare, promuovere ed ispirare la violenza, allora potrò dire che, ad esempio, si può compiere attività di dissimulazione («taquiyya») della propria adesione all’Islam, perché è fondamentale compiere l’attacco nel cuore del nemico stesso, quindi non è più una corruzione di costumi o spirituale. Questo è un procedimento totalmente distorto rispetto all’assetto spirituale che ha l’Islam. Si tratta di una ricostruzione funzionale al progetto terroristico, serve a mantenere una struttura, funziona ed è utilizzato.

Può parlarci delle rotte criminali lungo le quali si muovono oggi queste strutture?

Si tratta di uno spunto da sviluppare lo stiamo studiando ora, ma sarà un problema molto rilevante in Africa. Oltre all’ibridazione e ai confini porosi tra la varie identità criminali, citerò lo sviluppo e l’impatto – in maniera significativa dal 2013 – dell’apertura della cosiddetta « Highway Ten», ossia l’ ‘autostrada della cocaina’ che corre attraverso il Centro-Africa, con ingresso in Guinea Bissau.

La  cocaina proviene da Bolivia, Messico, comunque dai Paesi del Centro-America e Sud-America. Arriva in Guinea Bissau principalmente, o in un Paese del Golfo di Guinea, e da lì viene smistata attraverso Ciad, Niger, Nigeria, salendo per la Libia. Dalla Libia, poi, è proiettata in Europa. La rotta tradizionale del narcotraffico è cambiata totalmente: prima percorreva la costa occidentale africana, con sbocco in Marocco, e attraverso la Spagna transitava nel Mediterraneo.

La quantità massiva di cocaina che attualmente passa per il Centro-Africa ridefinirà totalmente, sul medio termine, le identità jihadiste operanti su quel territorio perché darà loro maggiore capacità di scambio criminale, di acquisto di mezzi, e maggiore capacità di interconnettersi . Ho più volte definito la cocaina, anche in ambito ONU, come la prima, anzi l’unica valuta globalizzata. Se ci pensiamo, può essere scambiata con qualsiasi cosa in ogni parte del mondo.

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