sabato, Maggio 15

Terrorismo di vetrina e l'incubo psicosi field_506ffbaa4a8d4

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Il mondo sembra essersi fermato, nella giornata di lunedì 25 luglio, ad aspettare che il prossimo autoproclamatosi terrorista decidesse di ricevere il suo quarto d’ora di visibilità.
Il terrorismo è un concetto complesso che ha investito l’Europa nella sua concretezza solo da due anni a questa parte.
Proprio in questi due anni si è assistito ad una modifica sostanziale delle modalità d’attacco del terrorismo di matrice islamica, in particolar modo si è potuto osservare un adeguamento dello Stato Islamico alle misure di sicurezza che il mondo ha creato per farvi fronte.
Che il terrorismo e le sue strutture si evolvano è un fattore normale, la sopravvivenza del sistema rappresenta sul breve-lungo periodo l’unica certezza per la continuazione delle offensive contro gli occidentali e dunque contro gli infedeli.
Ogni volta che l’Europa, l’America o qualunque altro Paese innalza le sue misure di sicurezza, gli strateghi del Califfato studiano ed elaborano una strategia di occultamento più sofisticata, capace di aggirare la sicurezza imposta dalla Polizia.
Dopo circa due anni e un retaggio di altri dieci derivati dall’esperienza qaedista, l’IS ha sviluppato una sua firma riconoscibile ma irrintracciabile, sfrutta la follia ed il malessere delle società occidentali per ottenere nuovi martiri della jihad.
Da qualche decennio si tenta fare il punto della situazione sotto il profilo psicologico degli attentatori suicidi, chi li definisce pazzi, chi disturbati, chi lucidi pianificatori, non esiste una diagnosi, e nemmeno un metodo comprovato per fermarli preventivamente.
Dopo la strage di San Bernardino, avvenuta nel dicembre 2015, proprio su queste pagine si prospettava l’idea che il terrorismo dell’Islamic State stesse cambiando volto trasformandosi in qualcosa di ancora più inarrestabile ed aleatorio.
La strategia contemporanea
che ha preso il via proprio dagli eventi californiani di San Bernardino è quella di far leva sulle debolezze dei cittadini comuni, soprattutto immigrati di seconda e terza generazione, sfruttandole per compiere stragi in nome del Califfato.

All’inizio questi attacchi si mimetizzavano perfettamente con quelle che erano quasi quotidiane sparatorie derivate da frustrazione o rancori personali di cittadini esasperati dalle Istituzioni, con le prime indagini si è posto in evidenza come questi soggetti abbiano prestato giuramento ad Al Baghdadi, pur non osservando i precetti del corano che ogni buon musulmano deve seguire.
Una radicalizzazione rapidissima, quasi impercettibile, un giuramento sugellato a poche ore dagli attentanti ed un Islam velato quasi celato, ecco è il profilo del nuovo attentatore dello Stato Islamico.
Analizzando questo cambiamento si possono osservare diversi vantaggi, tutti contestualizzabili in una strategia di guerriglia su larga scala che rischia di diventare il volto dell’Europa dei prossimi anni.
Per iniziare i soggetti che hanno disturbi della personalità o che hanno grande risentimento verso la società in cui vivono non sono identificabili, non esiste un database con i cittadini affetti da problemi psichiatrici o con quelli che hanno problemi con le istituzioni.
Un bacino di utenza vastissimo che vive nell’ombra dell’anonimato fino a quando non decide di entrare in azione.
Il soldato perfetto soprattutto sotto il profilo psicologico, lo stesso che per la nostra società lo rende un emarginato, per lo Stato Islamico diventa una risorsa.
Coloro che hanno risentimento verso le istituzioni sono motivati nell’uccidere dalla rabbia e dalla vendetta, si sentono vittime inascoltate, e per questo la loro volontà è esasperata dalla comunicazione convincente e violenta dello Stato Islamico.

Basta un video ben strutturato e con le parole giuste per persuadere un cittadino indignato e disperato a diventare un baluardo della libertà, e non importa se questa libertà sia per l’IS o per sé stessi, l’importante è avere una buona vetrina e la propria vendetta.

Soldati perfetti e motivati, un profilo che si è visto già in diversi attentanti in Medioriente, dove si sfruttava la difficoltà della popolazione verso la presenza occidentale per muoverli verso attacchi suicidi.
La motivazione inflessibile porta conseguentemente a mietere vittime con più facilità perché mossi da uno scopo apparentemente legittimo che giustifica le azioni perpetrate.
Questo ci porta ad analizzare le armi usate per gli assalti, non bombe o auto imbottite di esplosivo, ma semplici fucili o pistole, coltelli affilati e machete, anche questi del tutto anonimi.
La costruzione di un ordigno può essere eseguita tracciando i diversi componenti come fertilizzanti o grandi quantità di ammoniaca, un lavoro complesso, ma del tutto possibile, una situazione ben diversa per coltelli e pistole che vendono vendute con semplicità da chiunque ne possegga regolare licenza.
Ritorna così il concetto di anonimato, attentatori quasi invisibili ed armi irrintracciabili, un connubio pressoché perfetto e davvero complesso da arginare.

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