venerdì, Luglio 30

‘Terrorismo bianco’ e la retorica legittimante di Trump

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Si parla sempre di più di terrorismo religioso, e sempre un po’ di più di terrorismo bianco. L’ultima volta, il 19 Giugno scorso, in occasione del furgone scaraventato sulla folla di musulmani a Londra, in uscita da una moschea. Sempre terrorismo, quindi, ma stavolta, si parla di obiettivi e credi diversi. I bersagli della violenza? I diversi. Diversi da quello che è ritenuto l’americano ‘vero’, il bianco, il cristiano. Una questione di religione, quindi, di etnia e di razza. Il dilagare di un pensiero da sempre esistito, ma che ora si sente legittimato da una preoccupante retorica politica che non si preoccupa affatto, a differenza del passato, di distanziarsi da questi episodi. La politica di Donald Trump e dei suoi. E’ proprio dalla campagna elettorale che ha confermato il suo successo, infatti, che questa situazione sembra non avere più un arresto. Abbiamo chiesto a Massimo Faggioli, storico, teologo e docente ordinario del dipartimento di Theology and Religious Studies alla Villanova University, Philadelphia, di raccontarci cosa sta accadendo ora negli Stati Uniti.

Si può parlare oggi di terrorismo bianco negli Stati Uniti? Ci può spiegare bene cosa sta succedendo?

Il terrorismo bianco è sempre esistito, pensiamo a Timothy McVeigh che fece saltare in aria il palazzo federale a Oklahoma City; lui era bianco e aveva un chiaro intento terrorista. Il motivo per cui ora si tenta di capire maggiormente il terrorismo bianco è il fatto che l’elezione di Donald Trump ha portato al potere una serie di personaggi che con la violenza politica hanno flirtato per lungo tempo. Parlo di quella cultura che pensa che gli Stati Uniti siano essenzialmente una nazione bianca, in cui i bianchi devono avere una supremazia politica, economica, sociale e religiosa e, quindi, che i bianchi devono reagire alle innovazioni degli ultimi anni come la migrazione, i diritti civili degli afroamericani e così via. Alcuni personaggi hanno questa visione e Trump stesso non ha nascosto alcune inclinazioni di questo tipo. Non si vedono degli attacchi visibili come quelli di altro genere in giro per il mondo, ma, di sicuro, c’è una cultura politica che ha meno paura di rivelarsi per quello che è, cioè, una cultura della supremazia bianca.

Quindi, è corretto parlare di un peggioramento della situazione?

Si, la situazione è peggiorata perché si è fatto un passo indietro. Dagli anni ’60 fino a qualche anno fa, c’era l’idea che gli afroamericani erano ancora indietro; ma dei passi avanti si stavano facendo, con le elezioni di Obama si pensava che andasse meglio. Poi è arrivata l’elezione di Trump, che non è avvenuta solo per un motivo razziale, ma anche per un sentimento sociale ed economico ed è un segnale che si stanno facendo alcuni passi indietro. Ad esempio, è facile per me essere un immigrato negli Stati Uniti perché io sono bianco, mentre per un afro americano o per un immigrato dall’Asia, dall’America latina o dall’Africa, il clima è peggiorato e c’è più paura. Come la paura di parlare in pubblico una lingua che non sia l’inglese se non sei cristiano. Il clima, sì, è sicuramente peggiorato e l’ho anche sentito da alcuni colleghi e da alcuni studenti; è una cosa che si percepisce.

Si può parlare di violenze e di terrorismo religioso?

Negli Stati Uniti sì, nel senso che qui la questione religiosa, quella razziale e quella sociale sono sempre stata l’una dentro l’altra. Gli USA sono un Paese speciale, perché non ha avuto una lotta di classe come in Europa tra operai e padroni, ma si è tutto giocato sulle appartenenze etniche e religiose. Quindi, ora non ci sono degli attacchi di gruppi terroristici con questo sfondo, ma la retorica politica violenta che si basa sullo scontro tra identità etniche e razziali è sempre accompagnata da un messaggio religioso, da un’identità religiosa, e la retorica anti-afroamericani, anti-latinoamericani, anti-asiatici di alcuni piccoli gruppi è sempre stata fatta da quelli che si identificano come cristiani; questo è il problema. Il contenuto teologico e religioso è minimo, si tratta di gruppi che hanno un’idea dell’America bianca e cristiana. Per essere americani veri bisogna essere bianchi e cristiani. Se manca una delle due cose, non sei un vero americano. In questo senso è una questione razziale, etnica ma anche religiosa, perché, l’americano non ha ancora capito, in gran parte, che deve affrontare questo nodo. La nazione americana si è definita due, tre secoli fa, come una nazione cristiana ma poi, questa definizione è stata usata per scopi razzisti; negli ultimi anni, questo si era sommerso per via di Obama, c’era l’idea che le cose stavano migliorando e, invece, Trump ci rimette di nuovo di fronte a questa realtà.

Coloro che studiano gli estremismi nei gruppi religiosi, hanno stimato che in USA esistono oltre 800 sigle di gruppi religiosi estremisti. Ci può spiegare da cosa deriva questa proliferazione?

Non so se sia vero ma se lo fosse non mi stupirebbe; l’America è un Paese molto grande e questi gruppi sono sempre esistiti. La questione che si pensava è che presto sarebbero finiti nel dimenticatoio della storia, cioè, sarebbero stati sempre più marginali, dimenticati nel loro radicalismo e nella loro violenza. Il Presidente degli USA adesso è uno che per anni ha detto che Obama non era un vero americano, che non aveva diritto a stare alla Casa Bianca e che non lo ha mai smentito, non si è mai corretto. Questi fenomeni, quindi, sono sempre esistiti, pensiamo al Ku Klux Klan che ha una storia antica, ma non saprei dire se ora ce ne siano più di prima. Di certo, si sentono più legittimati di prima, su questo non c’è alcun dubbio, ed è un problema per gli Stati Uniti.

Subito dopo l’elezione di Trump si ebbe timore per violenze e azioni razziste nei confronti dei non bianchi. Sono timori che persistono? Qual è il clima ora?

Io non ho gli ultimi dati aggiornati ma, fino a qualche settimana fa, era chiaro che gli incidenti a sfondo razziale, cioè, gli attacchi a persone di origine musulmana, asiatica o mediorientale sono aumentati moltissimo dalla campagna elettorale in poi. Tra l’altro, sono dati della polizia, non sono dati politici. Il fatto è che queste forze in America sono sempre esistite, ma con l’elezione di Trump si sono sentite legittimate; quindi, c’è una maggiore sicurezza nel compiere questi atti, perché si pensa che il clima politico sia cambiato negli USA e chi è al potere ha simpatia verso queste cose. Trump è stato chiamato più volte a condannare questi atti e lo ha fatto solo quando proprio era stato spinto da tutte le autorità. Questo non vuol dire che desideri questi atti, ma è chiarissimo che è riluttante nel condannarli, perché vede quegli incidenti come poco significativi per l’America di oggi. E’ ovvio che, se uno negli USA oggi è non bianco, percepisce un clima diverso. Io so, per esperienza personale, che alcuni migranti musulmani o afroamericani hanno cambiato le proprie abitudini e i propri comportamenti quando sono in pubblico, perché c’è più paura. E’ innegabile che affrontare il discorso dal punto di vista dei gruppi terroristici va fatto, ma il problema non è quello, il problema è che chi non è bianco teme degli atti ostili da chiunque, non necessariamente da un gruppo organizzato e specializzato in questi atti. Quindi, in un certo senso, il clima è cambiato e peggiorato.

Cosa intende dicendo “da chiunque”?

Per esempio, si vedono molti video online su Internet in cui delle persone, mentre sono nella metropolitana o mentre sono ad aspettare l’aereo in una sala d’attesa e parlano spagnolo o arabo in pubblico, vengono insultate da altre che gli dicono ‘qui siamo in America, quindi dovete parlare in inglese oppure ve ne andate’. Queste cose sono sempre un po’ successe, oggi, certo, si vedono di più con i social media, ma, comunque, accadono più di frequente. La presidenza di Trump è un fatto nuovo. Della presidenza di George Bush, ad esempio, abbiamo un ricordo pessimo per la guerra in Iraq ma lui era un Presidente che era stato sempre molto fermo nel dire che l’America è un Paese aperto a tutti gli immigrati; ora il clima è molto cambiato. Quel ‘chiunque’ vuol dire che, per fare un esempio, la parrucchiera di mia moglie è di origine afgana ed è negli USA da vent’anni e ha detto che lei, in pubblico e quando parla al telefono di fronte ad altre persone che non conosce, parla solo inglese, ha smesso di parlare la sua lingua. Questo è un fatto nuovo perché prima questa paura non c’era. Di esempi ce ne sarebbero tantissimi. ‘Chiunque’ vuol dire che si teme che una persona che è in fila con te a prendere l’aereo reagisca per il semplice fatto che tu sei negli USA e non parli inglese, che è una cosa che dice molto, perché gli americani che erano nel nord America prima che gli inglesi arrivassero, non parlavano inglese. Non so se questa cosa continuerà, ma in questo ultimo anno e mezzo negli Stati Uniti, cioè, dall’inizio della campagna elettorale del 2016 in poi, è stato così. Da quando si vedeva che Donald Trump era il candidato più popolare all’interno dell’elettorato repubblicano e che sopravviveva a tutte le notizie sulla sua vita personale, a tutte le menzogne, quella parte di società americana che si riconosceva in questa rivincita dell’etnia bianca e della sua supremazia, ha incominciato a farsi sentire in pubblico.

Si hanno notizie di violenze contro i musulmani? I gruppi antimusulmani in USA sono cresciuti nel corso degli ultimi mesi?

Le violenze a sfondo razziale ci sono sempre state, ma ora si presta più attenzione; sono notizie che si tenta di interpretare alla luce del clima politico. Nella storia degli USA ci sono sempre stati gruppi armati che si sono incaricati di ‘tenere a bada’ delle presenze che erano ritenute strane, il Ku Klux Klan è solo il più famoso, ma ce ne sono stati tanti altri. Ora è difficile dire se questi episodi di violenza che sentiamo sarebbero successi comunque, ma è evidente che questi gruppi si richiamano ad una retorica tipica. La politica fino ad un anno e mezzo fa circa si teneva ben distante da loro, la preoccupazione principale di un politico era di distanziarsi da gruppi simili o da un clima di violenza verbale o fisica; Donald Trump, non sente assolutamente la necessità di distanziarsi, perché lui è fatto così, la sua retorica politica è violenta. Non so quando lui sia al corrente dei risultati prodotti da questa cosa, però, la cosa nuova è che la politica fino a Obama era preoccupata a non essere indentificata con quei gruppi. Ora Trump non ha alcun problema ad esservi associato e se ne distanzia solo proprio quando deve farlo. Direi che questo è un fatto nuovo e abbastanza preoccupante. O non capiscono l’importanza del loro linguaggio sul comportamento di alcuni gruppi perché non ci arrivano, oppure, semplicemente, non gli interessa, perché credono che la questione della violenza nella politica non sia il loro lavoro. Che sia il caso A o il caso B è, comunque, uno scenario preoccupante.

Lei ritiene che si sia raggiunto il punto di rottura per cui alla violenza islamica sia scoppiata la reazione della violenza terroristica anti-musulmana?

Non credo che sia questa la questione, nel senso che la violenza dell’Islam radicale è una violenza che non ha mai usato il potere di uno Stato per agire. Sono gruppi che si sono sempre contrapposti ad un’autorità di uno Stato. Quella dell’America, invece, è una violenza anti-musulmana o una retorica anti-musulmana che si fa forza di una politica dello Stato americano che ha preso alcune decisioni chiaramente di carattere anti-musulmano. Ora è chiaro che l’Islam radicale ha prodotto una certa paura e una certa reazione in Occidente, ma quello che gli storici sanno è che l’idea di un odio anti-islamico negli USA è molto più antico, cioè, fin dagli anni ’30, ’40, si interpreta il comunismo come una forma di Islam o l’Islam come una forma di comunismo. Ricordiamoci che, dall’11 Settembre in poi, gli Stati Uniti non hanno avuto sul loro territorio attacchi come quelli che ci sono stati a Parigi o a Madrid o a Londra. Quindi, il caso americano risponde, in qualche modo, a quello che accadde l’11 Settembre, ma è più radicato in una dinamica sociale ed economica interna che ha poco a che fare con l’Islam come una sfida; è più una sfida alla supremazia economica americana nel mondo. Lo stesso fenomeno Trump è un rigetto della globalizzazione, è un nazionalismo che rigetta la globalizzazione economica e questo rigetto diventa anche una retorica anti-musulmana, ma non è americano. Dopo l’11 Settembre Bush diceva ‘noi siamo meglio di loro perché noi negli USA accogliamo anche i musulmani’, e questa cosa Trump non la può dire. Quindi, quello di Trump è un fenomeno che reagisce all’Islam radicale ma non ha bisogno di quello.

In conclusione, quali crede che siano sono state le cause di questo clima attuale così preoccupante?

L’America è in una crisi complicata che la vede in perdita di una supremazia mondiale nell’economia, nella politica, nella cultura. La reazione di una certa parte della popolazione è dire che la globalizzazione ci ha fregato ed il modo migliore di recuperare la supremazia americana è ripulire il Paese dalla globalizzazione, cioè, non solo riportare i posti di lavoro, ma anche ripulire l’America da chi ruba quei posti di lavoro agli americani. E’ un nazionalismo nuovo che non è un nazionalismo di una nazione in quanto tale, ma di una ‘nazione bianca’. Alcuni personaggi che erano da sempre nel business della violenza politica o della retorica politica violenta, si sono gettati in questo clima. Dalla seconda guerra mondiale in poi, l’America si era convinta di essere un Paese aperto a tutti, negli anni ’40 c’era la retorica anti-cattolica, c’era l’antisemitismo e gli USA dicevano’ noi siamo aperti a tutti, questa è la nostra forza’. Ma questo è il clima attuale. Non è più l’America del secolo americano, il XX secolo; il XXI secolo è molto più della Cina e questo causa dei gravi problemi alla coscienza americana. L’elezione di Trump è la reazione a questo. Ogni nazionalismo porta con sé i germi di una concezione della razza, dell’etnia nazionale, dell’esclusione dei diversi, questo è il quadro attuale.

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