mercoledì, Dicembre 1

Terrorismi islamisti: i casi di Finlandia e Russia

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Gli attacchi che hanno colpito la Spagna tra 17 e 18 agosto hanno rubato la scena ad altri due attacchi, certamente meno eclatanti e fortunatamente meno riusciti, che hanno colpito l’Europa nord-orientale nelle ore immediatamente seguenti.
Il 18 sera, a Turuk, in Finlandia, un uomo è sceso in strada brandendo un coltello ed uccidendo due persone (oltre a ferirne molte altre), prima di essere ferito alle gambe dalla polizia; il 19 mattina, a Surgut, in Siberia (regione nord-orientale della Russia), un attentatore ha tentato di ripetere il gesto ma, questa volta, non ci sono stati morti (solo alcuni feriti), ad eccezione dell’aspirante terrorista che è stato abbattuto dalla polizia. In entrambi i casi, i testimoni hanno riferito che gli attentatori, mentre tentavano di colpire quanti più passanti possibili, inneggiavano al sedicente stato islamico.
Nonostante le affinità tra i due attentati, però, le situazioni di Finlandia e Russia, rispetto al terrorismo islamico, sono molto differenti.

La Finlandia, fino ad ora, era considerata uno dei luoghi più sicuri al mondo. Il Paese scandinavo, con cinque milioni di abitanti, ospita un numero molto basso di mussulmani: circa tra i sessantamila e i settantamila. Si tratta, in larga parte, di richiedenti asilo di origine somala o araba e di fede sunnita.
Ad eccezione dei cittadini finlandesi appartenenti alla comunità tartara, presenti fin dal XIX secolo, i mussulmani che risiedono nel Paese sono di recente immigrazione e, in larga maggioranza, hanno lo status di rifugiati. Il carattere fortemente laico della Finlandia ha garantito, fino ad ora, una convivenza pacifica tra le confessioni e la comunità islamica, che rappresenta appena l’1% della popolazione, non ha mai dato problemi.
Nonostante ciò, i Servizi di Sicurezza di Helsinki avevano alzato, negli ultimi mesi, il livello di guardia. La misura era stata presa soprattutto in virtù del fatto che, negli ultimi anni, circa una trentina di cittadini finlandesi erano espatriati per andare a combattere per il sedicente stato islamico (un numero insignificante, se si pensa al numero di persone partite da Francia, Germania o Gran Bretagna): è probabilmente a causa di questi volontari del terrore che il Paese, negli ultimi mesi, è diventato oggetto si sempre maggiori minacce partite dai siti di propaganda islamista. Nell’arco del 2016, nella regione di Helsinki quattro persone sono state arrestate con l’accusa di preparare attentati di matrice islamica.
La reazione alle crescenti minacce della propaganda islamica comincia a farsi sentire e, anche in Finlandia, si comincia a guardare con sospetto ai mussulmani: recentemente, la proposta della comunità islamica di costruire, grazie ai fondi della famiglia reale del Bahrein, una grande moschea ad Helsinki, ha provocato un forte dibattito tra coloro che ritengono che la costruzione del luogo di culto possa essere un’occasione per favorire l’integrazione e coloro che pensano possa favorire l’aumento della violenza di matrice religiosa.

L’attentato del 18 agosto, quindi, non farà altro che accentuare questa situazione di tensione. In ogni caso, la natura del gesto, correlata con i numeri della popolazione musulmana presente nel Paese, lasciano pensare al gesto di un ‘lupo solitario’: la rivendicazione arrivata dalla propaganda di Daesh, rispecchia la nuova strategia adottata dal gruppo. Ora che i territori che aveva conquistato, approfittando della crisi politica in Siria ed Iraq, cadono inesorabilmente nelle mani della coalizione internazionale, Daesh punta a diffondere, tramite internet, una propaganda che, sfruttando una pericolosissima mescolanza di ignoranza, disagio sociale e psicologico, induca singoli individui a colpire la popolazione civile dei Paesi europei: una volta che un soggetto cade nella rete della propaganda, la possibilità di intervenire preventivamente risulta difficilissima, tanto più che non si tratta di volontari partiti per un addestramento all’estero ma di individui che utilizzano coltelli da cucina o automobili come armi improprie. La rivendicazione sistematica di atti simili, fornisce a Daesh una visibilità enorme e instaura, nei cittadini europei, un terrore generico che può, facilmente, trasformarsi in xenofobia.

Il caso russo risulta assai diverso.
La Russia è da secoli uno stato sovranazionale e, fin dai tempi dell’Impero zarista, ospita intere popolazioni di religione mussulmana. Con la caduta dell’Unione Sovietica, la religione è tornata ad essere un fortissimo elemento di identità ed intere popolazioni mussulmane della regione del Caucaso hanno cominciato a reclamare un’indipendenza che Mosca non era disposta a concedere. Ceceni, uzbeki, azeri, osseti: tutte queste popolazioni, che parlano lingue di ceppo turco, percepiscono la Russia come un invasore ed un oppressore.

Anche se molti Paesi del Caucaso hanno ottenuto l’indipendenza con la fine dell’URSS, non bisogna dimenticare che nel mondo sovietico c’era un forte movimento di popolazioni: in questo modo, molti slavi sono finiti in regioni a maggioranza asiatica, e viceversa. Ecco che, oggi, la percentuale di cittadini islamici della Federazione Russa oscilla tra il 6% e il 14%: la maggior parte si trova nella regione del Caucaso, ma non solo.

Lo scarso numeri di immigrati islamici recenti in territorio russo ci dice che i problemi, e non sono pochi, avuti dal Paese negli ultimi decenni hanno una radice non solo religiosa: si tratterebbe, dunque, di una situazione più complessa per cui l’identità religiosa si fonde con quella etnica dando vita a d un fenomeno misto.
Nonostante ciò, è indubbio che i terroristi russi di religione islamica abbiano visto in Daesh un potente alleato: il numero di cittadini russi che si sono recati in Siria e in Iraq per sostenere il califfato sarebbero più di cinquemila. Una dimostrazione in più della pericolosità della strategia diffusa di Daesh e della sua capacità di attecchire sui terreni più disparati,quindi, è arrivata proprio con l’attentato di Surgut.

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