lunedì, Giugno 21

Terremoto Austria, presidenziali da rifare

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E’ caos in Austria, dove la Corte costituzionale ha dato ragione al ricorso presentato dall’Fpoe e ha stabilito che il ballottaggio delle presidenziali, avvenuto il 22 maggio scorso, va rifatto per le irregolarità nello spoglio avvenute in alcuni seggi. A vincere sul filo di lana era stato il candidato ecologista Alexander Van der Bellen su Norbert Hofer. A decidere la contesa, dopo exit poll favorevoli al candidato della Fpoe, i voti per corrispondenza. E proprio a contestare l’elezione era stato sin da subito il partito di Hofer, che aveva denunciato tra l’altro che proprio lo scrutinio dei voti per corrispondenza era iniziato prima che i funzionari della commissione elettorale arrivassero. Ora tutti di nuovo alle urne tra fine settembre e inizio ottobre, ma la scelta definitiva della data verrà comunicata martedì prossimo.

La Corte di Vienna ha stabilito irregolarità in 94 distretti, con circa circa 78mila schede invalidate, numero che supera la distanza tra Van der Bellen e Hofer. Decisive le parole dei circa 90 testimoni, tra cui membri dei seggi di tutto il Paese, molti dei quali hanno ammesso che spesso non è stata rispettata alla lettera la legge elettorale. Fiducioso comunque di un nuovo successo l’ecologista, che doveva insediarsi il prossimo 8 luglio. Mentre in Europa sale la tensione, visto che Hofer, da sempre figura anti-immigrati e di estrema destra, nelle ultime settimane aveva appoggiato anche il referendum per la Brexit, con la volontà, una volta eletto, di proporlo anche in Austria. «Non ci devono essere dubbi sulla legittimità di nessuna elezione. La decisione della Corte di ripetere il ballottaggio delle presidenziali non è qualcosa di cui rallegrarsi, ma dimostra che la democrazia e lo stato di diritto funzionano», ha dichiarato il cancelliere austriaco Christian Kern, sottolineando che le elezioni sono state invalidate «per errori formali e non per manipolazioni o brogli». E ha aggiunto: «Spero che ora ci sarà una campagna elettorale breve e non emotiva. Chiedo a tutti i cittadini di esercitare il loro diritto di voto».

Ovvio che la Brexit rimanga un tema caldo in Europa e in Gran Bretagna. A far discutere oggi le parole del ministro della Giustizia e candidato alla leadership dei Tories Michael Gove, d’accordo con la rivale Theresa May nel non prevedere di attivare nei prossimi mesi l’articolo 50 del Trattato di Lisbona per il divorzio formale dall’UE. Secondo Gove questo potrebbe avvenire non prima del 2017, mentre le elezioni nel Paese non saranno anticipate: al voto solo nel 2020. E annuncia la fine della libera circolazione: «Introdurrò un sistema di punti all’australiana e ridurrò i numeri degli immigrati».

«Ci vuole uno statista serio per negoziare la Brexit», ha detto invece Tony Blair al ‘Telegraph‘ riguardo al premier che dovrà traghettare la Gran Bretagna fuori dalla UE. «Saranno negoziati incredibilmente complessi, pieni di trappole ad ogni passaggio, è cruciale riuscire a comprendere la psicologia dei 27 paesi membri dell’Unione europea. Il nostro Paese è in pericolo per superare questo momento abbiamo bisogno di politiche adulte. Dobbiamo procedere con calma, maturità e senza recriminazioni. Perché in gioco c’è il futuro del Regno Unito». E scarta la figura di Gove: un pro Brexit ed euroscettico non è una scelta ‘saggia’.

Ma dopo le parole di Gove ecco arrivare il commento del presidente della commissione Ue Juncker, che lancia nuovamente un appello alla Gran Bretagna: «Sulla cosiddetta Brexit, vogliamo essere chiari, non ci saranno negoziati prima della notifica ed invitiamo le autorità britanniche a rendere chiare le loro intenzioni. Non abbiamo tempo da perdere. Non possiamo aggiungere incertezza ad incertezza. Vorremmo sapere dove ci stiamo dirigendo». Mentre intanto la polizia britannica lancia l’allarme: dopo il referendum sulla Brexit le denunce di atti di razzismo sono aumentate di cinque volte. Nel mirino soprattutto gli immigrati dall’Europa dell’est, ma anche arabi e neri. Ad intervenire anche il capo della chiesa anglicana, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, che ha lanciato un appello «a rispettare, amare ed essere compassionevoli nei confronti di chi la pensa in modo diverso da noi».

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