venerdì, Settembre 17

Terra dei Fuochi, la guerra continua 40

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Terra dei fuochi

Nelle provincie di Napoli e Caserta è in atto una guerra di cui nessuno parla, un conflitto dove i colpevoli sono tutti e nessuno, dove le cifre sono altalenanti e le vittime ed i carnefici soventi convivono gli uni di fianco agli altri. L’Italia intera, dopo la grande attenzione mediatica, suscitata l’anno scorso dai movimenti, sembra aver dimenticato per sempre il dramma della ‘Terra dei Fuochi’.

«C’è una data che ha fatto da spartiacque nella lotta allo smaltimento illegale di rifiuti: il 16 novembre 2013. Dopo, l’entusiasmo e la voglia di cambiamento manifestati da migliaia e migliaia di persone in Campania e non solo, ha lasciato il posto ad una sorta di assuefazione».

Lo sguardo mite, i toni pacati ma nel contempo fermi, tradiscono un impegno e una determinazione, non comuni in terre dove a farla da padrona è un guazzabuglio di omertà ed indifferenza. Stefano Di Foggia tra gli attivisti più impegnati nella lotta allo smaltimento illegale dei rifiuti, già portavoce del Coordinamento Comitati Terra dei Fuochi, ci accoglie nella sua abitazione ad Aversa (Ce). Qui, a cavallo delle provincie di Napoli e Caserta, in uno dei territori più colpiti dal fenomeno dallo sversamento illegale e dai roghi tossici, l’attuale direttore della Pastorale Sociale Diocesana, traccia un resoconto di ciò che sono stati i primi due anni di vita dei movimenti. «L’apice»-dice-«E’ stato raggiunto con la manifestazione che tenemmo a Napoli il 16 novembre scorso, dopo purtroppo è come se fosse mancata una leadership capace di incanalare quel flusso abnorme di energia che proveniva da tutti i strati della società»

Di Foggia si riferisce al corteo che sfilò nel centro partenopeo per sensibilizzare le istituzioni e l’intera opinione pubblica nazionale verso un problema che ancora oggi, nel silenzio, miete, migliaia e migliaia di vittime.

«Il vero problema è che lo smaltimento illegale di rifiuti abbraccia così tanti fenomeni ad esso correlati che è difficile combatterlo su un unico fronte». 

In primis c’è l’emergenza sanitaria. Secondo lo studio ‘Sentieri’ commissionato dal Parlamento all’Istituto Superiore di Sanità, nei 55 comuni a cavallo delle province di Napoli e Caserta si  registra un  «Eccesso di mortalità derivante dall’esposizione a un insieme di inquinanti ambientali che possono essere emessi o rilasciati da siti di smaltimento illegale di rifiuti pericolosi e/o di combustione incontrollata di rifiuti sia pericolosi, sia solidi urbani».

Nella provincia di Napoli l’SMR ossia il Rapporto Standardizzato di Mortalità è 110 per gli uomini e 113 per le donne che tradotto in linguaggio comune vuol dire un tasso di mortalità superiore rispettivamente del 10 e del 13%. Nella provincia di Caserta si registra altresì un aumento del 4 e 6%. Le patologie maggiormente riscontrate sono tumori maligni dello stomaco, della laringe del rene, del fegato, del polmone, della vescica, del pancreas. Una peste moderna che non risparmia neppure i bambini. In questo caso, sebbene non si registri un aumento di mortalità, si rileva un crescendo di ricoveri dovuti all’insorgere di tumori nel primo anno di vita . Nella provincia di Napoli si registra un più 51% che sale al 68% in quella di Caserta.

Dati ancora più allarmanti se si considerano soltanto quelli relativi al sistema nervoso centrale.

In questo caso nella provincia di Caserta il dato fa registrare un incremento dell’89%. Per quanto riguarda la fascia di età 0-14 anni si osserva invece un eccesso di ricoveri per leucemie in provincia di Caserta pari al 23%. Nella provincia di Napoli, in relazione alle medesime patologie, si parla altresì di un’incidenza nel primo anno di vita del 28% e del  42% nelle fasce d’età 0-14.

Dati su cui riflettere ma che sembrano non essere univocamente accettati.

«La quasi totalità degli eccessi di rischio evidenziati nell’area della Terra dei Fuochi» fa sapere il Registro dei Tumori ASL Napoli 3 Sud  «sono presenti anche nell’area non inclusa nella TdF». 

In sostanza le tabelle evidenziano da un lato, la mancanza di evidenti correlazioni dei dati di incidenza con il dato ambientale e dall’altro, i limiti che analisi condotte per macroaree geografiche hanno nel valutare eventuali criticità ambientali.

«L’avere omesso parte dei dati ha significato non solo non evidenziare i limiti del modello di analisi utilizzato, ma anche compiere un grave atto di disinformazione scientifica: si è impedito, di fatto, alla comunità scientifica, oltre che ai mezzi di informazione e alla collettività, di avere accesso alla completezza della informazione e trarre le proprie valutazioni in merito». 

Sbagliato, secondo il Registro, l’approccio metodologico. Sarebbe stato opportuno a loro avviso utilizzare anche i dati relativi ai trend temporali dei tassi di incidenza e mortalità, per valutare come gli stessi indicatori si modificano negli anni.

«L’analisi di tali trend avrebbe permesso di evidenziare che: i trend temporali di mortalità oncologica, in Campania 1988 / 2010 sono  ‘decrescenti’, non solo a livello regionale ma anche nelle province di Napoli e Caserta. Ciò significa che ‘non stanno aumentando negli anni i morti per cancro’, anche se in alcune aree i tassi sono più alti rispetto ad altre; ‘tassi più alti non significa tassi in aumento’. l’analisi dei fattori determinanti l’eccesso di mortalità chiama in causa molti altri elementi, tra cui, determinante, l’organizzazione e la governance del Sistema Sanitario Regionale; i trend temporali di incidenza dei tumori, dal 1996 al 2010, alcuni in aumento ( colon-retto, mammella, prostata), altri stazionari ( fegato, linfomi, leucemie), altri ancora in diminuzione (polmone, laringe, vescica), rilevati a livello regionale vanno tutti nella stessa direzione in cui vanno gli stessi trend a livello nazionale in aumento, stazionari o in diminuzione».

Le conclusioni tratte dal Registro vanno in una direzione totalmente antitetica rispetto allo studio:

«I dati non evidenziano, al momento, un’emergenza oncologica regionale legata al dato ambientale; la complessità della patologia oncologica, la sua multifattorialità, l’andamento dei trend temporali rimandano a valutazioni più complesse ed articolate, rifuggendo dalle facili semplificazioni»

Queste le conseguenze peraltro non oggettive, diverse invece le cause.

«Anche in questo caso la verità è molto più complessa di quella che appare. Se da un lato infatti c’è una sorta di ancestrale inciviltà presente nella forma mentis delle persone che abitano queste terre; dall’altro c’è un problema che abbraccia vari settori della nostra società e che spazia dall’economia alla politica passando per la criminalità organizzata».

Il ragionamento seguito da Di Foggia si basa sull’assurdità di mettere sullo stesso piano l’inciviltà di chi deposita l’immondizia a tutte le ore del giorno fuori dagli appositi cassonetti con il fenomeno ben più vasto e preoccupante dei roghi tossici e dell’interramento dei rifiuti industriali.

Nel primo caso infatti trattasi di casi che, sebbene estesi e diffusi, «Non sono in grado di per sé di recare danni eccessivi, dall’altro invece ci si trova dinanzi ad un vero e proprio sistema che coinvolge l’intero tessuto sociale. Dalla politica, all’economia passando per la criminalità organizzata».

Economia e rifiuti un binomio inscindibile

«Specie nelle nostre zone, l’unica fonte di sostentamento per migliaia di famiglie è costituito dal lavoro nero. Se un’azienda lavora in questo modo è giocoforza che dovrà smaltire in maniera illegale anche gli scarti che produce, ecco quindi il dilagare dei roghi ad opera di sbandati locali o di rom che per poche decine di euro appiccano le fiamme a pneumatici, scarti di pellame e quant’altro».

Discorso parzialmente diverso per le grandi industrie del nord dove invece il nero è pressochè sconosciuto ma non il valore del denaro.

«In questo caso, le procedure burocratiche sono apparentemente in regola, con l’unica differenza che i rifiuti invece di finire nelle discariche apposite vengono interrati in queste zone, con la connivenza più o meno interessata dello Stato e l’interesse della criminalità organizzata.  Il primo accetta di pagare il costo sociale in nome della produttività. Smaltire i rifiuti in maniera legale ha un costo elevatissimo per le aziende. La seconda incamera i proventi che sono anch’essi notevolissimi»

Avvelenare la propria terra, un gesto masochistico che sembra non aver nessun senso.

«Anche in questo caso sono opportuni dei distinguo, chi accetta di far interrare rifiuti pericolosi nella propria terra è ormai una minoranza esigua. In molti casi i terreni sono di proprietà degli stessi camorristi, in altri, essa viene estorta, in altri casi ancora, le denunce alla magistratura cadono nel vuoto».

Le prospettive in questo guazzabuglio di dati controversi e rimpallo di responsabilità sono quanto mai difficili da tracciare.

«E’ come se vivessimo una guerra, in questi frangenti l’unica cosa da fare è gestire l’emergenza investendo su tutti i fronti, dalla ricerca scientifica al contrasto alla criminalità organizzata passando per la creazione di nuove opportunità di lavoro che consentano l’abbattimento delle attività in nero».

Di Foggia giustamente parla di una guerra ma al di là dei numeri chi sono le vere vittime di questo conflitto è presto detto.

L.G. è una delle tante vittime, è una madre che ha perso il proprio bambino di tre anni a causa di un tumore. Questa donna, lontana dai movimenti e dall’attivismo politico, ha deciso di vivere il proprio dolore in solitudine, condividendolo soltanto con il proprio marito.

«Non credo più in nulla, non credo più nella società, non credo più nello Stato, non credo più nella gente di questa terra»  dice senza nascondere l’emozione.

Chiederle un giudizio su ciò che è stato fatto e su quello che è necessario fare per debellare il fenomeno, è quasi pleonastico. Siamo in uno dei comuni dell’Agro Aversano, è sera.

«Lo vede quel fumo in lontananza? E’ l’ennesimo rogo, ne ho contati già cinque in quindici giorni. Questa terra benedetta da Dio e maledetta dagli uomini non cambierà mai».

Un odore acre ci assale fin quasi a contorcere lo stomaco in mille spasmi, poco più in là, poggiata su un mobile, si intravede la foto del proprio piccolo, gaio, come solo i bambini sanno essere.

«Ciò che fa più rabbia è la falsa indignazione delle persone è la speculazione che alcuni politici realizzano su queste vicende, anche per questo ho deciso di vivere in solitudine il mio dramma. Ricorda quella frase del camorrista che inquinava le falde acquifere a cui veniva fatto notare che in fondo stava avvelenando se stesso? Disse che loro, bevevano acqua minerale, ecco la gente di questa terra è così, spavalda e vigliacca. Adesso però per favore vada via». 

Rispettare il dolore e la dignità delle persone di questa terra è il primo insegnamento che si impara in queste terre dove la gioia è quasi sempre un lampo ed il dolore un fardello che ci si porta dietro per un’intera esistenza.

«Stop al biocidio» si legge su un lenzuolo appeso a un cavalcavia lungo la strada del ritorno. Un invito generico senza l’indicazione di interlocutori né di responsabili. Perché in fondo, colpevoli di questa ecatombe siamo tutti e nessuno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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