lunedì, Agosto 2

Tensioni Usa – Cina nel Mar cinese meridionale field_506ffbaa4a8d4

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Washington lancia la sfida diretta alla volontà cinese di stabilire il controllo su vaste aree del Mar cinese meridionale contese con diversi paesi litoranei e in un’area vitale anche per gli interessi economici e strategici statunitensi e, nello stesso tempo, valuta l’ipotesi di spostare le proprie truppe più vicine alla prima linea in Iraq e in Siria. A proposito Siria, l’Iran sarà presente al tavolo di Vienna venerdì, assieme a Stati Uniti e Russia. L’Austria costruirà una recinzione al confine con la Slovenia, la quale pensa di costruire a sua volta una barriera al confine con la Croazia. In Portogallo si prospetta un governo di minoranza. Ouattara confermato presidente in Costa d’Avorio. Emergenza umanitaria dopo il terremoto in Afghanistan e Pakistan. In Argentina prove di dialogo tra Macri e Massa in vista del ballottaggio.

Ieri per la prima volta una nave da guerra della marina Usa, l’incrociatore lanciamissili Uss Lassen, è passata a poca distanza da un’isola, Mischief Reef, costruita artificialmente dai cinesi nell’arcipelago delle Spratly, dentro le 12 miglia nautiche che Pechino ha stabilito come area di interesse esclusivo anche se non ancora di interdizione verso altri Paesi. Lo afferma un funzionario del Dipartimento della Difesa citato dalla stampa americana, sottolineando che gli Usa non hanno avvertito Pechino dell’ingresso della nave da guerra perché farlo avrebbe voluto dire indebolire il messaggio. «Non è necessario consultare nessuno quando si esercita il diritto della libera navigazione in acque internazionali», ha detto il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby.

Una mossa che i cinesi hanno definito «violazione della sovranità», ma che Washington ha annunciato sarà presto seguita da altre simili, pur in un contesto di comunicazioni aperte con la marina cinese che anche ieri, con due guardacoste, ha seguito la navigazione di circa due ore della nave statunitense. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi ha ammonito gli Stati Uniti a non «creare problemi dal nulla» nel Mar della Cina Meridionale. Un’azione concreta, dopo mesi di tentennamenti, accompagnata però dalla richiesta di un dialogo con Pechino che ha finora rifiutato un coinvolgimento dell’Onu nella soluzione del contenzioso avviato dall’estensione unilaterale dei suoi confini territoriali e dalla costruzione di strutture fisse su atolli e banchi di sabbia di cui si è impadronita vantando un controllo storico. La Cina reclama da anni aree nel sud e nell’est del Mar Cinese e il progetto delle isole ha sollevato critiche da parti di diversi paesi asiatici che si oppongono alla legittimità delle isole.

Il governo Usa ha però chiarito recentemente di non considerare valido il tentativo di controllo cinese nella regione e di volere sostenere le richieste dei governi filippino – antico alleato – e vietnamita contro l’invadenza di Pechino che rischia di innescare ulteriori tensioni e un conflitto aperto in un’area strategica per le rotte commerciali globali. Restando in Estremo Oriente, la Cina ha affermato che non interferirà nelle elezioni presidenziali che si terranno in gennaio a Taiwan nonostante i sondaggi diano per favorita la candidata del Partito Democratico Progressista (Dpp) Tsai Ing-wen, favorevole all’indipendenza dell’isola. Taiwan è di fatto indipendente dalla fine della seconda guerra mondiale ma Pechino la ritiene parte integrante del suo territorio.

Sul fronte mediorientale, gli Stati Uniti starebbero considerando l’ipotesi di spostare le proprie truppe più vicine alla prima linea in Iraq e in Siria. Secondo il Washington Post, negli ultimi giorni alti consiglieri della sicurezza nazionale avrebbero aumentato il loro pressing sulla Casa Bianca, motivandolo con l’insoddisfazione per i mancati progressi nella lotta all’Isis. La mossa rappresenterebbe una svolta significativa del ruolo americano a cavallo tra i due Paesi, anche se la decisione deve ancora essere presa ed eventualmente approvata dal presidente Barack Obama che potrebbe pronunciarsi entro questa settimana. Non è ancora chiaro quanti soldati Usa potrebbero essere spostati in prima linea, ma per ora si tratterebbe solo di un piccolo gruppo che, sottolinea il Wp, non avrebbero comunque un ruolo diretto nei combattimenti. Il dibattito sulle misure proposte, che porterebbe per la prima volta un numero limitato di forze speciali sul terreno in Siria e i consiglieri militari più vicino alle zone di combattimento in Iraq, giunge nel momento in cui il segretario alla Difesa, Ash Carter, sta facendo pressioni sui militari per sviluppare nuove opzioni per un coinvolgimento maggiore in Iraq, Siria e Afghanistan.

Le raccomandazioni arrivano su richiesta della Casa Bianca e riflettono le preoccupazioni dei suoi principali consiglieri secondo cui la battaglia in Iraq e in Siria è ad un punto morto e sono necessarie nuove idee per generare un nuovo slancio contro i jihadisti. Le altre opzioni sul tavolo, più costose ed ambiziose, come la no fly zone o le zone ‘cuscinetto’ che richiederebbero decine di migliaia di truppe sul terreno per proteggere civili innocenti, non hanno comunque ricevuto il sostegno degli alti consiglieri di Obama. Washington ha già annunciato che intensificherà i bombardamenti sul nord della Siria per contrastare l’avanzata del gruppo Stato Islamico. Sul Centro e Sud del Paese imperversano invece i raid russi, grazie al maggior numero di bersagli scoperti grazie all’aumento dell’attività di ricognizione e dei canali di intelligence: nelle ultime 24 ore l’aviazione militare ha effettuato 71 raid colpendo 118 obiettivi nelle provincia di Idlib, Homs, Hama, Aleppo, Damasco e Latakia. Lo rende noto il ministero della difesa.

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