mercoledì, Settembre 22

Tensioni tra Australia e Corea del Nord Minacce al Ministro degli Esteri australiano. Intervista al politologo Daniel Johnson

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Sydney – Sono giorni di tensione tra Corea del Nord ed Australia, segnati da una serie di minacce che vedono coinvolto direttamente il Ministro degli Esteri australiano Julie Bishop. Il problema è sorto in seguito all’intervista rilasciata dal Ministro a Voice of America‘, l’emittente internazionale ufficiale del Governo USA, in cui venivano espressi forti dubbi circa le politiche del Governo di Pyongyang. Pochi giorni prima, l’Istituto USA-Corea del Sud aveva confermato di aver identificato un missile di origine russa in un video di propaganda del Governo nordcoreano, generando una forte reazione sia negli Stati Uniti che in Corea del Sud, due Paesi storicamente alleati.

L’intervista del Ministro Bishop venne effettuata alla luce di queste nuove rivelazioni, riguardo alle quali il Ministro degli Esteri australiano dichiarò: «A prescindere dagli obiettivi militari della Corea del Nord, il mio Paese continuerà nel tentativo di convincere Pyongyang ad abbandonare le sue tattiche provocatorie in tema di armamenti nucleari. Test nucleari e lanci di missili non devono portare ad incidenti ed a possibili rappresaglie».

Le dichiarazioni rilasciate a fine intervista, tuttavia, sono quelle che con maggiore probabilità hanno provocato la reazione dell’Amministrazione nordcoreana, caratterizzata da un’impostazione assolutamente monocratica: «Siamo seriamente preoccupati per le politiche di Kim Jong-un sin dal suo insediamento nel 2011, in particolar modo riguardo al programma di armamenti ed alle violazioni dei diritti umani. E’ un fatto che un Paese non possa crescere minacciando i propri vicini ed impoverendo il proprio popolo. Kim Jonh-un difficilmente può pretendere una legittimazione come leader se continua a mancare le aspettative internazionali».

Le critiche del Ministro Bishop a Kim Jong-un, dittatore dal titolo di Leader Supremo della Repubblica Democratica Popolare di Corea (RDPC), hanno provocato la forte reazione di Pyongyang, risultata in una serie di minacce a Julie Bishop che, per quanto vaghe, raramente l’Amministrazione nordcoreana ha diretto contro una singola persona. L’agenzia stampa nordcoreana ‘KCNA‘ ha infatti rilasciato un comunicato che recita «Il Ministro degli Esteri della Repubblica Democratica popolare di Corea è adirato per il fatto che la signora Bishop abbia osato offendere la dignità del leader supremo della RPDC. Essa non ha alcun diritto o merito per parlare di legittimazione, essendo niente di più di un fantoccio che porta avanti l’ostile politica statunitense nei confronti della RPDC e fa eco ai sofismi di altri, senza possedere un’idea di politica estera o una visione internazionale che le sia propria». Il comunicato terminava con una laconica dichiarazione d’intenti: «La RPDC non perdonerà mai ma, al contrario, punirà risolutamente chiunque osi offendere la dignità della sua leadership suprema».

Tale situazione si rapporta efficacemente con quanto sta accadendo, da diversi anni a questa parte, nel Pacifico nord-occidentale, caratterizzato dal ‘pivot’ degli Stati Uniti nella regione, un cambiamento dell’asse politico e militare statunitense verso quello che è considerato dall’Amministrazione americana come il contesto geopolitico più delicato e potenzialmente dannoso per i propri interessi. L’Australia vanta pretese più modeste ma dal carattere non del tutto dissimile, prevalentemente incentrate sull’avanzamento degli interessi economici del Paese attraverso il commercio con i suoi maggiori partner  -Cina, Giappone e Corea del Sud- collocati nella stessa critica regione. Nonostante l’Australia rivendichi il ruolo di potenza regionale in un ambito territoriale molto più prossimo alle proprie coste settentrionali, prevalentemente nell’Arco di Instabilità, una degenerazione dei rapporti con la Corea del Nord potrebbe portare a conseguenze negative anche con la Cina, Paese con il quale l’interscambio commerciale è stato, solo nel 2013, di 142 miliardi di dollari australiani.

A dispetto di tutto questo, comunque, i principali timori dell’Australia nei riguardi della Corea del Nord sono rappresentati dalla produzione di armi di distruzione di massa, non solo nucleari, e dalla costruzione di missili con autonomie sempre maggiori. La dittatura nordcoreana si è infatti ritirata dal Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) nel 2003, dichiarando di aver sviluppato il suo primo ordigno nucleare 6 anni dopo. Da allora sono seguiti almeno 3 test nucleari sottomarini, tutti rilevati da diversi istituti di sismologia, mentre nelle ultime ore sono stati lanciati due missili Scud, caduti nelle acque del Mar Orientale del Giappone.

Di questa delicata situazione abbiamo discusso con Daniel Johnson, politologo australiano con un interesse per le relazioni internazionali dell’Australia.

Mr. Johnson, iniziamo col chiarire di cosa stiamo parlando. Che Paese è, oggi, la Corea del Nord?
E’ uno Stato dittatoriale situato in Asia orientale, una Nazione che si professa socialista e popolare ma che, in realtà, è uno Stato totalitario monocentrico retto dalla famiglia Kim sin dal 1948, per la quale c’è un vero e proprio culto della personalità. E’ uno dei Paesi più chiusi al mondo, e possiede una lunga storia in tal senso. Oggi, per usare un’espressione di qualche anno fa, è ancora considerato uno dei peggiori Stati Canaglia del mondo.

Cos’è la Corea del Nord per gli australiani, e qual è il reale pericolo che rappresenta?
La condizione di dittatura chiusa e minacciosa della Corea del Nord è nota a tutti gli australiani, ma anche ai neozelandesi ed a tutti i cittadini di Paesi con un’informazione libera. L’Australia ha preso parte a numerose guerre e azioni di pace nel corso degli anni, attività di cui è molto fiera. Nessuno ha dimenticato l’impegno australiano nella Guerra di Corea in cui, tra il 1950 ed il 1953, oltre 17.000 australiani hanno preso parte ai combattimenti. Ancora oggi tali sentimenti sono forti, infatti un sondaggio della ‘BBC‘ dello scorso anno ha confermato che l’85% dei cittadini australiani percepisce in maniera fortemente negativa la Corea del Nord. E’ importante anche ricordare che oggi i due Paesi non hanno ambasciate nelle rispettive capitali, segno di uno stress diplomatico molto forte. Il pericolo è innanzitutto militare, come risulta evidente, ma non bisogna sottovalutare le possibili conseguenze politiche ed economiche di un inasprimento esagerato dei rapporti, soprattutto considerando dove è posizionata la Corea del Nord.

Il principale timore, non solo per l’Australia, è rappresentato dal programma nucleare di Pyongyang. Qual è lo stato attuale delle cose?
Le notizie che abbiamo non sono buone. E’ oramai un fatto universalmente accettato che il primo test nucleare di Pyongyang è avvenuto ed ha avuto successo. Questo accadeva nel 2009. Da quel momento ad oggi i test ufficiali sono stati 3, tutti registrati dagli Stati Uniti, ma altre due ondate sismiche con rilascio di radiazioni suggeriscono in maniera chiara che la cifra più probabile di test nucleare è di 5. L’ultima, di poco più di un anno fa, è stata stimata da Stati Uniti e Corea del Sud intorno ai 10 chilotoni, ma l’istituto di scienze geologiche tedesco la ha valutata intorno ai 40 chilotoni. Ma le brutte notizie continuano. Secondo il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, infatti, il Paese ha probabilmente sviluppato anche armi chimiche e batteriologiche che potrebbe utilizzare con nuovi razzi a medio raggio, sperimentati fino ad un massimo di 4.000 chilometri.

Il Paese ha più volte minacciato la Corea del Sud e gli Stati Uniti, anche con l’utilizzo di armi nucleari, mentre ora una vaga minaccia è stata diretta nei confronti del Ministro degli Esteri australiano. Quale crede che sarà la conclusione di questa storia?
La storia della Corea del Nord è piena di minacce di morte e distruzione nei confronti di tutto il mondo occidentale e dei suoi principali alleati, a cominciare dalla confinante Corea del Sud. Solo raramente alcune di queste minacce sono state attuate, e solo in parte. Lo scorso anno, sulla scia del timore generato dall’ennesimo test nucleare, il Governo nordcoreano aveva dichiarato di trovarsi in uno stato di guerra con la Corea del Sud, aggiungendo che il momento in cui avrebbe lanciato missili armati era vicino. E’ vero che Pyongyang potrebbe mantenere la promessa, ma le conseguenze sarebbero immediate e di una tale portata che, come ai tempi della Guerra Fredda, si rimane su un piano teorico. Lo stesso credo che accadrà con le minacce al Ministro degli Esteri Bishop, la quale ha espresso un parere condiviso da gran parte dei paesi al mondo.

Qual è la probabilità che tali situazioni si ripetano in futuro secondo lei, e quale la probabilità che l’atteggiamento di Kim Jong-un possa cambiare nel tempo?
Sono convinto che nulla cambierà nel breve o nel medio termine. Se anche, per qualche assurdo motivo, l’atteggiamento di Kim Jong-un dovesse modificarsi, la natura stessa di un popolo indottrinato da generazioni non permetterebbe una vera apertura al mondo esterno. I nordcoreani fanno fatica a mangiare ma crescono sin dall’infanzia con le immagini delle parate militari e con l’idea che Stati Uniti e occidente siano dei mostri, le scolaresche vengono portate nei musei delle atrocità di guerra degli americani. Non c’è un futuro diverso in una situazione come questa, almeno non per diversi decenni.

 

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