lunedì, Giugno 21

Tensioni Cina e grandi potenze field_506ffb1d3dbe2

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Members of a Japanese nationalist group raise flags as they land on Uotsuri island, part of the disputed islands in the East China Sea

 

Nel 2013 la Cina si è confrontata con alcune tra le più grandi potenze mondiali, in primis il Giappone e gli Stati Uniti. L’escalation di tensioni diplomatiche iniziata col vicino Sol Levante a causa delle contese isole Diaoyu/Senkaku sembra esser dilagata al di là dei confini geografici del Mar Cinese Orientale fino a toccare le sponde statunitensi.

Come ricordato in un precedente articolo, il 23 novembre scorso la Cina ha annunciato l’istituzione di una zona di identificazione per la difesa aerea (ADIZ – Air Defense Identification Zone) nel Mar Cinese Orientale. Sebbene ufficialmente l’azione sia dettata dalla mera necessità strategica di presidiare uno spazio aereo di delicata gestione per il Paese, la mossa sembra sfidare apertamente sia i vicini Asiatici coinvolti nelle varie dispute territoriali, sia le Nazioni che risultano soggette a queste nuove misure di sicurezza.

Ma cos’è una ADIZ? Secondo il diritto internazionale, gli Stati hanno piena sovranità sullo spazio aereo sovrastante il proprio territorio e il mare territoriale. Per quanto riguarda lo spazio aereo sovrastante l’alto mare, essi possono stabilire una zona di identificazione area nella quale esigere l’identificazione degli aerei diretti verso le proprie coste e prendere le misure opportune in caso di loro riluttanza a soggiacere a queste condizioni. Una ADIZ non viene creata tramite conclusione di un trattato internazionale tra Stati ma semplicemente dichiarata da fonti ufficiali, come il Ministero della Difesa nel caso della Cina. Molti Paesi hanno istituito simili zone in passato, inclusi gli Stati Uniti e il Giappone. Nel caso della ADIZ cinese, però, non soltanto gli aerei diretti in Cina ma anche quelli che sorvolano la zona interessata per raggiungere altre destinazioni devono identificarsi obbligatoriamente alle autorità centrali. Il problema dunque risiede in parte nella specifica natura della misura difensiva, in parte nella già delicata situazione diplomatica del Mar Cinese Orientale.

Come prevedibile, questa mossa ha scatenato reazioni di varia intensità. John Kerry, Segretario di Stato degli Stati Uniti d’America, ha immediatamente espresso profonda preoccupazione verso un’«azione unilaterale» interpretata come un «tentativo di cambiare lo status quo nel Mar Cinese Orientale», ribadendo che il Paese si impegnerà a rispettare le consolidate alleanze nella regione Asia-Pacifico. Dopo pochi giorni, sia Stati Uniti che Giappone e Corea del Sud hanno inviato senza preavviso alcuni aerei da combattimento all’interno della ADIZ cinese, sorvolando la zona per alcune ore come plateale dimostrazione del fatto che non riconoscono il diritto dei cinesi sulla regione.

La provocazione non ha suscitato alcuna immediata reazione da parte della Cina. Il 28 novembre il Governo di Pechino ha dichiarato «non corretta» l’idea che il Paese avrebbe reagito attaccando militarmente gli aerei in questione, sottolineando come le contromisure saranno invece decise caso per caso a seconda delle varie situazioni. Nel frattempo, però, la Corea del Sud ha allargato la propria ADIZ (creata nel 1951 durante la Guerra di Corea) per sovrapporla in parte a quella cinese, con il dichiarato appoggio degli Stati Uniti. Questi ultimi hanno annunciato di accettare che le proprie compagnie di aviazione civile possano decidere di rispettare la ADIZ cinese, aggiungendo però che questo «non indica che il Governo degli Stati Uniti d’America accetti le richieste cinesi riguardo alle operazioni aeree nella nuova ADIZ». A complicare la tensione tra i due Paesi, il diffuso timore che la Cina possa stabilire un’ulteriore ADIZ sul Mar Cinese Meridionale, dove ha altri contenziosi territoriali aperti soprattutto con le Filippine. Pochi giorni fa, Kerry ha pubblicamente sconsigliato la Cina da una mossa in questa direzione durante una conferenza stampa a Manila.

Come era prevedibile, il Giappone ha assunto una posizione ancora più dura nei confronti della mossa cinese, intimando  apertamente a compagnie aeree come Japan Airlines e All Nippon Airways di non rispettare la ADIZ. Approfittando dell’incontro con i membri ASEAN (Association of South-East Asian Nations) tenutosi il 14 dicembre a Tokyo per commemorare i quarant’anni di relazioni diplomatiche tra il Sol Levante e l’organizzazione, il Primo Ministro Shinzo Abe ha denunciato l’istituzione della ADIZ da parte della Cina cercando di assicurarsi il sostegno dei dieci Paesi (Indonesia, Malesia, Filippine, Singapore, Tailandia, Brunei, Vietnam, Laos, Birmania, Cambogia) riguardo alla libertà di navigazione aerea e marittima nella regione. L’atto è stato criticato dalla leadership cinese come un tentativo di «calunniare» il Paese in un occasione internazionale, ribadendo che lo stabilimento di una ADIZ come misura difensiva è in accordo con le norme del diritto internazionale e non implica costrizioni alla libertà di navigazione nella zona.

Purtroppo gli scontri tra i due colossi orientali non sono soltanto una conseguenza della lotta per l’egemonia economica e politica sul territorio asiatico, ma hanno profonde radici storiche. Le tensioni tra Cina e Giappone si riacutizzano puntualmente verso la fine di ogni anno, poiché il 13 dicembre cade l’anniversario della presa di Nanchino da parte dell’esercito giapponese e dell’ignobile massacro che ne seguì. Quello che è stato definito «l’Olocausto dimenticato della Seconda guerra mondiale» è un evento storico documentato da testimonianze dirette e indirette che dopo la fine della guerra è stato al centro del ‘Processo di Tokyo’, equivalente orientale del Processo di Norimberga. Ciononostante, questa tragedia è stata oggetto di un fortissimo revisionismo storico in Giappone e largamente ignorata per molti anni anche dai media occidentali, soprattutto statunitensi. A complicare ulteriormente la situazione, il 26 dicembre il Premier Shinzo Abe ha visitato il Santuario Yasukuni (Yasukuni jinja), un altare shintoista della capitale dove si celebrano riti per la onorare gli spiriti dei caduti giapponesi, inclusi quelli di 14 criminali di guerra di classe A condannati per crimini contro la pace dal Tribunale Militare Internazionale per l’Estremo Oriente. Inoltre Shinzo non è mai stato ben visto in Cina, poiché nipote di quel Nobusuke Kishi che fu tra i più alti ufficiali in comando durante l’occupazione della Manciuria e, dunque, implicato negli ignobili test chimici e batteriologici che resero tristemente famosa l’Unità 731 e le altre basi di ricerca giapponese in Cina. Il gesto del Premier, che butta benzina sul fuoco e sgretola ulteriormente i già difficili rapporti tra i due Paesi, è stato accolto duramente dal governo cinese che ha puntualizzato come «il Santuario Yasukuni è uno strumento spirituale e un simbolo del militarismo giapponese nella sua guerra di aggressione» e che la visita del leader giapponese «ha eretto una nuova, enorme barriera politica che ostacola il miglioramento e lo sviluppo delle relazioni bilaterali».

A conti fatti, la Cina si avvia verso il 2014 con una pesante eredità da gestire: dispute territoriali irrisolte e difficili rapporti diplomatici sia con la superpotenza statunitense che col vicino asiatico. Con ogni probabilità lo scenario estremo-orientale ci riserverà molte sorprese nei prossimi mesi.

 

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