lunedì, Ottobre 25

Tensione in Transcaucasia Riesplode la vecchia contesa territoriale tra Armenia e Azerbaigian in un contesto dominato dalla crisi ucraina

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putin russia

La crisi ucraina resta grave al di là dei suoi alti e bassi. Non cessano comunque di estendersi i suoi addentellati, le sue ripercussioni sia su scala mondiale sia nelle aree adiacenti. Una di queste è la Transcaucasia, che ha visto ridivampare il sanguinoso e mai archiviato conflitto per la piccola regione montagnosa del Nagornyj Karabach, una repubblica autonoma strappata con le armi dall’Armenia all’Azerbaigian dopo il disfacimento dell’Unione Sovietica.

Sconfitto vent’anni fa sul campo, l’Azerbaigian insiste a reclamare il ripristino della propria integrità territoriale sfruttando ad ogni buon conto un’irruenta crescita economica (grazie alla dovizia di petrolio e gas) per rafforzarsi militarmente senza badare a spese. L’Armenia, molto più povera malgrado i contributi della diaspora, ha tenuto sinora duro, nella difesa dei propri diritti sulla regione contesa, grazie anche alla protezione della Russia, con la quale condivide la religione cristiana in contrappeso all’appoggio che un nemico storico come la Turchia fornisce al musulmano Azerbaigian.

A malapena congelato dall’armistizio del 1994, il conflitto è rimasto latente anche a causa dei suoi dolorosi strascichi. In aggiunta alle perdite umane (oltre 20 mila morti complessivi) e alle altrettanto ingenti distruzioni, l’Azerbaigian ha dovuto ospitare 220 mila profughi dalle terre perdute e sistemare 170 mila sfollati interni, mentre 300 mila armeni hanno traslocato nel senso opposto, andando ad alimentare a loro volta l’emigrazione armena in Russia già di per sé cospicua.

Benchè gli armeni fossero in netta maggioranza anche prima della guerra tra gli attuali 140 mila abitanti del Karabach (assegnato a suo tempo da Stalin alla controparte per motivi geopolitici ed economici), il suo recupero costituisce per   l’Azerbaigian una causa nazionale prioritaria, tanto più importante in quanto il regime di Baku non brilla certo in fatto di democrazia o liberalismo. Per contro a Erevan, la capitale armena, la scena politica è oggi dominata da uomini del Karabach benchè quest’ultimo si sia eretto a Stato indipendente e rimanga nominalmente tale nonostante gli strettissimi legami con l’Armenia e, d’altronde,  l’assenza di qualsiasi riconoscimento internazionale.

Rappresentata nella fattispecie dal cosiddetto Gruppo di Minsk, copresieduto da Russia, Francia e Stati Uniti, la comunità internazionale ha tentato invano, a partire addirittura dal 1992, di promuovere una soluzione pacifica del problema, che sembra in effetti preclusa dalla reciproca intransigenza dei contendenti. Baku si mostra disposta a riconcedere al massimo una larga autonomia al Karabach, mentre Erevan è restìa anche a sgomberare le sole aree che lo circondano e delle quali mantiene l’occupazione per ragioni di sicurezza militare.

Non senza qualche analogia con la vicenda palestinese, la più scottante questione transcaucasica si è così trascinata per un paio di decenni senza mutamenti di rilievo benchè punteggiata da ricorrenti riesplosioni di ostilità, peraltro contenute e neppure paragonabili ai più lontani precedenti che avevano visto i due popoli scontrarsi al tempo delle rivoluzioni e guerre civili russe. Nel 1988 il moto separatista del Karabach, seguito dal pogrom anti armeno di Baku, aveva segnato una delle prime scosse fatali subite dalla convivenza interetnica nell’URSS.

Un’escalation della tensione particolarmente minacciosa si è verificata solo in questi ultimi mesi  culminando in scontri armati lungo la frontiera che, tra fine  luglio e primi di agosto, hanno provocato una trentina di morti e altrettanti feriti da entrambe le parti, con immancabili accuse reciproche di relativa responsabilità. Anche stavolta, per la verità, le acque si sono calmate abbastanza presto, in seguito all’intervento mediatore, o quanto meno moderatore, di Vladimir Putin. Il presidente russo si è infatti affrettato ad invitare a Soci i suoi omologhi armeno, Serzh Sarksian, e azero, Ilham Aliev, quest’ultimo figlio e successore di uno degli ultimi alti dirigenti sovietici prima che padre e padrone dell’Azerbaigian indipendente.

La calma, dato il contesto, potrebbe però rivelarsi effimera. Non risulta, innanzitutto, che Putin sia riuscito ad ottenere dai suoi ospiti molto più che una generica promessa di moderazione, appunto. In particolare, sembra che l’uomo del Cremlino mirasse a convincere entrambi, e soprattutto Sarkisian, ad accettare l’arrivo di una forza di pace russa nel Karabach e dintorni. Corre invece voce che il risultato sia stato quello opposto, ovvero che anche Aliev si sia trovato d’accordo con il collega armeno almeno nel respingere la proposta di Putin, ancorché verosimilmente accompagnata da incentivi e magari minacce più o meno velate.

Qualche osservatore ritiene che il presidente russo non perseguisse obiettivi troppo ambiziosi ma si accontentasse di dimostrare il peso dell’influenza russa anche nel settore transcaucasico del “vicino estero” staccandosi dai partner o ex partner occidentali sinora coinvolti. E avendo, semmai, interesse a lasciare fondamentalmente le cose come stanno tra Baku ed Erevan in modo da poter meglio condizionare i loro comportamenti, analogamente, secondo un disegno analogo a quello che qualcuno gli attribuisce per quanto riguarda l’Ucraina.

Si tratta di un’ipotesi forse riduttiva ma non da scartare senz’altro, tenendo comunque conto che non si sa, naturalmente, se la minaccia di inasprimento della tensione locale sia nata casualmente, come può sempre accadere in determinate situazioni, oppure per deliberata iniziativa di uno dei due antagonisti, magari sotto spinta altrui.

A questo riguardo si deve registrare una versione dei fatti, alquanto curiosa e di sapore, per così dire, casereccio, azzardata nei giorni scorsi da ‘il Giornale.it’ nell’ambito delle “follie di ferragosto”. Secondo questa fonte si sarebbe trattato di “una guerra aperta senza mezzi termini” da Ilham Aliev mediante una “maldestra truffa da bassa diplomazia messa a segno approfittando della scarsa esperienza del governo di Matteo Renzi”.

Colpa dell’Italia, insomma, i cui dirigenti, benchè più sprovveduti che malintenzionati, in occasione di una visita ufficiale di Aliev a Roma non avrebbero respinto su due piedi una bozza d’accordo proposta dagli ospiti e contenente un accenno filo-azero alla contesa per il Nagornyj Karabach. Spacciata per un accordo già firmato, la sua diffusione avrebbe favorito se non provocato, chissà come, la riesplosione del conflitto, il tutto dando apparentemente per scontato il peso determinante di Palazzo Chigi e della Farnesina negli sviluppi della problematica transcaucasica.

E’ vero che nella stessa occasione il Governo italiano si è effettivamente spinto fino a stipulare un “partenariato strategico” con l’Azerbaigian imperniato sulla cooperazione in campo energetico e sul comune interesse alla realizzazione del progetto TAP (Trans Adriatic Pipeline), il nuovo gasdotto che, partendo da Baku, dovrebbe approdare a Brindisi attraversando Georgia, Turchia e Balcani. Ed è del tutto verosimile che quell’espressione abbia irritato parecchio gli armeni, anche se l’accenno alla disputa territoriale è stato debitamente corretto nel comunicato finale sui colloqui romani.

Fermo restando, tuttavia, che i due contendenti non hanno alcun bisogno, da oltre un secolo, di incoraggiamenti esterni per venire ai ferri corti, va ricordato che l’Italia è semmai sospettata in Occidente, oggi, di eccessiva indulgenza nei confronti della Russia, se non di collusione con Mosca, a sua volta ben più vicina all’Armenia che all’Azerbaigian. E che, comunque, rimane da vedere come Roma riuscirà a conciliare l’interesse per il TAP con quello, finora ripetutamente confermato, per il South Stream, il gasdotto caro a Mosca e ovviamente concorrenziale con il TAP specie in concomitanza con la crisi ucraina.

Fantapolitica a parte, il quadro in cui si collocano la disputa territoriale e la minacciata riesplosione del relativo conflitto si presenta alquanto complesso. Tra l’altro, il gas che da Baku dovrebbe arrivare in Puglia non sarà probabilmente solo azero ma anche proveniente da altri paesi produttori dell’Asia centrale, per cui la realizzazione del TAP inciderebbe anche sui rapporti politico-economici tra la Russia e un intero gruppo di repubbliche ex sovietiche, oltre che naturalmente con l’Unione europea nel suo complesso.

E qui non sono in gioco soltanto gli interessi energetici, per quanto così imponenti e condizionanti. Esiste anche la più generale concorrenza tra l’allargamento della UE verso est e l’Unione eurasiatica patrocinata dalla Russia, che proprio in Transcaucasia ha uno dei suoi maggiori punti critici e potenzialmente conflittuali.

La posizione più delicata è quella dell’Armenia, da sempre combattuta al suo interno tra l’attrazione per l’Occidente, con in testa tradizionalmente un paese come la Francia, e i vitali legami con la Russia, presente ad esempio a Erevan e dintorni anche con grandi e potenti banche.

I dirigenti armeni speravano di poter conciliare questi legami con l’associazione alla UE, alla quale ha dovuto però rinunciare, almeno per ora, avviandosi invece verso l’adesione, apparentemente ormai scontata, al processo integrativo eurasiatico. Non è escluso che un’eventuale soluzione pacifica della crisi ucraina consenta la realizzazione in qualche modo di quella speranza. Intanto, però, Erevan deve subire pressioni presumibilmente pesanti per l’osservanza  delle sanzioni occidentali a carico della Russia da una parte e delle conseguenti ritorsioni russe dall’altra.

Una scelta chiara e apparentemente irrevocabile è stata compiuta dalla Georgia, che ha recentemente firmato l’accordo associativo con la UE insieme all’Ucraina e la Moldavia e probabilmente resterà fuori dall’Unione eurasiatica come ha fatto sin dall’inizio con ogni altra forma di reintegrazione dello spazio ex sovietico. Gli attuali dirigenti di Tbilisi hanno corretto la linea marcatamente antirussa dei predecessori, ma non è detto che i loro sforzi bastino a scongiurare, nell’odierno contesto regionale, un bis della dura resa dei conti con Mosca del 2008.

Infine, l’Azerbaigian, che potrebbe permettersi il lusso di un isolamento politicamente comodo come altre piccole potenze energetiche quali la Norvegia e il Turkmenistan evitando i dilemmi dei suoi vicini. Per Baku non si è ancora posta in modo scottante una scelta tra UE e Eurasia, e tuttavia la sua ripulsa spesso anche ostentata dell’egemonia regionale russa potrebbe diventare pericolosa, benchè la contiguità con medie potenze islamiche quali la Turchia e l’Iran serva in qualche modo da contrappeso all’incombere nei suoi paraggi del colosso moscovita.

Putin, dal canto suo, non si è limitato a fornire armi in abbondanza al nemico numero uno dell’Armenia come a qualsiasi altro possibile cliente. Ha più volte dimostrato una disposizione amichevole, malgrado tutto, nei suoi confronti, e un certo impegno a stabilire rapporti bilaterali più soddisfacenti. Qualcuno ipotizza, adesso, che proprio dal Cremlino sia arrivata la spinta a riaccendere la tensione intorno al Karabach promettendo a Baku (la sola ragionevolmente interessata a farlo) di costringere l’Armenia al compromesso. Quanto meno ad evacuare, ad esempio, le zone occupate esterne all’ex repubblica autonoma.

Questa ed altre sono, appunto, solo ipotesi, la cui attendibilità non mancherà di essere messa alla prova da una situazione, in Transcaucasia ma non solo, che si presenta comunque incerta sotto vari aspetti e nella quale le crisi sembrano più facilmente destinate a moltiplicarsi piuttosto che a smorzarsi da sole o con qualche abile colpo di bacchetta.

 

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