martedì, Maggio 11

Tempo di bilanci anche per Donald Trump Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti; cosa che rischia di causare più di un problema a un’amministrazione che fatica a nascondere le sue fragilità.

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Con l’approssimarsi della fine dell’anno si può tracciare un bilancio di quello che sono stati i primi undici mesi di vita dell’amministrazione Trump e, se sì, di quelli che hanno costituito i suoi tratti salienti? Dopo l’elezione dell’8 novembre 2016 e con ancora più forza dopo l’insediamento del 20 gennaio, il tycoon newyorkese si è trovato al centro di un fuoco incrociato di critiche e sospetti che ne hanno intaccato parecchio la credibilità. Le difficoltà incontrate nel formare e nel gestire la ‘squadra di governo’ hanno concorso a rafforzare un’immagine di debolezza non del tutto infondata. Solo negli ultimi tempi, in occasione dell’approvazione della contestata riforma fiscale, si è assistito a una prima vera convergenza fra Presidente e Congresso anche se resta ancora da capire se e quanto questa convergenza riuscirà a durare. Anche in politica estera, infine, le ombre appaiono più numerose delle luci, con la crisi innescata dal riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele a rappresentare il coronamento ideale di un anno nel quale molto è stato fatto per ribaltare – almeno in apparenza – tutte la decisioni-chiave della precedente amministrazione.

Si tratta, quindi, di un bilancio totalmente negativo? Certo, la popolarità del Presidente rimane bassa. La recente riforma fiscale (‘Tax Cuts and Jobs Act’) ha confermato come l’opinione pubblica statunitense rimanga sostanzialmente polarizzata e come anche nel Partito repubblicano permangano sacche di sfiducia per l’azione dalla Casa Bianca; allo stesso modo, il voto dall’Assemblea generale ONU sulla questione di Gerusalemme ha messo in luce il sostanziale isolamento di Washington che, nel caso di specie, ha goduto, oltre che dell’appoggio scontato di Israele, solo di quello di Micronesia, Nauru, Palau, Isole Marshall, Guatemala, Honduras e Togo. In questo scenario, anche quello che si presenta come il miglioramento dei rapporti con la Russia passa in secondo piano. Dati i sospetti che ancora aleggiano riguardo alla possibili interferenze di Mosca nelle elezioni del 2016, esso costituisce anzi, per molto aspetti, un altro fattore di debolezza. Il fatto che le responsabilità sinora accertate sembrino convergere su figure dell’‘inner circle’ presidenziale non semplifica le cose e accresce la vulnerabilità politica di un Presidente tenuto in scacco da troppi fattori.

Occorre, però, tenere conto anche di altri elementi. Sul piano internazionale, nonostante le ‘intemperanze’ della campagna elettorale, il rapporto con il mondo asiatico – e con la Cina in particolare – sembra avere mantenuto la centralità che le era stata attribuita da Barack Obama. Complici anche le tensioni legate alle ambizioni nucleari nordcoreane, i rapporti fra Washington e Pechino si sono rafforzati in questi mesi, per la soddisfazione di entrambi i partner. Sul piano interno, come accennato, il voto sulla riforma fiscale ha visto per la prima volta la maggioranza in Congresso schierarsi in modo sostanzialmente compatto dietro al Presidente, cosa che non era accaduta, ad esempio, in altri passaggi politicamente ‘qualificanti’, come il voto della scorsa primavera sul ridimensionamento dell’‘Obamacare’. Anche la sconfitta di Roy Moore, contestato candidato repubblicano nelle elezioni suppletive per seggio senatoriale dell’Alabama, non sembra destinata ad avere, per il Presidente, l’impatto che alcuni osservatori hanno voluto attribuirle. D’altra parte, con il voto di midterm ormai vicino, un ricompattamento delle fila repubblicane appare a tutti, quanto meno, desiderabile.

Ciò, ovviamente, non significa il ritorno di una luna di miele che, peraltro, non sembra essere mai cominciata. L’amministrazione si è mostrata sinora incapace di realizzare in concreto le promesse sull’onda delle quali Trump è stato eletto. Sui temi internazionali (in particolare su quello dei rapporti con la Russia), il Congresso appare pronto a tornare a dividersi. Rimangono, infine, aperti i dossier centrali dei rapporti con il Medio Oriente e con l’Europa. Quello che appare il rinnovato asse anti-iraniano fra Washington, Israele e l’Arabia Saudita si scontra con il sostegno di cui Teheran e il ‘nuclear deal’ continuano a beneficiare a livello internazionale mentre il tema dei rapporti con l’Europa – grande assente in questi mesi – continua ad aleggiare sullo sfondo, se non altro perché l’Unione Europea rimane il maggiore partner commerciale degli Stati Uniti e perché circa 80.000 uomini delle Forze Armate USA sono tuttora schierati nel Vecchio continente. Sinora, l’‘effetto annuncio’ ha permesso all’amministrazione di eludere (almeno in parte) le loro implicazioni. Ora si tratta di passare dalle parole ai fatti; cosa che rischia di causare più di un problema a un’amministrazione che – nonostante tutto – fatica a nascondere le sue fragilità.

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