mercoledì, Maggio 12

Tempesta Brexit: come ha navigato l’Irlanda? La Brexit pone dubbi sull’unità territoriale e sociale del Regno Unito, l’Irlanda dovrà fare ammenda dei suoi ‘errori’ diplomatici, ne parliamo con Lorenzo Castellani

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Il voto popolare al referendum sulla Brexit del 2016 ha diviso il Regno Unito: Scozia e Irlanda del Nord hanno votato contro, Inghilterra e Galles maggiormente a favore. Questo è stato visto come un subordinazione alla decisione inglese di uscire dall’Unione, questione che anima un sentimento contrario al governo di Downing Street”, ragiona Lorenzo Castellani, professore di Storia delle Istituzioni Politiche presso l’Università LUISS di Roma. I cattolici dell’Irlanda del Nord sposano la diplomazia europea irlandese, mentre altri partiti patteggiano maggiormente per i Brexiteers euroscettici di Londra”.

La disunità politica non è l’unico problema che sorge. Il Regno Unito ha trovato un insormontabile scoglio diplomatico nel confine tra le due Irlande’: le sei contee dell’Ulster e la Repubblica d’Irlanda hanno vissuto anni di guerra civile. Il mare rischia di tornare in tempesta tra le due isole. La bassa marea sulla costa irlandese dura dall’Accordo del Venerdì Santo, del 1998. Ora, il Governo di Theresa May rischia di rovinare tutto. Mentre la Repubblica d’Irlanda contesta, da tempo, la decisione inglese e la negoziazione sull’Irish Border. Le scialuppe di salvataggio per Londra sono già state calate, ma la burrasca all’orizzonte non promette niente di buono.

La Repubblica d’Irlanda è membro dell’Unione Europea dal 1973, ed ha adottato l’euro nel 1999. “Storicamente, Francia e Germania sono gli Stati europei che più hanno sostenuto la diplomazia irlandese e la sua posizione europeista, afferma Castellani. L’Irlanda vanta, anche, un ottimo rapporto con le istituzioni europee di Bruxelles. Esiste anche una consonanza, dal punto di vista economico e finanziario, con il nord del continente europeo: Olanda e Paesi baltici, in particolare. In ogni caso, l’Irlanda ha sempre mantenuto un peso geopolitico contenuto e minore, rispetto a quello della ‘sorella’ inglese”. Questo suggerisce un’alternanza politica e di ‘dottrina’ tra le due isole. L’Irlanda del Nord, invece, sembra essere la terra di nessuno, terreno di scontro tra le due visioni di Brexit, che non hanno ancora trovato una soluzione soddisfacente.

Sul fronte delle negoziazioni, l’Unione Europea ha mantenuto, nel tempo, un fronte unito nel processo di negoziazioni sulla Brexit. La crociera europea naviga placida e sicura verso la scadenza del 12 aprile, mentre l’armata inglese sembra aver perso pezzi nella traversata. Infatti, il Governo londinese è spesso caduto in lotte intestine, indecisione ed instabilità politica. La prima proposta europea, per evitare il problema di un Hard Irish Border, consisteva nell’estendere solo all’Irlanda del Nord l’unione doganale. Le regole del mercato unico, che formalmente non avrebbero mai potuto concedere questo privilegio, erano pronte ad essere piegate per accomodare Downing Street e l’isola irlandese. La risposta inglese è stata netta e negativa. Commenta Castellani: La Repubblica d’Irlanda si è sempre spesa per mantenere, almeno, un’unione doganale all’interno dell’isola irlandese. In questo modo, gli irlandesi hanno cercato di ovviare al problema che creerebbe un ‘Hard Irish Border’, con conseguenze negative sul passaggio di lavoratori, merci e capitali. Un compromesso è possibile, ma è sempre più complicato. Le istituzioni europee hanno lavorato per mediare tra le due parti, con la proposta di mantenere l’Irlanda del Nord nel mercato unico e nell’unione doganale, ma i risultati non accontentano le parti”.

Intanto, notizia di oggi, l’accordo di uscita dall’Unione Europea di Theresa May è stato respinto per la terza volta con 386 voti favorevoli e 344 voti contrari. Il Primo Ministro inglese aveva pure promesso le dimissioni in caso di approvazione del deal. La Camera dei Comuni boccia un’altra volta la risoluzione inglese: l’acqua si alza come nel Titanic. Sempre più probabile un Hard Irish Border tra le due ‘Irlande’. Infatti, come sostiene Castellani, la posizione dei Brexiteers inglesi è diametralmente opposta a quella irlandese ed europea. I tentativi di mantenere un’unione doganale è stata sempre contestata dagli inglesi, che non vogliono sottoporsi ad una perdita territoriale di qualsiasi tipo”.

Tutte queste dinamiche di scontro hanno un’origine precisa: all’indomani del referendum, l’allora vice Primo Ministro dell’Irlanda del Nord, Martin McGuinness, richiedeva un voto per stabilire se fosse stata necessaria un’annessione delle sei Contee dell’Ulster alla Repubblica d’Irlanda o se fosse stato meglio rimanere con il Regno Unito. Ancora prima dell’esito del referendum, l’Irlanda aveva esercitato pressione sugli altri Stati membri per aver garantita una protezione in caso di avvenuta Brexit: tutti sembravano prepararsi a soluzioni e decisioni importanti, ma ancora ad oggi la soluzione pare lontana. Prima e subito dopo il voto, l’Irlanda si è mossa svelta e decisa come un vascello con vento a favore. Questo senza aver destato nella ‘perfida Albione’ risentimenti e contrarietà.

L’Irlanda è stata sempre caratterizzata da una chiara posizione vicina a quella dell’Unione Europea, anche come conseguenza del maggiore scetticismo del Regno Unito. La Repubblica d’Irlanda, nelle negoziazioni della Brexit, coltiva l’interesse nazionale ed europeo di mantenere una frontiera aperta, o almeno parzialmente aperta, così da conservare l’unione doganale”, secondo Castellani. Contraria, però, alla linea unitaria e, a tratti, indecisa del Governo inglese.

Nella proposta dell’Unione Europea, dell’aprile 2017, si parlava di «soluzioni creative per evitare un confine duro tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda». Progetto che si è infranto contro lo scoglio marmoreo di Westminster. Secondo Castellani, l’Unione Europea ha la grave responsabilità di non aver mai adottato un meccanismo chiaro ed efficiente per l’uscita dalla confederazione, soprattutto nel caso si parli di uno Stato non membro dell’Eurogruppo. Questo è un grosso problema in seno alle istituzioni europee. La responsabilità della Commissione Europea e del Consiglio Europeo è imputabile nella parte iniziale della Brexit: dopo il voto popolare del Regno Unito, l’azione europea è stata pesantemente contraria alle istanze dei Brexiteers, cosa che ha prodotto maggiori divisioni tra le parti.

Prima di questo buco nell’acqua, la diplomazia irlandese aveva già raccolto tre successi degni di sottolineatura. Nel luglio 2016, il neo Primo Ministro del Regno Unito, Theresa May, garantisce all’allora Capo di Governo irlandese, Enda Kenny, che non si sarebbe ritornati ai confini passati tra le due Irlande’. Garanzia che, oggi, sembra più fuoco amico tra navi della Royal Navy, piuttosto che un colpo lungimirante diretto ad un obiettivo comune. L’Unione Europea, poco dopo, conferma il proposito vincolante di stipulare un deal con il Regno Unito prima della sua uscita. Nell’aprile 2017, il Governo di Dublino avanza l’inaudito: se mai l’Irlanda del Nord dovesse decidere di annettersi alla Repubblica d’Irlanda diventerebbe automaticamente membro dell’Unione Europea.

Queste mosse diplomatiche di Dublino, in linea con la visione dell’Unione Europea, hanno fatto infuriare il Governo inglese. Anche se, ragiona Castellani, l’azione diplomatica irlandese ha mantenuto una posizione vicina ai propri interessi nazionali. Ma, tutto sommato, è risultata una posizione equilibrata, senza esasperare le tensioni con il Regno Unito. Eventualità che avrebbe complicato ancora di più la negoziazione della Brexit. L’Irlanda ha sostenuto i propri interessi, ma senza eccessive rimostranze o prese di posizione provocatorie”.

Dopo la chiusura inglese, nel novembre 2017, la Commissione propone la garanzia di un confine irlandese aperto, anche nel peggiore dei casi. Proposta inviso agli hard Brexiteers e ai sindacalisti dell’Irlanda del Nord: per i primi, è inaccettabile rimanere all’interno del mercato unico europeo, mentre, per i secondi, l’Irlanda del Nord non deve sottostare a diverse leggi da quelle inglesi. Incredibilmente, il Governo inglese accetta il compromesso e avvia la sua proposta legislativa, che, però, viene bocciata alla Camera dei Comuni questo gennaio. Si tratta della più grande sconfitta del Governo inglese, ma anche della più grande delusione di Dublino.

Conclude Castellani: “Anche se non venisse raggiunto un accordo prima della Brexit, rimane, comunque, un grosso problema interno. Il voto popolare del 2016 ha comportato divisioni territoriali nel Regno Unito: gli scozzesi e gli irlandesi del nord hanno votato contro la Brexit. Più che un disastro economico e finanziario, la Brexit rischia di essere un problema politico ed istituzionale per la tenuta del tessuto sociale di tutto il Regno. La legittimità delle Camere londinesi si deteriora di fronte ad un sentimento forte ed avverso delle istituzioni periferiche di Scozia, Galles ed Irlanda del Nord (potremmo parlare di un Regno Disunito). Un Hard Irish Border’, inoltre, potrebbe portare nuovi problemi sociali e di ordine civile tra le due Irlande’: la componente cattolica dell’Irlanda del Nord potrebbe sentirsi separata dall’Unione Europea e dall’Irlanda cattolica. Secondo molti analisti, questo potrebbe significare un regresso alla situazione di guerriglia e disordine precedente all’Accordo del Venerdì Santo. Le relazioni tra cattolici e protestanti potrebbero inasprirsi, ma non dimentichiamo che problemi gravi continuano ad esserci tra le due parti: ogni anno ci sono omicidi politici a Belfast. La divisione religiosa potrebbe sommarsi ad una divisione politica: tra europeisti e Brexiteers, ovvero tra sostenitori di Bruxelles e sostenitori di Londra”. In mezzo, la Repubblica d’Irlanda, che si è sempre mossa per evitare questa situazione alle sue porte, ma che ora dovrà fare ammenda dei suoi errori diplomatici.

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