giovedì, Ottobre 21

Telemedicina: e-Health, m-Health, App e volontariato Si tratta solo di un progressivo cambio di paradigma. Per funzionare, però, la tecnologia ha bisogno di contenuti, procedure e allenamento

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Non solo il Covid-19, ma anche l’esigenza di avere un sistema informativo di condivisione di dati  per la propria salute ed una serie di device utili per gestire le cure, ha sviluppato l’’industria estrattiva e trasformativa’ della salute con alcuni rischi di invasione della propria sfera privata.

Comunque, scienza e ricerca applicata alla salute sono un processo inarrestabile. E’ necessario fare un’analisi costi-benefici di queste scelte anche se, di primo acchito, sembra che l’e-health abbia una efficacia positiva.

La valenza è positiva per il sistema pubblico ed è anche una grande opportunità di business e di welfareQuest’anno la cifra relativa ad e-health è stata di circa 70 miliardi, con una proiezione al 2025 di 188 miliardi di euro. Tecnologia sanitaria, software e cellulari (‘mobile’) in crescita.

I servizi sanitari online (visite a distanza, consulti, gestione amministrativa delle ‘ricette’, fascicoli sanitari  digitali, ‘green pass’, ecc.) sono cresciuti con rapidità dettata da scelte personali, da obblighi istituzionali e da necessità pandemica.

L’uso informativo di salute tramite Internet (dibattito aperto sulla validità, ma tendenza di comportamento inarrestabile e con un approccio da “Giano bifronte” dei medici) interessa il 55% delle persone fra i 55 e i 74 anni (2020).

L’intelligenza artificiale (Ai) in patologie come radiologia e screening nonché in generale per la sanità raggiungerà la cifra di circa 5.5 miliardi con una proiezione (ad un anno) a circa 7 miliardi.

La Mobile Health (mHealth) cioè dispositivi di connessione abilitati dall’Internet delle cose (IoT) è in crescita vertiginosa. Si passerà da circa 8.8 miliardi di dispositivi (2020) a circa 25 miliardi nel 2030.

Gli strumenti mHealth più diffusi sono le app per l’invecchiamento attivo, i devices applicati o indossati per la frequenza cardiaca, il livello di glucosio e pressione arteriosa, la connessione dei pazienti con i medici e siti ‘hub’ informativi. Smartphone e smartwatch saranno prodotti fondamentali per l’uso sanitarioOggi in UE ci sono circa 3mila app per la salute.

Tutto questo sistema ha comunque bisogno di ‘traduttori’, l’facilitatori’ e accompagnatori che istruiscono i fruitori di questi strumenti. Stereotipo del ruolo dei volontari? Può essere.

La Telemedicina nel PNRR vale 1 miliardo di investimento ed è punta di diamante per dare una svolta alla prossimità dei servizi sanitari. Inoltre, il raccordo fra la casa (ricordiamo che dovrà essere il primo luogo di cura  per i pazienti), le case di comunità e gli ospedali di comunità, si avrà solo con un forte impegno digitale. Come già ricordato in altri scritti, un volontariato professionalizzato e di accompagnamento informatico e comunicazione diventa indispensabile.

In era di pandemia, la mancanza di relazione e di comunicazione diventa solitudine che rischia di essere la patologia più diffusa nel Long Covid psichico. Questa drammatica situazione si incista nell’assetto strutturale degli ospedali, delle RSA, negli ‘hospice’ e nelle case dove ci sono pazienti allettati.

Essere soli nella malattia è una condizione difficile, a tratti spaventosa, che non riguarda solo i malati di Covid. Negli ospedali e nelle RSA ci sono pazienti allettati, magari cronici, che hanno piacere e necessità di stabilire rapporti umani, dialogare, sentirsi parte di una comunità; molte strutture hanno attuato una politica di cura nei confronti del benessere psicologico del paziente, della sua accoglienza.

La pandemia ha portato alcuni cambiamenti in questa politica di cura, alcuni necessariamente negativi, altri potenzialmente positivi. Ad esempio, la tecnologia (smartphone, tablet, …) ha permesso di diminuire il senso di solitudine e di mantenere una buona varietà di rapporti umani.

La tecnologia di comunicazione si avvale dell’utilità di  semplici strumenti quotidiani per aiutare le persone in ospedale. Introduciamo un altro elemento prima di analizzare le possibilità offerte dalle tecnologie e le difficoltà ad esse associate.

Gli ospedali  e le RSA si avvalgono spesso di Associazioni di volontari per dialogare con i degenti, per offrire compagnia, argomenti di discussione, contatto col mondo esterno. Questi volontari, anche se tutti vaccinati/vaccinabili, non hanno in questo momento la possibilità di continuare la loro opera, entrare nelle camere e dialogare con le persone salvo rare eccezioni che si avvalgono di Dpi ‘ad hoc’ e adottano un attento distanziamento precauzionale.

Le policy restrittive (giustamente) degli ospedali, privilegiano la sicurezza del paziente come soggetto debole. E quindi l’isolamento e il social distancing sono necessari. Pensiamo un secondo a quello che la pandemia ci ha costretto a fare in altri ambiti, come il lavoro e la scuola.

Lo smartworking si chiamava telelavoro ed è stato in un limbo pluriennale; se possibile, le persone se ne tenevano alla larga. La pandemia lo ha sdoganato, chiedendo a milioni di individui di smettere di frequentare l’ufficio e di lavorare da casa con computer e Internet.

Qualcosa ha funzionato, qualcos’altro meno. E i motivi erano legati alla disponibilità di infrastrutture adeguate, a una buona organizzazione del lavoro e alle capacità dei lavoratori.

Il distance learning, la DAD, aveva i suoi campioni nei corsi gratuiti e frequentati da migliaia di persone sul Web, ma non era applicata nella scuola tradizionale primaria e secondaria.

Da un giorno con l’altro, docenti e studenti si sono trovati a dialogare con uno schermo in mezzo, con metodologie adatte praticamente solo a lezioni frontali e con poche possibilità di allenare docenti e studenti su come usare in modo efficace la tecnologia (del resto non ci si poteva incontrare per fare formazione).

La riflessione su smartworking e DAD può essere estesa al rapporto tra pazienti e volontari negli ospedali, e anche al rapporto tra medico e paziente, che molto spesso si è svolto in videoconferenza.

La pandemia ci ha dimostrato che, quando necessario, la tecnologia si impara velocemente e la si adatta alla situazione da affrontare. Questo è un messaggio che ha in sé qualcosa di rivoluzionario, almeno dal nostro punto di vista. La tecnologia ora permea le nostre vite con un grado molto più elevato di prima, dalla spesa online alle videoconferenze, agli aperitivi virtuali.

Non sempre sono esperienze piacevoli. Perché lo siano hanno bisogno di alcune caratteristiche. Vediamo quali potrebbero essere nel caso del rapporto di dialogo tra paziente e volontario.

Proviamo a ipotizzare una cosa semplice da fare, il dialogo telefonico (meglio in videoconferenza) tra paziente e volontario. E’ chiaro che è meno immediato dell’atto di bussare, entrare e chiedere come vada.

Per fare in modo che funzioni bene, occorre semplicemente progettare il colloquio, scegliendo gli strumenti giusti e formando paziente e volontario. E’ sicuramente una impresa fattibile.

Questa immediatezza, che manca, va sostituita con qualcosa che invogli il paziente ad usare il telefono per attività sociali.

Ecco alcuni esempi, tutti fattibili. Si organizzano videoconferenze per presentare i pazienti agli altri pazienti. Si crea un menù di attività in cui, ad orari definiti, un volontario dotato di competenze specifiche (il volo, l’economia, la cucina) discute con i pazienti in videoconferenza di un argomento di interesse reciproco. Questo è anche un modo per valorizzare i volontari, nell’utilizzo delle loro competenze più specifiche e migliori.

Si possono organizzare incontri con altri ospedali, tornei, forum, e così via. Ovviamente, questo livello di approfondimento è insufficiente, ma serve solo per esemplificare le amplissime possibilità di usare la tecnologia. Anche affiancandola al ripristino delle normali visite nelle camer.

Per funzionare, la tecnologia ha bisogno di contenuti, procedure e allenamento. I contenuti sono l’oggetto del dialogo o dell’interazione e devono essere calibrati anche con l’esperienza e un po’ di prove senza troppe aspettative. Le procedure servono per capire come usare la tecnologia e, soprattutto, per sapere chi c’è in linea e come contattarlo. La formazione è necessaria per pazienti e volontari. Da un lato si mostra cosa c’è a disposizione e si fanno prove d’uso, dall’altro si discute di come un approccio mediato dalla tecnologia sia diverso dal bussare ed entrare in una camera di ospedale.

Il pensiero conclusivo è che un rapporto tra paziente e volontario con il supporto, l’aiuto o la mediazione della tecnologia è sicuramente fattibile. Anzi, sarebbe un peccato dimenticarci di questo periodo della nostra vita in cui il telefono era (è) usato per fare più cose del solito, e ritornare indietro acriticamente.

Un menù di attività per i pazienti è potenzialmente utile per alleviare le loro sofferenze. Un menù può consentire la specializzazione dei volontari. E così via.

Ci sono esempi specifici in letteratura di come alcuni ospedali hanno introdotto tecnologie a scopo di relazione terapeutica. La cosa può funzionare, è solo un tema di progressivo cambiamento di paradigma.

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