domenica, Giugno 13

Teheran, Mecca dell'export field_506ffb1d3dbe2

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Caduti i muri dell’embargo, le cancellerie si attivano per riallacciare i rapporti con l’Iran. In Europa, l‘Italia è ai nastri di partenza, per firmare nuovi contratti commerciali: tant’è che, dal 3 al 6 novembre 2013, grazie alla collaborazione tra le Ambasciate e il Centro Commercio Italia Europa, con sede a Teheran e Firenze, si è tenuta la prima Fiera multi-settoriale del Made in Italy, con decine di aziende nazionali che hanno esposto nella capitale iraniana. Prima ancora che, con l’accordo sul nucleare di Ginevra del 27 novembre , i grandi del mondo decidessero di abbattere le prima sanzioni.

Anche la Gran Bretagna, che con la Repubblica islamica ha rapporti diplomatici burrascosi dal 1979, si sta muovendo. Ma, pur facendo più notizia, i Paesi europei sono solo le antenne periferiche del riavvicinamento all’Iran che, dall’elezione del nuovo Presidente Hassan Rohani del 14 giugno scorso, coinvolge in primo luogo i vicini di casa mediorientali e le potenze islamiche.
Tra i Premier più indaffarati a far cadere gli steccati c’è il turco Recep Tayyip Erdogan, alle prese con la dipendenza energetica del suo Paese – nel 2011, prima dell’inasprimento delle sanzioni degli Usa, Ankara importava il 51% del greggio dall’Iran – dalla Repubblica Islamica.
Schierati sul fronte opposto nella guerra siriana in difesa dei ribelli, fino all’ultimo i turchi hanno mandato avanti i loro business con Teheran, importando forniture di gas in cambio di oro, così da aggirare le sanzioni di Usa, Unione europea (Ue) e Onu.

Stretta l‘intesa sul nucleare con il Gruppo 5+1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania), il quotidiano turco ‘Hurriyet’ ha previsto un boom di scambi oro-petrolio tra i due Paesi, con l’alleggerimento provvisorio, per sei mesi, dei divieti internazionali.
Da da gennaio a novembre 2013, Ankara ha toccato il record assoluto di importazioni di oro (circa 271 tonnellate, dai dati della Borsa di Istanbul, contro le 121 del 2012) da impiegare come moneta per le importazioni di gas e petrolio dall’Iran. Il 28 novembre scorso, il Ministro degli Esteri turco Ahmet Davutoglu è volato a Teheran, annunciando il «dialogo tra l’Iran e la Turchia come il più importante nella regione».
Per Ankara, è «tempo di rilanciare la cooperazione», anche perché il Ministro turco per l’Energia Taner Yildiz ha stimato un aumento dell’acquisto di barili di petrolio iraniano da 150 mila barili ad almeno 130 mila barili al giorno.
All’indomani dell’accordo di Ginevra, gli economici erano entusiasti delle conseguenze che il disgelo tra Stati Uniti e Iran avrà per la Turchia. Per Inan Demir, capo economista di Finansbank, «l’export con Teheran, florido nonostante le restrizioni, non potrà che gonfiarsi». Il Ministero dell’Economia turco ha lasciato intendere che, a breve, tutte le banche del Paese potranno riaprire transazioni finanziarie con l’Iran.
Da sciogliere, resta il clima di sospetto reciproco tra i due Paesi islamici – l’uno maggioranza sunnita e alleato della Nato, l’altro sciita e dalla parte del Presidente siriano Bashar al Assad – alimentato con l’esplosione delle rivolte per la Primavera araba.

Per anni Erdogan, prima della guerra civile, aveva coltivato relazioni economiche e commerciali con Damasco, e il ribaltone non si può cancellare con un colpo di spugna. Ma il clima sembra nuovamente cambiato.
Durante la sua visita a Teheran, il Ministro turco Davutoglu ha affermato di essere dello «stesso avviso» del suo omologo iraniano Mohammad Javad Zarif, «sul bisogno di pace nella regione mediorientale». L’agenda degli incontri diplomatici tra Ankara e Teheran, d’altra parte, è fitta: a dicembre il Presidente iraniano Rohani è atteso in Turchia a metà dicembre, mentre Erdogan, nello stesso mese, si recherà in Iraq.
Il Governo sciita di Baghdad è un altro beneficiario, economico e politico, della riapertura delle relazioni iraniane con l’Occidente. Già durante dopo la caduta di Saddam Hussein, Teheran aveva trattato con l’Amministrazione repubblicana di George W. Bush, per stabilizzare il Paese negli anni della ricostruzione. Dal 2010, l’Iraq ha in corso più di 100 accordi economici e commerciali con l’Iran, che importa dai vicini di casa importa auto, medicinali, beni di consumo come cibo e vestiario e materiale d’arredamento ed edile, per un giro d’affari annuo di oltre 10 miliardi di dollari, facendo girare acciaierie e stabilimenti industriali della Repubblica islamica.
Le autorità irachene visitano regolarmente l’Iran – l’ultimo viaggio di Maliki a Teheran è del 4 dicembre scorso – per «consolidare le relazioni in campo economico, sociale e culturale», mentre Zarif ha fatto il suo primi ingresso da Ministro, a Baghdad, nel settembre 2013.

In ballo ci sono le fornitura di elettricità e gas naturale dai maxi giacimenti offshore del South Pars-North Dome nel Golfo persico, condivisi con il Qatar, che l’Iran vuole esportare in Iraq, Pakistan e nella regione confinante di Uzbekistan, Tagikistan Kazakhstan. Ma anche, sul versante meridionale, nel vicino sultanato di Oman, in Kuwait e negli Emirati Arabi Uniti.
Laurent Ruseckas, esperto in politiche energetiche per l’Istituto di ricerca Eurasia Group, studia da anni lo sviluppo dell’export iraniano, “che avrà bisogno di anni per consolidarsi sul mercato”, ci racconta. Ma è indubbio che l’abbattimento delle sanzioni internazionali “cambierebbe radicalemente gli equilibri economici dell’Asia centrale e del Medio Oriente. Teheran nutre ambizioni di vecchia data sulle rotte petrolifere del Caspio, un business per il quale entra in gioco anche la Turchia, oltre alla Russia e alla Cina. La politica di espansione iraniana nella regione non è dettata da una spinta religiosa. Ma, sin dagli anni ’90 si basa su principi di pragmatismo e di interessi economici”.

Sul fronte occidentale, con l’Iraq sono stati già siglati primi memorandum sono stati già siglati e anche l’Oman ha buoni rapporti con Teheran.
Molto più spinose da gestire, invece sono le relazioni con gli emiri della Penisola araba, legati a triplo filo ai monarchi sauditi di Riad, tradizionalmente in conflitto l’Iran per l’egemonia in Medio Oriente.
È noto che, negli anni dell’embargo, l’Iran abbia aggirato i divieti sull’export anche attraverso triangolazioni con Dubai e allargare l’influenza a sud-ovest dello stretto di Hormuz è un sogno coltivato Rohani.
Ad agosto, il Presidente iraniano ha incontrato a Teheran lo sceicco e vice Premier Khalid al Hamad Al-Sabah del Kuwait, auspicando il «rafforzamento delle relazioni bilaterali» tra i due Paesi.
Si era anche ventilato di un viaggio di Rohani alla Mecca, in Arabia Saudita, all’hajj, il pellegrinaggio di ottobre. Ma dopo la telefonata storica di fine settembre con il Presidente americano Barack Obama, contestata dall’ala conservatrice iraniana, la stretta di mano con i reali di Riad è stata rimandata data futura.
A prendere il toro per le corna, due mesi dopo, è stato l’ex Ambasciatore all’Onu Zarif che, in tour negli Stati del Golfo, ha chiesto all’Arabia Saudita e agli altri Paesi arabi di «allacciare una collaborazione costruttiva» e lavorare insieme per «promuovere la stabilità nella Medio Oriente».
Con meno sanzioni economiche, Teheran per rafforzerà il suo ruolo nell’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec).
Ma, ha sostenuto il Ministro Zarif nel suo recente commento su ‘Repubblica‘, considerare l’Iran un’opportunità anziché una minaccia porterà benessere e la stabilità nella regione.

 

 

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