giovedì, Agosto 5

Teheran, la fabbrica di droni L'Iran trova un'unità artificiale israeliana e la fa' propria

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Che ci faceva, in tempi caldissimi, un drone israeliano Hermes, di quelli spediti nei cieli di Gaza, in avvicinamento verso il dibattuto impianto iraniano per l’arricchimento dell’uranio di Natanz?
I Guardiani della rivoluzione (Pasdaran) hanno esibito come un trofeo le foto della carcassa, quel che resta del velivolo senza pilota, dopo che il mezzo è stato intercettato dal sistema di sorveglianza e abbattuto da un missile terra-aria dell’Aviazione.
Israele tace, aspettando che, dopo le analisi, siano o meno rilasciate altre ulteriori informazioni. Gli ingegneri aerospaziali di Teheran si sono messi al lavoro: con l’esplosione del serbatoio pieno di carburante, il velivolo si è incendiato, ma «alcune parti sono intatte e le stiamo analizzando», hanno precisato gli zelanti vertici del corpo d’élite iraniano.

Si cercherà innanzitutto di appurare se il drone che asseriscono di made in Israel sia un Hermes della vecchia (450), come appare più probabile, oppure della nuova generazione (900) battezzata nell’operazione Margine protettivo contro i palestinesi: particolare, quest’ultimo, che renderebbe il clima mediorientale ulteriormente incandescente.
Per Tel Aviv, dalle immagini di propaganda non ci sono i margini per classificare il velivolo senza pilota (UAV) come di produzione israeliana. Certamente il «corpo centrale ha la forma tipica di un drone. Inoltre, il materiale dell’abitacolo sembra sofisticato», concede il quotidiano israeliano ‘Haaretz‘, che ha dedicato un lungo articolo alla notizia. «Di quello, tuttavia, che le industrie militari di tutto il mondo impiegano per costruire gli UAV».
I Pasdaran, al contrario, danno per certa la provenienza dal «regime sionista» del drone, senza tuttavia fornire dettagli di prova. Il mezzo – l‘Ermes è un aereo senza pilota di media grandezza, progettato per missioni tattiche di lunga durata – avrebbe avuto un raggio di azione di 800 chilometri e sarebbe decollato da un non meglio precisato «Paese terzo», equipaggiato con «due telecamere in grado di scattare foto di alta qualità».

In precedenza l’unico UAV israeliano del genere sarebbe stato abbattuto in Siria, ma quest’ultimo modello, si sono sbilanciati i Guardiani della Rivoluzione, sarebbe «più avanzato».
Il secondo passo dei Pasdaran sarà «decodificare i dispositivi d’intelligence dell’UAV», allo scopo di raccoglierne tutte le informazioni e clonare il mezzo, a uso e consumo di Teheran.
Dal drone made in Israel al drone made in Iran? Teheran si tura il naso, tecnologia e know-how sionisti sono da sempre merce preziosa. E, quanto ai modelli militari copiati, c’è il precedente del drone americano Lockheed Martin RQ-170 Sentinel, clamorosamente fatto atterrare, nel dicembre 2011 da un’unità di cyberwar iraniana, dopodiché smontato pezzo pezzo.
Gli ingegneri iraniani sono bravi. E, un paio di anni dopo, i Pasdaran hanno annunciato l’imminente lancio di un nuovo UAV RQ-170 di produzione propria.
Dirottato con un software speciale che lo ha condotto integro negli hangar, il Sentinel è l’unico caso di cattura di un drone nella Repubblica islamica, confermato dal nemico: sulle prime gli Usa negarono l’incidente, ma alla fine riconobbero la perdita.

 Da allora Teheran non ha mai smesso di inseguire i droni statunitensi.
Altri due modelli RQ, secondo la Marina iraniana, sarebbero stati catturati nel territorio della Repubblica islamica: uno, hanno rivelato i Pasdaran ex post, addirittura già nel settembre del 2011, l’altro nell’autunno del 2012.
In entrambi i casi, gli UAV sarebbero stati passati al setaccio dai ricercatori, per la successiva riproduzione. Nel dicembre del 2012, l’Iran ha annunciato in pompa magna di aver anche bloccato, nel suo spazio aereo sopra il Golfo Persico, un drone low cost americano ScanEagle (mai riconosciuto disperso dagli Usa).
Come che sia, Teheran comunicò poi l’inizio della produzione di massa dei piccoli UAV, lanciati in genere dalle portaerei a scopo di ricognizione e spionaggio della Cia. E, anche in questo caso, le immagini degli ScanEagle fatti in casa fecero il giro del mondo: nel 2013 una riproduzione finì, regalata come souvenir, negli arsenali dell’Esercito russo.
Altri droni di questo tipo sono invece operativi in Siria, tra le armi iraniane fornite agli alleati contro i ribelli.

«Le nostre Forze armate hanno una grande collezione di droni costruiti dagli Eserciti di Satana, ma non la renderemo pubblica, per ragioni di sicurezza», hanno rilanciato i comandi dei Basij, le milizie di volontari paramilitari che fanno capo ai Guardiani della Rivoluzione.
Da una parte i proclami trionfali dei Pasdaran vanno, come sempre, tarati. Dall’altra, è indubbio che l’impiego di velivoli senza pilota a scopo di attacco e di intelligence sia aumentato esponenzialmente, in particolar modo da parte degli Usa.
In un decennio, il parco del Pentagono è passato da 50 a 7 mila droni e, nel 2013, gli analisti della Teal group corporation hanno calcolato che, nei prossimi 10 anni, i guadagni del business mondiale degli UAV raddoppieranno dagli attuali 5,1 miliardi a 11,6 miliardi di dollari annui.

Anche Israele non scherza, precursore nell’uso di droni e dal 2005 leader mondiale nel loro export (il 50% rivenduto in Europa). La sua tecnologia bellica è sempre (almeno) un passo più avanti degli altri.
Con Teheran, poi, Tel Aviv ha una lunga storia di spionaggio militare e industriale. La Repubblica islamica accusa i sionisti dell’omicidio mirato di almeno cinque suoi scienziati, per mano dei servizi del Mossad, e di ripetuti sabotaggi alle sue centrali atomche.
Il nucleare iraniano è l’ossessione israeliana e le incursioni israeliane sono l’ossessione iraniane. Il sito di Natanz, nell’Iran centrale, dove è stato colpito il drone, è il maggiore sito per l’arricchimento dell’uranio nel Paese. Al centro della disputa sullo storico accordo per il nucleare a Ginevra e, ça va sans dire, molto attenzionato dal Mossad.

 

 

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