lunedì, Aprile 19

Teheran e l'eredità dell'Ambasciata Il no degli Usa del visto del diplomatico iraniano all'Onu ha radici antiche

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Ufficialmente, per nessuna delle parti i negoziati sul nucleare sono a rischio.
Ma il clima di disgelo, quasi d’euforia, della telefonata di Barack Obama al Presidente iraniano Hassan Rohani del settembre scorso dopo l’accoglienza, densa di aspettative, della delegazione di Teheran a New York, per l’Assemblea generale dell’Onu, sembrano un ricordo più sfocato dei sei mesi appena trascorsi.
Diversi ostacoli sono nati tra Stati Uniti e Iran, non ultimi la crisi ucraina che ha allontanato Washington da Mosca e il fallimento dei negoziati politici sulla guerra in Siria. Ma a gelare i rapporti tra la Casa Bianca e la Repubblica islamica è stata, questo aprile, la scelta di Hamid Aboutalebi come Ambasciatore iraniano alle Nazioni Unite dal luglio 2014.
Un fulmine a ciel sereno, stando alla versione degli Usa, che, nel mezzo di un processo di riavvicinamento storico, hanno visto come un affronto l’invio sul suolo americano, sede del quartier generale dell’Onu, di un diplomatico che, da studente, partecipò all’occupazione di 444 giorni (1979-1981) dell’Ambasciata statunitense a Teheran.
Per l’Iran invece la nomina non poteva essere più opportuna. Ambasciatore in Australia sotto la Presidenza riformista di Mohammad Khatami e, prima ancora, Ambasciatore in Belgio e all’Unione europea (Ue) con il modernizzatore Akbar Hashemi Rafsanjani, Aboutalebi è un amico di lunga data dei compagni di Rivoluzione di Rohollah Khomeini.
Chi più, chi meno graduati, come Rohani e Rafsanjani, nella guerra con l’Iraq o promossi negli apparati di Governo, prima di confluire nel Movimento verde della contestazione, tra il 2008 e il 2009. O come l’ultimo Presidente, farsi eleggere nel 2013 con i voti dei popolarissimi leader riformisti.

Per Teheran il curriculum di Aboutalebi era ineccepibile. Con la sua investitura il Governo Rohani avrà anzi pensato di far contenti Khatami, Rafsanjani e l’establishment progressista di chi preme per le riforme in stile occidentale.
Ambasciatore dell’Iran in Italia dal 1988 al 1992, l’alto diplomatico spiccava tra i profili più qualificati per il seggio all’Organizzazione internazionale: plurilaureato e specializzato in Sociologia tra la Sorbona, il Belgio e Teheran, Aboutalebi, poliglotta, tra le pubblicazioni aveva in archivio anche il saggio sulle ‘Sfide di base della politica estera americana verso l’Iran’, del 2009.
L’ex Ambasciatore all’Onu e attuale Ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, cresciuto nei college e nelle università americane, aveva una formazione accademica e professionale altrettanto alta, più diplomatica dell’Ambasciatore uscente a Palazzo di Vetro Mohammad Khazaee, pur essendo quest’ultimo, economista ed ex deputato, dal 2011 vice Presidente dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. «Non abbiamo nessuno che possa sostituire Aboutalebi e vogliamo portare il caso davanti alle Nazioni Unite», ha dichiarato Ministero degli Esteri iraniano, dopo l’approvazione di un disegno di legge del Congresso di Washington, che vieta ad Aboutalebi il visto per gli Stati Uniti.
Il no all’Ambasciatore iraniano ha surriscaldato gli scranni del Parlamento di Teheran (Majles).
Il Presidente della Commissione nazionale sulla Sicurezza e per la Politica estera dell’Assemblea Alaeddin Boroujerdi ha ricordato in particolare come il veto americano «all’Onu dell’Ambasciatore designato dalla Repubblica islamica costituisca una sorta di abuso della posizione geografica della sede centrale delle Nazioni Unite, da parte di Washington».

L’influente parlamentare ha anche invitato Rohani a portare avanti la questione attraverso «autorità legali internazionali» e, nello specifico, il Capo per i negoziati sul nucleare Zarif, a «esprimere l’opposizione e di Teheran in una lettera al Segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon».
Ai tempi dell’incarico a Palazzo di Vetro, il neo Ministro degli Esteri discuteva privatamente del dossier atomico e di politica internazionle, tra gli altri, con i senatori Joe Biden e Chuck Hagel, nell’ordine attualmente vice Presidente e Segretario alla Difesa degli Usa. Per l’ex collega e Ambasciatore americano in Afghanistan Ryan Crocker Zarif è il «volto eccellente per l’Iran» e finora non si è espresso pubblicamente sulla querelle con gli Usa, preferendo concentrarsi sulle trattative per le centrali atomiche pendenti a Vienna.
Con galanteria anche Rohani e la Guida suprema Khamenei hanno lasciato il compito delicato alla Portavoce del Ministero degli Esteri, Marziyeh Afkham, tra le tre donne scelte dal nuovo Presidente ai vertici della sua Amministrazione. «I meccanismi ufficiali per la citazione in giudizio sono stati attivati», ha comunicato Afkham, precisando come il tentativo degli Usa di non emettere il visto al diplomatico rappresenti una «violazione della legge internazionale e dell’accordo tra il Governo statunitense e le Nazioni Unite».
Un resoconto pubblicato su ‘Iran Reviewricorda come la Portavoce ha abbia denunciato come fazioso un recente rapporto del Ministero degli Esteri inglese sul rispetto dei diritti umani in Iran, considerato che, «per la violazione di routine dei diritti di minoranze, musulmani e immigrati, con chiara evidenza il Governo britannico non può rivendicarsi un difensore dei diritti umani».
Contro gli Usa, il Parlamento ha dato invece al Governo un ultimatum di 10 giorni per inoltrare agli enti internazionali competenti la causa legale.

Passato prima al Senato poi alla Camera, l’emendamento repubblicano estende il divieto d’ingresso dalle spie e ai potenziali attentatori, agli stranieri «coinvolti in atti terroristici contro gli Usa». E, se attuato contro i i diplomatici, scavalca l’obbligo di concessione dei visti a tutti i diplomatici dell’Onu della Convenzione del 1947 per la sede di New York.
Il passo vietato per le Nazioni Unite non è comunque estraneo alla politica estera americana: già nel 1998 gli Stati Uniti rifiutarono il visto all’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp), con lo status di osservatore alle Nazioni Unite, di Yasser Arafat, per presunti legami il terrorismo.
Con democratici e repubblicani, la Casa Bianca ha annunciato di «condividere la legge approvata al Congresso», in vista della firma di Obama del provvedimento.
Per quanto l’Amministrazione Usa «non si aspetti influenze negative in merito», il braccio di ferro si prospetta lungo e nocivo per la firma dell’accordo definitivo sul nucleare tra l’Iran e il Gruppo 5 + 1 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia e Cina più Germania).
Per i deputati americani, la nomina di Aboutalebi all’Onu, «deliberatamente sprezzante e oltraggiosa, non è percorribile». I parlmentari iraniani invece sollevano più di un dubbio sul boicottaggio tattico dei repubblicani, per far saltare o comunque arenare la firma sul nucleare, come ai tempi dell’Amministrazione Khatami. Accuse che gli Usa rimpallano a Khamenei.

Come militante del Movimento degli studenti islamici, Aboutalebi ha ammesso di aver partecipato «marginalmente» all’occupazione dell’Ambasciata americana a Teheran. «Come la Guida Suprema, ad assalto già avvenuto, in qualità di traduttore e mediatore, e non come sequestratore», dicono di lui ex compagni di lotta e i bene informati.
«Negli anni ’90 il diplomatico ottenne anche un visto degli Usa per visitare le Nazioni Unite», ha ricordato la Portavoce Afkham. Allora gli Stati Uniti sorvolarono sul peccato originario di Aboutalebi, condiviso con la cerchia di Khomeini al potere. Ma forse semplicemente non lo conoscevano.

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