martedì, Giugno 15

'Tecnologizzazione' in Marina field_506ffbaa4a8d4

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Il 4 Dicembre, la Marina Militare Indiana (Indian Navy), la quarta più grande del mondo, ha festeggiato la “Giornata della Marina”. In quell’occasione ho avuto l’opportunità di parlare con il vice Ammiraglio Capo Robin K Dhowan, il quale ha avanzato due importanti osservazioni. La prima: diversamente dagli altri due corpi dell’Arma, la Marina deve proteggere e fortificare gli interessi della nazione con la sua presenza, competenza e autorità nella vasta area marittima che oggi include anche la regione Indopacifica. La seconda: in questa regione, la Cina emerge come il più grande concorrente dell’India in particolare nell’Oceano Indiano. Ciò significa che l’India ha bisogno di colpire e affondare con una grande energia, con più vettori, più cacciatorpedinieri, più forze aeree e sottomarini. In pratica, le piattaforme navali devono essere capaci di agire in mare aperto, quindi più versatili, con navi da guerra e portaerei antinave e tecnologia antisommergibile in superficie, e con potenti sottomarini sotto il livello del mare. Non ultime, le navi anfibie.

Per dirla con le parole dell’Ammiraglio Dhowan, “Attualmente, la Marina indiana ha una forza militare che utilizza vettori aerei, cacciatorpedinieri multiruolo, fregate, flotte di navi cisterna, navi anfibie, e numerosi altri combattenti sottomarini e aeronautici, molto forti nelle operazioni in mare aperto nella Regione dell’Oceano Pacifico (Roi) e non solo. Posso affermare che si tratta di una vera Marina Militare e che le nostre capacità saranno sempre in crescendo, in concomitanza con il Piano d’Azione per la Strategia Marittima. Il Piano è stato programmato per andare incontro alle necessità e alle sfide che la Marina indiana si troverà ad affrontare in un futuro a breve termine. Il corpo militare, come forza professionale, tiene sotto controllo costante la sicurezza ambientale nella Roi ed è per questo ben temprata per affrontare le potenziali sfide del futuro“.

Dhowan prosegue: “Per affrontare le necessità e colmare le aspettative della sicurezza marittima della nazione, la Marina Militare Indiana dovrà crescere sia in ambito di formazione del personale, sia di operatività sulle piattaforme, oltre che nella capacità d’azione e nelle strutture di supporto. Stiamo parlando di una forza tecnologica ad estremi livelli, perciò ad alto capitale, che ha quindi bisogno di tempo per svilupparsi”. Resta il fatto che le cifre relative al budget della Marina sono molto più basse di quelle dell’Esercito e dell’Aeronautica. Sul budget annuale, solo il 17% dei 24.000 crore (corrispondenti a 37,15 miliardi di dollari USA) è stato destinato ai fondi di difesa dell’armata militare. La situazione deve cambiare.

Quello che vorrei emergesse da queste righe, è che le sfide con cui la Marina Indiana deve confrontarsi non riguardano soltanto le risorse inadeguate, ma anche la scarsa manodopera in fatto di tecnologia. Mentre le potenti armate mondiali stanno diventando sempre più tecnologizzate. Pensate a come la Marina cinese (PLAN), primo concorrente dell’India, riesce a controllare il sistema informativo e tecnologico a piena mani. Come scrive As Liu Huaqing, ex comandante del PLAN: “Tutti i settori (della Marina) necessitavano di un vero rafforzamento, e io ho creduto che la chiave fosse in un personale all’altezza. Ed è stato durante il mandato dell’ammiraglio Liu che il PLAN ha intrapreso uno sforzo maggiore per migliorare la qualità dei suoi funzionari e del personale assunto,uno sforzo che tuttora continua”.

È un dato di fatto che i tre corpi militari indiani siano al centro di una crisi della forza lavoro che affligge sia i funzionari, sia i ranghi più bassi. Per quanto riguarda la Marina Militare, i dati parlano chiaro, come ha riferito in una risposta al Parlamento l’ex Ministro della Difesa A. K. Antony: al 30 settembre 2012, s contavano 1.996 ufficiali in meno rispetto a quelli necessari, e 14.310 marinai mancanti. L’ammiraglio Dhowan non ha fornito le ultime cifre, ha però rivelato che “ad oggi, l’ammanco ammonta al 14% per gli ufficiali, e al 17% per i marinai”. Cifre considerevoli se si pensa – e Dohwan lo conferma – che la Marina è la più piccola delle forze militari, con una forza inferiore a 65.000 presenze. “Per questo, anche una carenza minima di personale qui si fa sentire, soprattutto in un momento in cui le responsabilità operative, il ruolo e le capacità non devono e non possono mancare”.

Quando si parla di personale, non si tratta solo di cifre, ma anche di formazione. Una Marina sostenuta sempre più dalla tecnologia richiede proporzionalmente sempre più esperti di settore nella sua flotta, ciò che la Cina ha già messo in pratica dagli anni Novanta. I professionisti non possono certo mancare in ambiti specifici, come la missilistica, l’artiglieria, la comunicazione, i sistemi informatici, di interfaccia e informativi. Non c’è spazio per personale e marinai poco competenti. C’è bisogno, piuttosto, di incrementare nuove tecnologie per affrontare le sfide del futuro e al tempo stesso assicurare maggior prontezza nella forza lavoro.

E in questo la Cina ha da insegnare. Oltre a spronare gli studenti a prendere parte alla Marina Militare, il PLAN offre formazione in almeno quattro accademie: la Dalian Naval Ship Academy, la Naval Submarine Academy, la Naval Aviation Engineering Academy, e la Naval Aviation Academy. I cadetti, oltre alla formazione educativa, frequentano anche il General Armament Department’s Academy of Equipment Command Technology (AECT) e indossano l’uniforme ufficiale della Marina. “Il National Defense Student Programme” è il secondo ente educatore delle reclute PLAN. Si inzia col PLA, anche detto ‘Reserve Officer Programme’ in alcune università civili, dove gli studenti seguono corsi di laurea in scienze e tecnologie. Su 118 università di questo tipo, 13 sono esclusive per il PLAN. Sul fronte opposto, la formazione tecnica della Marina Militare Indiana si piazza a un livello più basso: 4 anni di studio in nuove tecnologie all’Accademia Navale per i cadetti che si iscrivono dopo la classe 12, incentivati a seguire la linea dell’ ‘University Entry Scheme’.

In questa sede, il mio punto è che nel nostro tentativo di sviluppare la difesa e le onnipresenti forze armate, inclusa la Marina Militare, bisogna essere consapevoli del ruolo ricoperto dalle scienze e dalle tecnologie. Il Primo Ministro Modi direbbe di “Fare in India” nel settore della difesa, ma direbbe anche che non serve a nulla se non si va a fondo al problema che interferisce con lo sviluppo di una politica di difesa industriale (PDI). La chiave in questa nostra politica è che non si è investito abbastanza nella ricerca e nello sviluppo. Facile criticare l’Organizzazione per la Difesa e lo Sviluppo; resta il fatto che la fetta nel nostro budget per la difesa non è mai abbastanza da poterne parlare, se si fa un bilancio con le cifre che le più grandi armate esportatrici destinano alla ricerca e allo sviluppo. I nostri studenti più brillanti non scelgono questo ramo, e c’è un grande scompenso di ingegneri qualificati e scienziati nel settore della difesa di nostra appartenenza. Si potrebbe pensare di prendere misure o creare norme per il trasferimento tecnologico e bilanciare così i competitori stranieri. Ma a cosa serve avere le norme se la politica impegnata nella gestione del personale non marcia in avanti?

Si può anche pensare di spendere e investire miliardi nella creazione di una Marina Militare coi fiocchi ma, per farsi valere, la Marina deve poi assicurare un buon grado di tecnologizzazione del personale. E l’Ammiraglio Dhowan la pensa allo stesso modo. Mi fa piacere.

 

Traduzione a cura di Silvia Velardi

 

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