lunedì, Giugno 21

Teatro: ponte tra il dentro e il fuori

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Ha riscontrato difficoltà da parte delle istituzioni soprattutto agli inizi?

Quando ho cominciato a San Vittore era direttore Luigi Pagano, uno dei più giovani direttori di carcere in Italia, molto rispettoso e anche conoscitore di teatro. Per quanto potesse essere perplesso all’inizio verso un mio progetto di ricerca oggettivamente anche sperimentale, in realtà, approvò subito. Con ʻViaggio con Aliceʼ (1991) che si ispirava sia ad ʻAlice nel paese delle meraviglieʼ che in ʻAttraverso lo specchioʼ, accadde il primo e unico episodio in merito alle istituzioni. Vi recitavano quindici donne di nazionalità ed età diverse e fu portato in scena al Primo Convegno Nazionale di Teatro e Carcere, nel 1989, al Teatro Verdi di Milano. All’ultimo momento, alcune delle attrici-detenute non furono accompagnate dalla scorta perché i magistrati di sorveglianza non diedero il permesso. Allora io con Mendolesi, Maurizio Buscarino e con i miei colleghi tra cui Olga Vynalis, ci inventammo una soluzione. Decidemmo di appendere in scena ii vestiti, tra l’altro preparati da loro, e la mia attrice spagnola prese il posto di Rita, l’attrice-detenuta argentina che mancava ed era un po’ il cuore dello spettacolo. Durante la danza di sirtaki, furono proiettate le foto scattate da Buscarino durante la prima in carcere sullo ʻschermoʼ creato coi loro abiti e Olga, con l’abito di Rita, ballò, fu un momento da brivido. Quell’occasione di ostacolo con l’istituzione ci ha reso consapevoli di questo grande lavoro di testimonianza attiva che il teatro può fare, del ponte che può creare tra il dentro e il fuori e della sensibilizzazione a dei pubblici diversi sul fatto che l’arte e il teatro siano dei linguaggi trasformativi. Anche l’istituzione negli ultimi vent’anni se n’è resa conto ed è molto mutata. Adesso è molto più facile per noi avere un carcere basato sul discorso della rieducazione e sulla valorizzazione delle persone recluse, che vivono ormai il tempo sospeso della pena non più come un tempo a sé.

Lei è stata una pioniera rispetto al binomio Teatro e Carcere. Avverte la responsabilità in tal senso?

La responsabilità di questo la sento nel momento in cui essere pionieri vuol dire anche tracciare delle linee. Il punto nodale, condiviso anche con gli attori, è sempre stato pensare che il teatro e far teatro facesse bene, che potesse essere catartico e liberatorio al di là di qualsiasi forma terapeutica e di teatro sociale. Oggi, in cui facciamo molta formazione creando almeno una o due figure professionali all’anno, siamo chiamati anche alla responsabilità di dire loro di essere sempre molto appassionati, motivati e artigiani. Il lavoro è sul campo, noi abbiamo imparato a fare teatro d’arte sociale – come si può, secondo me, meglio definire – lavorando nello stesso modo in cui avremmo lavorato fuori, nei teatri o in altri luoghi di pedagogia o di formazione.

Ultimamente si parla sempre più di Teatro e Carcere, come mai secondo lei?

L’idea della diffusione rispetto al Teatro e Carcere si è verificata perché ci sono stati dei momenti di grandi visibilità così com’è accaduto, ad esempio, per Volterra. Quest’esperienza è sempre stata inserita all’interno del ʻFestival di Volterraʼ, con un pubblico che entrava ed entra nel carcere a cui si è aggiunta una critica che ha registrato ciò che avveniva. In Italia siamo sempre in poche le registe donne, non è semplice entrare nel ʻsistemaʼ e farsi valorizzare e riconoscere anche se si ha alle spalle una storia di anni. Posso darvi una notizia fresca: siamo reduci da un’esclusione dal FUS e questo provoca davvero rammarico dopo anni che abbiamo promosso anche progetti europei per il teatro e l’inclusione sociale. Mi sembra una decisione che non tiene conto della memoria, della storia e di chi ha lavorato e lavora sul campo in modo appassionato e indefesso come solo le donne riescono a fare. Noi abbiamo cercato nel tempo di fare concretamente un lavoro di reinserimento dando vita a occasioni imprenditoriali, ciò è accaduto, ad esempio, con le attrici di ʻViaggio con Aliceʼ, le quali avevano creato i propri costumi facendo scuola con costumiste vere e proprie. Da quella circostanza è nata una vera e propria cooperativa, ʻAlice T.ʼ, hanno realizzato anche dei costumi per il Teatro alla Scala, trovando, in generale, lavoro come sarte o costumista.
Adesso abbiamo creato l’ ʻApeShakespeareʼ legato al cibo di strada proprio per reinserire le attrici cuoche ex-detenute o le detenute che possono accedere all’esterno. Il CETEC, cooperativa sociale, ha lo scopo di promuovere la dignità umana, la riabilitazione professionale e l’integrazione sociale delle persone, con particolare attenzione ai soggetti più deboli ed emarginati. Per fare questo, si assicura la promozione e la gestione delle attività commerciali e dei servizi in cui può includere i soggetti svantaggiati in generale (legge n. 381 del 1991, art. 4). Ma la missione reinserimento è destinata principalmente ai detenuti per le misure alternative alla detenzione e agli ex detenuti. CETEC ha anche assicurato un collegamento con le aziende private e pubbliche.

Quando ho intervistato Paola Manfredi per ʻCase Matteʼ ha sottolineato un aspetto, cito testualmente: “spesso, chi fa teatro in questo settore vive un complesso di inferiorità rispetto a chi fa soltanto teatro d’arte“. Lei cosa ne pensa? Agli occhi del pubblico probabilmente ʻrisultateʼ così…

Con un progetto biennale, finanziato dalla Fondazione Cariplo, intitolato ʻTeatro, libertà, cultura dentro e fuori le mura di San Vittoreʼ abbiamo cercato di avvicinare nuovi pubblici al teatro d’arte sociale. Io credo che anche in questo ambito qualcosa sia cambiato se penso alle persone che son venute a vederci anche al Piccolo Teatro di Milano lo scorso novembre o quest’estate al castello Sforzesco. Poi se ripenso al discorso che facevamo sulla mancanza di riconoscimento di una storia… Alla mia età, pur sentendo di essere una persona molto giovane dentro, c’è una sorta di distacco dalla dura realtà italiana molto provinciale. Noi donne, con un nostro vissuto e una personale luce, cerchiamo di essere positive e di dare, giorno per giorno, però con una percezione del mondo e degli altri diversa, dove il mondo e gli altri non sono colo che sono nel carcere, ma spesso e volentieri quelli che, a specchio, sono fuori, e che non si rendono conto di tutto il lavoro profondo, generoso e appassionato.

Quali sono i prossimi appuntamenti nell’immediato?

Animeremo con ʻApeShakespeareʼ BookCity e, in particolare, domenica 25 sempre al Castello, mentre venerdì 23 presenteremo allo Spazio Tadini ʻMeat Pieʼ di Wesley Zurick, giovane drammaturgo di New York.

Per concludere: perché è importante fare teatro in carcere?

Se vuoi una risposta sincera … non credo sia particolarmente importante fare teatro in carcere… è importante fare Teatro tout court. Fare Teatro nei teatri e fuori dai teatri, fare teatro come rito originario in una società impazzita, dove solo il web, gli sms e la rete divengono comunicazione e relazione principale per giovani e meno giovani; fare Teatro dal vivo, vuol dire continuare a praticare un’arte antica di millenni, che ha sempre generato cambiamenti e trasformazioni. Vuol dire essere atleti del cuore e della mente nel mettersi ancora in gioco, lavorare contro tendenza, con tempi lenti e non veloci, lavorare in modo profondo su se stessi, reinventare una comunicazione basata sulla mimica, sull’ascolto, comunicare emozioni attraverso il proprio pensiero, la propria voce, il proprio corpo… In un luogo recluso, dove il tempo solitamente è fermo, sospeso, chiaramente praticare il teatro può essere un modo originario molto forte di ritrovare la propria essenza, il proprio perché, l’essere pronto a respirare, a concentrarsi, a sfidarsi, per recuperare lentamente una nuova autostima e un saper stare insieme agli altri, lavorare in gruppo.

 

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