sabato, Maggio 8

Teatro e tecnologia: un binomio tutto da esplorare

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«Al via dal 29 Settembre al 4 ottobre ʻUngraʼ il primo spettacolo in cartellone della stagione teatrale 2015–2016 dell’Ambra alla Garbatella di Roma. All’insegna dell’innovazione e della multisensorialità, il primo titolo in cartellone è una pièce che, per la prima volta in Italia, unisce l’uso del 3D alla rappresentazione teatrale». Leggendo queste prime righe di presentazione dello spettacolo in questione siamo stati subito attratti dall’idea del 3D al di fuori dei soliti ambiti in cui siamo abituati a fruirne. Abbiamo voluto approfondire la questione con Katia Lopetti, curatrice della regia 3D, ampliando, poi, alla relazione tra teatro e tecnologia con Anna Maria Monteverdi, Specialista di Digital Performance e docente di ʻDigital videoʼ all’Accademia delle Belle arti di Milano.

Ma partiamo dal caso specifico che ci ha incuriositi. La Lopetti si occupa di grafica e animazione 3D al cinema, non usa mezzi termini e schiettamente ci racconta: “Questa rappresentazione è nata da un’esigenza personale di avere a che fare con un mondo che non conosco, mi piacciono questo tipo di sfide, la bellezza sta nell’avvicinarsi dando un contributo personale e il mio, in questo caso, è tecnologico. ʻUngraʼ non avrebbe potuto vivere se questo aspetto non si fosse unito con quello prettamente teatrale di cui si è occupata Teodora Nadoleanu“. Non nega le difficoltà. Dal punto di vista artistico le attrici si sono dovute rapportare “in un contesto dove loro non vedono nulla, si muovono nel vuoto. Il palco diventa un cubo dove ci sono proiezioni sia dietro che avanti, creando anche la profondità”. Sul piano tecnico ci dice di aver fatto dei calcoli anche matematici, ma finché non si sono raffrontate concretamente con il luogo fisico non poteva sapere se le ipotesi fossero corrette. Ci svela anche che in ʻUngraʼ non si crea mai una condizione totale di buio perché utilizzano dei video che consentono anche la visione delle attrici merito anche di una pellicola olografica di ultima generazione. Sottolineando ancora una volta la specificità del mezzo, aggiunge: “Le luci bagnano le scene, devi scendere a un compromesso con le regole teatrali, è come avere una postproduzione cinematografica in presa diretta, il che è affascinante da un lato, però molto difficile dall’altro. Il teatro è una vera arte, la tecnologia ha cercato di diventarlo“.

Quando interpelliamo la Monteverdi le accenniamo di questo spettacolo e lei, calandosi immediatamente nella sua area di competenza, ci evidenzia come gli occhiali 3D abbiano un forte elemento di immersività. Istintivamente viene naturale domandarle come mai abbia deciso di specializzarsi nel rapporto tra teatro e tecnologia. Ci rivela come sia capitato per caso e una necessità collegata col suo ambito di studi (è dottore di ricerca in ʻForme della narrazione audiovisiva e teatraleʼ). Con trasporto e fervida passione, ci parla di quando ha iniziato a occuparsene alla fine degli Anni ’90 e di come sia stata anche molto fortunata in quanto erano gli anni delle grandi sperimentazioni tecnologiche. “Almeno fino al ’95 ci si era limitati al video teatro che, sposando la posizione di Andrea Balzola, è stato superato quando sono arrivati il digitale e la tecnologia interattiva. Da questo momento in poi iniziano a venire le cose più interessanti, ho avuto la fortuna di vivere in un contesto sia geografico che di collaborazioni e amicizie che mi ha permesso non solo di teorizzare, ma al contempo di vedere e confrontarmi con tutti quelli che stavano facendo ricerca nell’ambito tecno-teatrale. In più, a quel tempo, contrariamente da ciò che si verifica oggi, i festival erano ricchissimi di sperimentazioni in cui possiamo far rientrare anche quelle che non arrivavano allo spettacolo vero e proprio, magari erano solo laboratori. Quell’attenzione verso le innovazioni tecniche era strettamente legata a un’idea di precauzione in cui non si voleva che tutto fosse completamente legato alla tecnologia perché bisognava pensare anche all’aspetto della scrittura. Si può, infatti, parlare di tecnodrammaturgia o drammaturgia multimediale avendo cura che la tecnologia non prenda il sopravvento“. Quando si parla di questo binomio, i luoghi comuni sono dietro l’angolo ed effettivamente “uno di questi è che la tecnologia raffreddi la partecipazione o il momento emozionale. A ʻRomaeuropa Festivalʼ c’è stato questo spettacolo grandioso di Robert Lepage che, invece, dimostra come la tecnologia, se ben utilizzata, possa esaltare lo spettacolo dal vivo laddove è costruito con una umanizzazione e un accento che pone l’uomo al centro del teatro“. Ci ha colpito molto quest’espressione utilizzata dall’esperta: la tecnologia “deve essere una maschera per l’attore, un elemento che serve per la costruzione di un impianto di una scrittura scenica. È difficile descrivere a parole una metodologia di scrittura di teatro tecnologica bisogna vederlo“.

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