giovedì, Settembre 23

Teatri nazionali o Teatro d'Europa, questo è il problema Oramai, è solo un confronto tra “schiacciate” e “crape pelade”

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Il quotidiano L’Indro, è un giornale come si definisce e si propone ai lettori di approfondimento. E’ naturale e doveroso quindi riandare come si suol dire  a “vedere le bucce”, su temi, argomenti, situazioni, sulle quali avevamo avuto modo di esprimere la nostra opinione, e che a nostro avviso per fatti sopravvenuti meritano un supplemento di attenzione.  Quella dell’autocitazione, è una metodologia che non incontra i miei favori, anzi, ma per dare una cornice maggiormente pertinente a questo articolo, devo ricorrervi.

Non posso prescindere quindi da fare riferimento all’articolo “Crepino gli artisti”, che ebbi modo di far pubblicare un anno fa circa in occasione dell’approvazione del Decreto Ministeriale dell’allora Ministro della Cultura (per così dire) Bray, Decreto inerente al riordino (sic!),  del settore che per amore di sintesi seguendo la definizione tecnica, chiameremo “Spettacolo dal vivo”. Il Ministro dell’epoca, ebbe modo,  nel breve periodo durante il quale ricoprì l’incarico, di mettere celermente mano, in un comparto per molteplici ragioni molto delicato e, come sottolineavamo nel nostro articolo complesso. Complessità che per chi non è del settore  forse non riesce tempestivamnte a percepire pienamente. Della “complessità” fanno ovviamente parte integrante dei sedicenti “esperti” consigliori, che volta per volta hanno modo, sulla base di appartenenza, o momentane, e spudoratamente  “disinteressate” simpatie, per la formazione politica di riferimento del Ministro, per poterlo infilzare e farcire dei “loro” secondi fini. Obiettivi che non hanno nulla di nobile, contrassegnate da interessi minuti, minimi, da bottegai di rione. E questo, è uno dei veri, antichi quanto inestirpabili mali del fuori scena del nostro Teatro, che lo rende così inconsistente senza una minima progettualità generale.  Il Bray certo poteva vantare solide approfondite conoscenze tecniche sul funzionamento del settore. Tali da poterlo mettere al riparo da qualsiasi trappola tesa, da consiglieri più o meno istituzionali. In effetti, poteva vantare al suo attivo se ben ricordo, esperienze come Direttore artistico di Festival della Pizzica e della Taranta. Un apporto di visione organica e d’insieme di tutto rispetto quindi. Come qualunque lettore può constatare. Questo rientra ovviamente nel campo delle scelte politiche,  dell’intersse e il valore che danno al comparto  Ogni commento è superfluo.

Nell’ articolo, cui abbiamo fatto riferimento, l’aspetto, che avevamo posto al centro della nostra attenzione, era quello sul, e sottollineo “sul” Teatro nazionale, non “sui”  Teatri Nazionali. Ricordavamo in quello scritto, le profonde radici che affondano nella Storia del Teatro Italiano  sulle quali poggiano questo progetto. A cominciare dal compimento dell’Unità d’Italia, la prima che articolò una proposta del genere, fu la famosissima all’epoca attrice patriota Adelaide Ristori. Nel Novecento ripresero l’idea, con venature diverse ovviamente, “teatranti” quali  Eleonora Duse, Gabriele D’annunzio, Pirandello e altri a seguire. Comunque tutte le proposte concordavano nel proporre per dare un senso compiuto alla cosa, l’istituzione di un unico Teatro Nazionale, il quale come sede, pacificamente riconosciuta da tutti, non poteva  che avere Roma. Forse proprio questo elemento, tra spinte e contospinte principalmente interne al sistema del Teatro italiano, che fino ad oggi non se ne è venuti a capo.

Per cercare in qualche modo di uscire dall’impasse, credendo da sprovveduti di non pestare i piedi a nessuno, nelle stanze del Ministero, si è manifestata la sfolgorane idea di dar vita, non a un Teatro Nazionale, ma ben quattro, e crepi l’avarizia se possibile anche di più. Nelle teste dei “grigiocrati” del Ministero la cosa prioritaria era quella che i Teatri candidati a essere Nazionali, dovessero rispettare il parametro tecnico dei mille posti. Cosa questa di per se già delirante, per cui ad esempio il Teatro di Roma nella sua sede del Teatro Argentina ha un permesso di “agibilità” per seicento posti o giù di lì. In “Crepino gli artisti” scrivevo, a proposito del Piccolo di Milano che come noto è già Teatro d’Europa, che prima di inserirlo in automatico nel novero dei potenziali Teatri Nazionali; “andrebbe fatta una valutazione più attenta per non annacquare in un mare indistinto un Ente così prestigioso”.

Non so bene, da quale lucida mente sia partita tutta la vicenda dei Teatri Nazionali invece che quello più semplice e realisticamente significativo di un Teatro Nazionale, fatto sta che al Piccolo di Milano, hanno realizzato in quale contesto stavano scivolando, e più che giustamente hanno promosso una evidente levata di scudi. Hanno perfettamente compreso, che inseguire il percorso di aspirare a diventare “uno” degli svariati ipotizzabili Teatri Nazionali, nel caso del Teatro fondato da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, sarebbe di fatto un declassamento. Eventualità talmente temuta, che si è apertamente schierato a favore delle prese di posizione della dirigenza del Teatro addirittura il Sindaco di Milano Pisapia. “Crapa pelada fa i tourtei nun li da minga ai suoi fradei, i suoi fradei fan la schiacciata nun la dan minga a crapa pelada”. Il motivetto del folklore ambrosiano, portato al successo televisivo negli anni sessanta dal Quartetto Cetra, ben si attaglia a questa vicenda. Tutto sta a capire chi è il “crapa pelada”, e chi o coloro i quali hanno fatto la “schiacciata”, che per dirla con il Tognazzi di “Amici miei” per essere schiacciata è schiacciata. Che dire più, se la poetica del palcoscenico, rimane sui binari, del sopra o sotto i mille posti, dei quattro o cinque Teatri nazionali, nati senza un vero perché, senza avere una visione “organica” del sistema Teatro, che forse oggi più che mai è un’attività necessaria.  Oramai, è solo un confronto tra “schiacciate” e “crape pelade”. Mi risulta ancora molto difficile riuscire a farmene una ragione, ma a quel che vedo, purtroppo, sembra che le cose stiano proprio così.         

 

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