sabato, novembre 17

TAP: se la trasparenza finisce sottoterra Diversificazione energetica, interesse nazionale e istanze locali, impatto ambientale: il Corridoio del gas è tutto questo. Come riportare sui tavoli italiani un dibattito ridotto ai minimi termini?

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Risale a quattro giorni fa il ‘via libera’ alla costruzione di 105 km di gasdotto offshore che collegherà l’Albania all’Italia.  Il tratto fa parte del ‘Trans Adriatic Pipeline’ (TAP), la cui realizzazione è ragione costitutiva di TAP AG, società registrata a Baar (Svizzera) e dotata di uffici operativi in Grecia, Italia e Albania.  Nell’occasione, l’Amministratore delegato Luca Schieppati ha commentato l’avvio dei lavori come un «importante tassello verso il completamento del progetto TAP e l’entrata in funzione nel 2020», definendo il TAP «Uno dei progetti infrastrutturali più strategici e consolidati nel panorama europeo» e «una nuova risorsa di gas per uso domestico e industriale, che aumenterà la sicurezza degli approvvigionamenti energetici nell’area interessata».

Dopo un’estate ‘calda’ che ha visto l’Italia destinataria – rispettivamente, nelle figure del suo Capo di Stato e di Governo – delle pressioni di Azerbaijan e Stati Uniti a proseguire nell’impegno assunto sull’opera, in Salento si è riaccesa la polemica. In campo politico, troviamo una promessa elettorale per ora disattesa da parte dei deputati pugliesi del Movimento 5 Stelle, che lo pone su un piano scivoloso rispetto agli oneri internazionali e all’alleato favorevole (la Lega). Intanto, mentre si levano le proteste anti-TAP e il Minstro dell’Ambiente Sergio Costa chiede una deroga a giovedì per esaminare un Dossier critico presentato dal Comune di Melendugno, il Presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, chiede di spostare 30 km a nord l’approdo del gasdotto (da San Foca a Brindisi), lamentando una distorsione dell’informazione che ricade direttamente sulla percezione sociale del TAP da parte della popolazione.

Il tratto italiano interessato copre 8 degli 878 km dell’intero tracciato TAP, a sua volta ‘segmento’ di un più vasto di sistema di condutture (il ‘Corridoio meridionale del gas’) che, collegando per quasi 4000 km 7 Paesi, permette il trasporto del gas naturale dal Caspio all’Adriatico.

Un programma di investimenti per la tutela del territorio e della popolazione che lo abita (in diversi ambiti: turismo e ristorazione, supporto alle associazioni no profit, riduzione della spazzatura marina e tutela dell’ecosistema) è stato avviato da TAP, previa consultazione con le autorità e i portatori di interessi locali.  In questo quadro, si è tuttavia prodotta una sorta di quiescenza politica sulle questioni relative all’ impatto ambientale sollevate a più riprese dalle popolazioni interessate e, lo scorso maggio, dal Parlamento europeo, che ha criticato i finanziamenti al progetto erogati dalla Banca europea per gli investimenti. Tale aspetto non è eludibile, ha precisato Michele Carducci, Professore di Diritto costituzionale comparato dell’Università del Salento, se vogliamo attribuire un peso agli «impegni sottoscritti dagli Stati e dalla stessa Unione Europea con l’ Accordo di Parigi sul clima», che «non vincola solo gli Stati né ha per oggetto esclusivamente obiettivi tecnici di riduzione delle emissioni inquinanti». Rivolto anche «alle organizzazioni sovranazionali», esso «afferma il riconoscimento dei diritti umani, individuali e collettivi, quale parametro di valutazione del corretto esercizio delle decisioni di attuazione degli impegni assunti».

Passando, ora, in rassegna, alcuni dei principali punti addotti a favore della struttura, la diversificazione delle fonti di approvvigionamento (parziale, in questo caso, con il passaggio dal carbone al gas) e il risparmio sono fattori determinanti. L’entrata in funzione del gasdotto consentirebbe di ridurre la dipendenza dalla Russia, portando in Europa il gas azero. «Giova ricordare», scrive Alessandro Lanza, Consigliere amministrativo dell’ENEA (Agenzia italiana per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile) sulla rivista ‘La Voce’ «che gran parte degli analisti politici più accreditati considera il gas naturale un’arma strategica molto rilevante nelle mani della diplomazia russa». I prezzi praticati dalla Russia aiutano a capire il favore degli USA per il progetto, che finora non riescono a frapporsi come competitori in questo mercato, benché il più caro sia il gas europeo. «Sono state fatte anche stime», prosegue Lanza, « – soggette a importanti variazioni – del costo del ritiro dell’impegno nazionale rispetto al gasdotto: tra i 40 e i 70 miliardi di euro» secondo le società a capo del consorzio impegnato nel Corridoio meridionale del gas, prima fra tutte la SOCAR, impresa di stato per il gas e il petrolio dell’Azerbaijan.

Peraltro, sarebbe auspicabile che una valutazione di tali costi fosse effettuata da un soggetto diverso e più imparziale, così da poterla aggiungere a una linea di confine – finora poco visibile – tra opportunità e necessità.

Per avere un’idea tutto ciò che ruota alla realizzazione dell’infrastruttura occorrerebbe incrociare, quando possibile, le narrative e i piani di lettura, scomponendo i livelli (internazionale, nazionale, locale) secondo la natura e il grado di pubblicità degli interessi coinvolti. Ciò permetterebbe, se non altro, di pensare la necessità dell’opera al netto di implicazioni puramente economiche o elettorali e di uscire da quella configurazione astratta del ‘pro’ o del ‘contro’, che grava – senza distinguere specificamente un caso dall’altro – sul tema delle grandi opere.

Un discorso in linea con la Strategia energetica nazionale (SEN 2017) ed europea afferma, che grazie all’impiego delle energie rinnovabili e all’ efficienza energetica, si sono ridotti il consumo e l’importazione di gas e che questo trend è in aumento. Considerando questi 2 fattori rispetto alla necessità dell’opera in questione, riportiamo l’opinione di Luca Bergamaschi, Professore Associato presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Edile e Ambientale dell’Università di Padova.

Per un’opera che è stata decisa nel 2013, l’Italia oggi deve decidere se starci o non starci, non se l’opera non si farà. Si tratta di un corridoio strategico. La mia opinione è che l’opera si dovrebbe fare, perché questo sicuramente farebbe diminuire il costo del gas.  L’Italia è, tuttora, molto dipendente per l’energia dagli altri Paesi. È vero che il gas non sarà più la fonte primaria fra 20 o 30 anni, ma al momento ne siamo fortemente dipendenti. Penso che dovrebbe prevalere l’interesse generale. I problemi generati localmente, del tutto condivisibili, sono meno importanti dell’interesse nazionale che sicuramente riveste quest’opera”.

Rispetto ai fattori di trasformazione energetica e alla portata globale dell’Accordo di Parigi, Bergamaschi propende per una transizione progressiva, l’unica percorribile: “Che si vada nella direzione delle energie alternative, mi sembra giustissimo. Tuttavia, allo stato dell’arte, risulta arduo pensare di farcela unicamente con le energie alternative. Si può procedere parallelamente, senza affermare che utilizzeremo il gas per i secoli a venire: in questo momento, credo entrambe le soluzioni possano andare perfettamente d’accordo. Cercare di usare sempre meno gas non è contrario al fatto di avere un gasdotto: il gas che useremo sarà pagato comunque meno, mentre senza gasdotto useremmo sempre molto gas e lo pagheremmo in eccesso. Magari fra 30 anni la risposta potrebbe essere diversa. E tutti ne saremmo lieti”.

Ancora, rispondendo in merito al fatto che, comunque, il gas sia responsabile di un 20% delle emissioni globali di CO2, Bergamaschi afferma: ”Se dovessimo decidere di aprire centrali a gas, a petrolio o nucleari, sarei contrario. Stiamo parlando d’altro. Il gas che comunque dobbiamo utilizzare da dove arriva?

A questo proposito, gli interessi economico-finanziari in gioco sono molto forti. Il contratto risale a qualche anno fa, ma è tutt’altro che trasparente. Tali aspetti rischiano di frustrare una transizione, pur nella diversificazione delle fonti, verso l’energia pulita…  ”Questo”, osserva Bergamaschi, “non è oggettivamente da escludere. È un aspetto che va giustamente sottolineato. Stiamo parlando di nazioni che non hanno una spiccata democrazia né una trasparenza su questo tipo di transazioni. Credo che, tutto sommato ne valga la pena, cercando di prestare la massima attenzione alla chiarezza delle rispettive posizioni”.

Nel 2017 il settimanale ‘L’Espresso’ ha pubblicato un inchiesta internazionale che dava conto delle triangolazioni finanziarie tra Russia, Turchia e Azerbaijan che hanno più a che fare con i legami di parentela e i potentati offshore – fiscalmente parlando – , che con l’interesse generale (non a caso, SOCAR ha sede in Svizzera). La rete di interessi legata al Corridoio meridionale del gas coinvolge «oltre 200 connessioni societarie» e solidi legami con la famiglia del Presidente turco Recep Tayyp Erdogan.

In una simile commistione tra pubblico e privato non sarebbe opportuno un dibattito pubblico esteso che sia capace di portare sui tavoli (sia nei diversi contesti istituzionali, sia in fori di dibattito aperti e diffusi su tutto il territorio nazionale) una definizione concertata dei costi e dei benefici dell’opera?

Il TAP è tuttora, e nonostante gli anni, un tema abbandonato o disertato, pronto a riaccendersi in campagna elettorale, o quando le istanze locali acquistino un’occasionale risonanza. Porre in rilievo tali istanze, senza sminuirne la portata, porta a individuare nella tutela ambientale (non in una aprioristica contrarietà all’opera) una richiesta legittima. Altrettanto rilievo, cercando una prospettiva più completa, meriterebbe una conoscenza delle condizioni che rendono possibile un macro-sistema capace di fornire energia fossile all’Italia a prezzi vantaggiosi.

C’è, ancora, troppo relegato ‘in coda’, l’aspetto ecologico connesso all’impiego del gas come fonte energetica, la cui necessità porta, non di rado, a sacrificare l’attualità e l’urgenza degli impegni internazionali assunti dall’Italia e dagli altri Paesi a Tokyo e a Parigi.

Non si tratta, qui, di sacrificare l’interesse nazionale alla disponibilità energetica, ma di tutelarlo, declinandolo nelle forme previste dal diritto internazionale e dalla Costituzione.

 

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