martedì, Maggio 18

G7 Taormina 2017: le spoglie di un antico potere?

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Il 26 e 27 maggio, a Taormina, si terrà il vertice G7. Quando le sette più grandi potenze economiche si riuniscono, gli occhi del mondo intero restano puntati sull’evento. Questa almeno fino a una decina di anni fa. L’economia globale, che fino all’inizio del millennio era stata gestita dai Paesi dell’America settentrionale e dell’Europa occidentale, assieme al Giappone, ha provocato una redistribuzione della ricchezza che ha favorito la crescita di Paesi appartenenti ad aree geografiche una volta secondarie: di tratta dei Paesi del cosiddetto BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica).

Alcuni di questi Paesi, come la Russia, hanno avuto una storia di potenza altalenante (dopo la crisi dell’Unione Sovietica si è ripresa, salvo essere espulsa dal G8 nel 2014); altri, come Brasile e Sudafrica, sembrano non riuscire a realizzare del tutto le aspirazioni di crescita che avevano in un primo momento. L’india, attualmente, resta una potenza regionale ma la sua crescita economica e il suo peso demografico la rendono certamente in grado di interloquire con le grandi potenze del G7. C’è poi il caso, più eclatante, quello della Cina: il Paese del socialismo reale che è divenuto una delle due principali economie capitaliste del mondo.

Se si guardano gli indici di crescita dei Paesi del G7 e li si paragonano a quelli dei Paesi BRICS, si ha subito l’idea di come i vecchi grandi stiano perdendo terreno a favore delle giovani potenze. L’economia globale, che in un primo momento era stata tutta a vantaggio dei Paesi del cosiddetto blocco occidentale (che infatti ne sono stati i principali artefici), ha finito per rafforzare quei Paesi che in un primo momento venivano sfruttati a vantaggio dei primi. Non è un caso che oggi, mentre gli Stati Uniti e i Paesi dell’Unione Europea pensano sempre più frequentemente a misure protezionistiche, la Cina sia divenuta il baluardo del libero mercato.

Le stesse istituzioni economiche internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale o la Banca Mondiale, sono sempre meno influenti: la perdita di peso dei Paesi che furono promotori di questi organismi ha significato la perdita di peso degli organismi stessi. Non è un caso che i Paesi BRISC si siano organizzati in un loro fondo internazionale, con sede in Cina.

Oltre alla sempre maggior perdita di peso dei Paesi G7 dal punto di vista economico e quindi politico, sono da registrare due possibili fratture interne agli stessi partecipanti al vertice di Taormina. La prima riguarda il principale attore del G7, gli Stati Uniti: la nuova amministrazione guidata da Donald Trump ha espresso in più occasioni la volontà di abbandonare le politiche liberiste per rivolgersi ad un protezionismo che, nelle intenzioni del nuovo Presidente, dovrebbe riportare in vantaggio il mercato interno. Inoltre, Trump ha dato più volte prova di preferire gli accordi bilaterali alle posizioni mediate da organismi multilaterali. Queste scelte di discontinuità rispetto alle precedenti amministrazioni potrebbero far ritenere agli USA che non sia così necessario trovare una posizione comune con i compagni di vertice.

L’altro possibile punto di attrito riguarda la Gran Bretagna: dopo la scelta di uscire dall’Unione Europea, gli inglesi si trovano ora in piena campagna elettorale, oltre che nella delicata fase di negoziazione per le modalità di separazione da Bruxelles. Questa condizione, assieme all’atteggiamento aggressivo tenuto dal Governo di Theresa May sull’argomento, rischia di creare una frattura tra Londra e gli altri membri del G7 che fanno parte dell’Unione Europea, ovvero Germania, Francia ed Italia.

Inoltre, il 7 e l’8 luglio, ad Amburgo, si terrà il vertice G20 che, oltre ai Paesi del G7, vedrà seduti attorno allo stesso tavolo anche i Paesi BRICS ed altre economie emergenti. Quale sarà la posizione dei G7 in quell’occasione? Riusciranno a superare le loro divergenze e presentarsi con una strategia unitaria? Soprattutto, quale sarà il loro peso effettivo nei confronti di un mondo che è sempre più multipolare?

Per tentare di capire meglio quali potrebbero essere gli senari che vedremo a Taormina e ad Amburgo, abbiamo parlato con il Professor Alfredo Luís Somoza, giornalista e scrittore italo-argentino esperto di politica internazionale.

Come si può parlare delle ‘sette principali economie del mondo’ senza includere, ad esempio, la Cina?

Questo è uno dei paradossi, nel senso che il G7 ha avuto una sua funzione storica, addirittura se ne parlava negli anni ’70, poi è nato nell’86, quindi prima della fine della Guerra Fredda , ed era effettivamente il gruppo delle sette potenze che avevano un ruolo predominante a livello mondiale ma, soprattutto, all’interno di quella che era l’area di mercato. È stato un’esperienza che, in qualche modo, ha agevolato l’avvio della globalizzazione e soprattutto le politiche del Fondo Monetario Internazionale, che sono state lo strumento multilaterale col quale sono stati regolati tanti conti, non soltanto verso i Paesi del terzo mondo ma anche verso la Russia.

Oggi questa fotografia è una fotografia da consegnare alla storia nel senso che, se noi andiamo a vedere addirittura il PIL a parità d’acquisto, del G7 rimangono tre Paesi, gli Stati Uniti, il Giappone e la Germania, tutti gli altri scompaiono; ma, anche senza utilizzare quel tipo di indicatore, la Cina sarebbe già a tutti gli effetti all’interno di quel gruppo, l’Italia sarebbe uscita da un pezzo: sostanzialmente, oggi parlare di un direttorio dell’economia mondiale che è sceso sotto il 50%, perché le potenze G7 rappresentano attorno al 45%, non ha più senso; inoltre, queste Potenze non hanno alcuna capacità di indirizzo internazionale perché a Taormina vedremo la Gran Bretagna impegnata con la Brexit che non avrà molto in comune con l’Unione Europea e, soprattutto, avremo il grande punto interrogativo degli Stati Uniti che, se verranno a ribadire la posizione di questi ultimi mesi della nuova amministrazione, cioè sostanzialmente di chiudere l’esperienza multilaterale per passare ad una logica di accordi bilaterali, a maggior ragione questo gruppo ha ancora meno senso. Io lo definirei quasi ‘un morto che cammina’ perché è un’immagine sbiadita di un passato che, non fotografando più la realtà, può incidere molto poco.

Come pensa che influirà la sempre maggiore perdita di centralità delle economie G7 sul vertice?

Penso che il vertice andrà a finire su temi che riguardano, non tanto l’economia, ma altri termini di emergenza: penso che si parlerà molto del tema della sicurezza, si parlerà del tema dei conflitti in corso, del terrorismo, cioè di temi di interesse comune che sono quelli, perché è piuttosto improbabile che possano uscire segnali forti sul tema della ripresa economica o della tenuta dell’economia globale, quando abbiamo dei Paesi che, o non contano quasi più nulla in quell’ambito, o hanno progetti tra loro contrastanti.

Il Giappone è in una fase poco nitida dal punto di vista dell’indirizzo politico: è un Paese che ha subito fortissimamente la fine del TPP, l’Accordo del Pacifico che aveva voluto Barak Obama e che, isolando la Cina, riconosceva una centralità del Giappone. Questa è un’ipotesi che al momento non c’è più.

La Germania è impegnata in una costruzione dell’Unione Europea e sulla tenuta dell’euro, cose che poco hanno a che fare con ciò che sta facendo Donald Trump in questi mesi caotici, tipo l’accordo che ha firmato la settimana scorsa con la Cina, bilaterale puro per bilanciare il deficit di bilancio commerciale che ha bypassato tutta una serie di vertenze che c’erano a livello internazionale in sede WTO.

Quindi credo che molto poco, se non dichiarazioni di poca sostanza, potrà uscire dal vertice; oggi potrebbero sicuramente incidere molto su alcuni equilibri ma, tra i Paesi che non ci saranno, i Paesi che contano poco e le divergenze tra quelle che contano, è molto difficile che venga fuori qualcosa di importante sull’economia. Allo stesso modo, è molto difficile che venga fuori qualcosa di interessante su un altro tema importantissimo che è l’ambiente, sul quale si era raggiunta un’intesa molto interessante al vertice di Parigi, dove per la prima volta i Paesi emergenti venivano coinvolti nella riduzione delle emissioni di anidrite carbonica (cosa che mancava nella versione precedente di Kyōto): di cosa parleranno quando gli Stati Uniti disconoscono e non sembrano interessati a ratificare quanto stabilito? Siamo un po’ in una situazione di “liberi tutti” e, a questo punto, un gruppo molto aperto come il G7, cioè un gruppo non formale ma una specie di club, ovviamente perde moltissima della sua incidenza: vent’anni fa, quando si faceva un G7, le indicazioni che uscivano influenzavano molto l’andamento dell’economia e soprattutto le politiche conseguenti da parte degli organismi internazionali, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario, che poi avevano da regolare i conti con mezza umanità; senza dimenticare che da lì è uscito l’ok per la nascita del WTO. Allora il G7 era un super-direttorio che incideva molto, oggi siamo in una fase molto diversa.

Alla perdita di influenza economica corrisponde una perdita di peso politico a livello internazionale: come viene percepito, nel resto del mondo, il vertice G7?

Fuori dai Paesi che ne fanno parte, penso che non si accorgano nemmeno che ci sia il G7: non fa notizia. Una volta, almeno per tutti gli anni 2000, questi vertici o i loro ‘contro-vertici’, con i Forum Sociali Mondiali, Davos, i G7, erano tutti collegati da un filo rosso ed erano veramente dei momenti globali di dibattito o di contro-dibattito e contestazione; oggi, al di fuori dello stesso G7, nessuno si ricorda più che esiste un G7. Il peso politico è totalmente scemato: oggi tra i Paesi che fanno parte del G7, tolti gli Stati Uniti e forse la Germania, il peso politico è indistinguibile da quello degli altri Paesi esterni al gruppo; ci sono Paesi che hanno un maggior peso politico o globale o regionale, ad esempio la Cina a livello globale, ma anche la Russia che, con l’intervento in Siria, si è riposizionata a livello globale, o altre che sono potenze regionali e, tra l’altro, in fase di vertiginosa crescita economica, come l’India. Quindi, da tutti i punti di vista, questa costruzione è molto debole.

Se si escludono USA e Canada, gli altri Stati del G7 sono piuttosto piccoli, dal punto di vista territoriale e non troppo ricchi dal punto di vista delle materie prime: come è possibile che questi piccoli Stati competano oggi con interi subcontinenti o enormi aggregati sovranazionali?

Tolti gli Stati Uniti e il Canada, che sono grandissime potenze sia minerarie che agricole, gli altri Paesi del G7 erano entrati per quello che era stato il motore del loro sviluppo, cioè l’industria: il Giappone degli anni ’70-’80, la stessa Italia che era un grande Paese industriale, la Francia, la Gran Bretagna con i servizi; ognuno è entrato con uno specifico che comunque faceva girare l’economia. Erano tutte potenze che avevano attorno a sé anche tutta una serie di Paesi agganciati: ex-colonie per qualcuno, i Paesi dell’est per la Germania, l’Italia, entrata un po’ di contrabbando, esercitava comunque una sua politica nel Mediterraneo. Quindi erano sì potenze economiche, e questo veniva misurato con il PIL, ma erano anche Paesi che avevano una parte importante o mediamente importante negli equilibri mondiali.

Anche di questo rimane molto poco perché la delocalizzazione produttiva ha ridotto sensibilmente l’importanza di alcuni Paesi, come ad esempio i casi di Italia e Francia, e sono stati pochissimi quelli che sono rimasti ancorati ad una posizione di potenza economica vera, solida, non finanziarizzata: forse l’unica eccezione è la Germania.

C’entra molto la politica. Ad esempio sull’ambiente, una volta i Paesi sviluppati del G7 erano responsabili di quasi l’80-90% delle emissioni inquinanti: oggi la percentuale si è molto ridimensionata perché, se si spostano le fabbriche che inquinano dagli Stati Uniti o dall’Italia in Cina, è ovvio che la Cina diventa un Paese che incide molto sull’inquinamento. La cosa però incide anche sulla produzione.

Inoltre i Paesi in via di sviluppo hanno accumulato dei giganteschi crediti nei confronti dei Paesi del G7: gli Stati Uniti hanno un disavanzo di trecentosessanta miliardi di dollari l’anno verso la Cina, quindi la Cina è obbligata a reinvestire una parte di quei proventi in Titoli di Stato. Sostanzialmente quei Paesi che non sono rappresentati nel G7 sono stati i finanziatori delle politiche di molti Paesi del G7, oltre ad essere i loro fornitori, non più di materie prime come una volta, ma di prodotti manufatti.

Quello che oggi fotografa molto meglio la realtà non è il G7, ma il G20: il gruppo che è nato nel 1999 quando già si cominciava a capire che l’ordine mondiale stava cambiando. All’interno del G20 abbiamo una rappresentanza molto più fedele di quello che è l’economia mondiale e di quelli che sono i rapporti politici. A me rimane sempre un dubbio: per qual motivo, una volta nato il G20, il G7 è rimasto in piedi? Oramai è stato superato dal G20 e non ha senso.

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