domenica, Maggio 16

Tanzania: una politica fiscale rivoluzionaria Il Presidente John Magufuli stupisce nuovamente la comunità internazionale varando una nuova riforma

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Il giro di vita sulle esportazioni sui minerali è un preambolo della politica che Magufuli ha intenzione di attuare progressivamente nei confronti delle multinazionali straniere. Seguendo le orme dell’Uganda e coerentemente con la politica proposta in concerto da Unione Africana e Cina, anche la Tanzania ridurrà progressivamente le esportazioni di materie prime verso l’occidente in quanto queste materie prime serviranno per sostenere la neonata industria locale. Presto questa politica sarà applicata anche su altri minerali e sulle riserve petrolifere. Sul settore idrocarburi Magufuli si sta appoggiando all’Uganda creando un oleodotto che servirà per esportare parte del greggio ugandese verso il porto di Dar El Salalm. Magufuli pensa anche di appoggiarsi alla raffineria ugandese di Hoima per iniziare a importare carburante prodotto regionalmente applicando forti tasse sulle esportazioni di carburante provenienti dall’Occidente per renderlo meno competitivo sul mercato tanzaniano. A medio termine si pensa di costruire raffinerie di petrolio anche in Tanzania.

Il ban sulle esportazioni dei minerali aumenterà nei prossimi anni in quanto questi materiali servono per rendere la Tanzania competitiva con Etiopia, Kenya, Rwanda, Uganda. La politica nazionalistica sulle risorse naturali di Magufuli ricalca quella iniziata dall’Uganda ed è tesa ad obbligare le multinazionali occidentali ad operare sui mercati regionali implicandosi nel processo di valorizzazione delle risorse minerarie a fronte di un drastico crollo delle esportazioni. I tempi di esportare materie grezze ed importare prodotti finiti dall’Europa e Nord America stanno per finire. Al contrario la politica fiscale varata per l’anno commerciale 2017 – 2018 dalla Tanzania risulta innovativa e rivoluzionaria. Nell’Africa Orientale la Tanzania è il primo Paese che applica sostanziali riduzioni fiscali per la piccola e media azienda locale aumentando la pressione fiscale per le multinazionali. Un esempio destinato ad essere replicato dagli altri Paesi della regione.

In contemporanea a queste politiche economiche nazionalistiche la Tanzania si sta pesantemente armando. Dal 2009 al 2016 le spese militari sono aumentate del 48%. Nel 2016 il governo di Dodoma ha speso 544 milioni di dollari in armamenti e 28 milioni per rafforzare le sue unità anti terroristiche. Nel 2015 ha acquistato 20 navi da guerra cinesi e nel 2016 ha ordinato sempre dalla Cina due corazzate. Pechino ha inoltre consegnato 30 carri armati ultima generazione 59G 14 veicoli blindati F-7MG e WZ-551, 10 carri armati leggeri 62A e 100 missili terra aria Fn-6.

La corsa agli armamenti non è rivolta verso eventuali nemici regionali. Pochi mesi dopo la Presidenza, Magufuli ha stretto forti legami di collaborazione e amicizia con il nemico storico, il Rwanda di Paul Kagame. La cooperazione economica con l’Uganda ha raggiunto uno stadio così avanzato che un conflitto tra i due Paesi è impensabile. Gli ottimi rapporti con il Kenya hanno subito ultimamente delle difficoltà ma non così gravi da giustificare un conflitto. Il Congo e Burundi non rappresentano delle serie minacce militari. Secondo vari esperti miliari ugandesi la corsa agli armamenti della Tanzania è sostenuta per proteggersi dall’Occidente. “Le multinazionali europee e americane non stanno gradendo il nazionalismo economico del Presidente Magufuli che danneggia i loro affari. A breve termine cercheranno di destabilizzare il Paese e la soluzione più facile e pulita è quella di sostenere il terrorismo islamico e i motti indipendentistici di Zanzibar. Per questo la Tanzania si arma e sta rafforzando i suoi legami politici economici militari con la sola potenza che può garantire una valida protezione dagli avvoltoi: la Cina“, spiega un consigliere militare ugandese sotto copertura di anonimato.

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