martedì, novembre 13

Tanzania, multinazionali petrolifere sotto accusa La disputa creatasi è di difficile soluzione in quanto concentrata su due politiche di sfruttamento del gas naturale diametralmente opposte

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Il Presidente della Tanzania, John Magufuli, mercoledì 5 settembre, riferendosi al mega progetto di sfruttamento di gas naturale per un investimento totale di 30 miliardi di dollari,  ha accusato le multinazionali petrolifere di slealtà e di avere agende segrete nella ricerca del massimo profitto alle spese dello sviluppo del Paese.  Il Presidente ha informato la popolazione che il governo è impossibilitato a generare elettricità dalle riserve di gas naturale perché le multinazionali straniere pretendono il pieno controllo di queste riserve. Anche il progetto della megacentrale idroelettrica di Stiegler’s George si è arenato a causa dell’opposizione degli attivisti ambientali e dei donatori occidentali.  Le compagnie sotto accusa sono l’olandese Shell,  l’inglese  Ophir Energy, la norvegese Statoil, la Pacilion Energy con sede a Singapore e la statunitense Exon Mobil.

Le trattative tra il governo tanzaniano e la cordata di multinazionali fin dall’inizio si sono rivelate difficili. Lo scorso maggio il governo di Dodoma ha assunto consiglieri specializzati nel settore con il compito di indirizzare la TPDC (Tanzania Petroleum Development Corporation) e consigliarla prima di firmare l’accordo di partenariato.  Per la realizzazione del mega progetto la Tanzania ha ricevuto 29,8 milioni di dollari dalla Banca Africana per lo Sviluppo. Cifra non sufficiente per finanziare l’intero progetto che ha costretto le multinazionali straniere ad apportare maggior capitali di investimento. Shell e Ophir Energy hanno investito fino ad ora 1 miliardo di dollari nel programma di esplorazione. Un’abile mossa che ha permesso di acquisire 16 giacimenti che contengono un terzo delle riserve di gas naturale del Paese. Il progetto ha subito vari ritardi soprattutto legati alla acquisizione delle terre dove sorgono i giacimenti e alla riforma legislativa dell’industria degli idrocarburi. In aggiunta il calo dei prezzi del gas sui mercati internazionali ha reso il progetto meno appetibile a breve termine.

A causa della scarsità dei fondi pubblici disponibili per realizzare il progetto le multinazionali hanno preteso alte percentuali di profitto e il controllo sulle esportazioni del gas metano. La cordata delle compagnie petrolifere straniere intende esportare il gas metano estratto sui mercati europei e americani. Il Presidente Magufuli al contrario intende dirottare le esportazioni sui mercati dell’Africa Orientale (East African Community) e nell’Africa del Sud (SADC – Southern African Development Community).

Durante le trattative con i partner stranieri, il Presidente Magufuli, ha voluto forzare la mano prima di giungere ad un compromesso sulla destinazione delle esportazioni di gas metano. In virtù della politica della gestione atuctona degli idrocarburi, varata nel 2014 dal Presidente ugandese Yoweri Kaguta Museveni,  il governo tanzaniano  il 25 agosto ha firmato un partenariato congiunto con l’Uganda per la realizzazione  di un gasdotto che fornirà il mercato dell’Africa Orientale del gas tanzaniano. Al progetto è stata associata la multinazionale francese Total ed è il primo gasdotto transfrontaliero della regione. Il gasdotto non servirà solo a fornire l’Uganda. Durante il suo percorso 15 distretti della Tanzania beneficeranno della distribuzione di gas naturale per supportare la produzione di energia elettrica ad uso industriale e domestico.  L’accordo sul gasdotto è stato preceduto nel maggio 2017 dall’ accordo di un oleodotto che dall’Uganda giunga in Tanzania.

L’orientamento unilaterale del gas sui mercati africani ha fatto infuriare la cordata di multinazionali che ha minacciato di non firmare l’accordo e dirottare gli investimenti in Mozambico dove sono presenti riserve di gas metano pari a 180 trilioni di metri cubici. Le riserve possedute dalla Tanzania arrivano a 57 trilioni di metri cubici.  Uno tra i principali partner del Mozambico è la compagnia italiana ENI.  La minaccia lanciata non ha spaventato il governo di Dodoma, ben consapevole che le multinazionali straniere difficilmente sposteranno i loro investimenti in Mozambico. Una mossa che creerebbe una perdita secca degli investimenti fino ad ora effettuati per la fase di esplorazione e aprirebbe il mercato tanzaniano alla concorrenza. 

La Tanzania Petroleum Development Corporation ha informato la scorsa settimana che la cordata di multinazionali straniere non ha ancora firmato l’accordo di partenariato commerciale, bloccando di fatto l’inizio delle attività di estrazione e commercializzazione del gas naturale.  Il Presidente Magufuli ha reagito mettendo sotto accusa le compagnie straniere.  La disputa creatasi è di difficile soluzione in quanto concentrata su due politiche di sfruttamento del gas naturale diametralmente opposte. Quella autoctona di Magufuli e quella coloniale delle multinazionali straniere. Entrambi i contendenti hanno ottime carte da giocare. Il governo tanzaniano può annullare gli accordi e offrire il mercato alla concorrenza, la cordata di multinazionali detiene la maggioranza degli investimenti necessari per avviare la fase di commercializzazione. L’eventuale concorrenza sarà disposta ad investire ingenti somme, limitandosi ai  soli mercati dell’Africa Orientale e del Sud?

Essendo la fase di estrazione praticamente bloccata la Tanzania rimane con il serio problema di colmare il deficit energetico per fare decollare la sua industria che sta ricevendo investimenti cinesi. Metà della produzione energetica del Paese dipende dal gas naturale per generare appena 684,66 Mega-watt. Centrali a diesel producono 125,43 Mega-watt mentre le centrali idroelettriche 561,84 Mega-watt.  Per colmare il deficit energetico il Presidente intende rafforzare l’utilizzo delle centrali idroelettriche tramite la Stiegler’s George Hidroelectric Power Station ubicata lungo il fiume Rufiji nella riserva naturale di Selous Game, regione di Morogoro a 220 km da Dar es Salaam. La riserva naturale di Selous Game si estende per 45.000 km quadrati ed rientra nel Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.  La centrale idroelettrica occuperebbe  1.350 km quadrati creando un negativo e pericoloso impatto ambientale sull’ecosistema della riserva.

Il progetto risale agli anni Sessanta ma è sempre stato bloccato dalla pressione internazionale delle associazioni ambientali. Nell’agosto 2017 il Presidente Magufuli ha voluto forzare la mano lanciando la gara d’appalto internazionale per la costruzione della diga. Il 30 agosto 2018 Jannuary Makamba, Ministro di Stato e Vice Presidente dell’Ambiente, ha assicurato che gli studi di impatto ambientale condotti dal governo smentiscono gli allarmi delle associazioni ambientali, annunciando che i lavori inizieranno entro ottobre di quest’anno.  La difesa a spada tratta del progetto è comprensibile. La diga risolverebbe il 60% del deficit energetico nazionale producendo 2.100 Mega-watt.

Pur avendo allocato il 40% dei fondi necessari il governo tanzaniano si trova ora in difficoltà per iniziare le opere di costruzione. I donatori occidentali non stanno sborsando i soldi promessi avendo sposato i rapporti di impatto ambientali indipendenti effettuati dalle associazioni ambientalistiche internazionali tra cui il WWF. Furibondo della notizia il Presidente Magufuli ha promesso che il governo troverà altri fondi, forse rivolgendosi ai BRICS e alla Cina.

Se la controversia con la cordata di multinazionali straniere sul gas metano evidenzia il conflitto tra l’economia autoctona e quella coloniale la controversia sulla mega centrale idroelettrica evidenzia il conflitto tra il diritto di uno Stato sovrano di sfruttare le proprie risorse naturali per il suo sviluppo socio economico e la protezione dell’ambiente. Il governo tanzaniano è convinto di poter costruire la mega centrale all’interno della riserva naturale mantenendo intatto flora e fauna. È altrettanto convinto che le associazioni ambientalistiche internazionali stiano esagerando l’impatto ambientale sotto ordine di interessi economici occidentali. Europa e Stati Uniti, a differenza dei BRICS, vedono come il fumo agli occhi, i progetti di sviluppo del continente africano e stanno lottando su tutti i fronti per mantenere l’economia coloniale che dura da 180 anni.  

I conflitti tra economia autoctona e coloniale; fabbisogno energetico protezione ambientale in atto in Tanzania sono inseriti in un macro conflitto tra Occidente, Cina e BRICS. Le potenze emergenti vogliono trasformare l’Africa in una super potenza economica e politica avviando la rivoluzione industriale utilizzando le immense risorse naturali a disposizione. La Cina nell’ultimo summit dei BRICS ha parlato chiaro: “L’Africa prima di tutto” In opposizione l’Occidente vuole mantenere il suo diritto predatorio tramite l’economia coloniale.  È una questione di vita o di morte per Europa e Stati Uniti, ampiamente spiegata da Cristiano D’Orsi, ricercatore e docente di diritto internazionale presso la facoltà di giurisprudenza dell’Università di Johannesburg, Sud Africa in una recente intervista rilasciata a L’Indro.

Secondo un rapporto di qualche anno fa della Conferenza dell’ONU su commercio e sviluppo, in Africa si trovano il 12% delle riserve mondiali di petrolio, il 40% d’oro e tra l’80% e il 90% delle riserve mondiali di cromo e platino oltre a possedere il 60% di territorio mondiale arabile sotto utilizzato. Ghana e Costa de Costa d’Avorio producono il 55% del cacao mondiale. Chiaramente c’è un forte gap tra il potenziale economico del continente e la sua produzione reale. Non so se vi sia un reale interesse acchè il continente africano si sviluppi al di sopra di una determinata soglia” spiega Cristiano D’Orsi.

La risposta è semplice e secca: l’Occidente non nutre nessun interesse nello sviluppo dell’Africa in quanto porrebbe fine alla economia coloniale e creerebbe una pericolosa penuria di materie prime capace di destabilizzare le basi dell’economia capitalistica occidentale e il controllo geopolitico dell’Occidente sul resto del mondo. Questo è il reale terreno di scontro di questo secolo: la supremazia del continente africano. Si stanno scontrando due forze contrapposte. L’Occidente e l’Asia. Quest’ultima avvantaggiata in quanto la maggioranza dei Paesi africani stanno reclamando con prepotenza e forza il loro diritto di sviluppo socio economico. I segnali di questa volontà di riscatto africano sono più che evidenti. Lo scorso mese il presidente ruandese Paul Kagame (alla guida della Unione Africana) ha varato la strategia: Africa First. Diminuire la corruzione, gli sperchi e la burocrazia, aumentare il rigore fiscale, creare un mercato unico, un vero “Made in Africa”, una solida base di consumatori e staccarsi dall’Occidente. “Smettiamo di elemosinare e finanziamo lo sviluppo africano” da ordinato il Presidente Kagame.

La politica razziale dell’Occidente basata sul mantenimento dell’economia coloniale e leggi restrittive migratorie è destinata a non durare a lungo. Questo conflitto ha alte possibilità di generare spaventose guerre in Africa in quanto Europa e Stati Uniti se perdono il controllo delle risorse naturali africane sono potenze morte. È questo conflitto che sta ritardando l’industria petrolifera in Africa. Uganda e Kenya sono in ritardo di cinque anni sulla estrazione e commercializzazione del petrolio e gas mentre la Tanzania è ancora in alto mare.

Se da un lato l’Africa, attraverso la politica autoctona degli idrocarburi, sta imponendosi con forza contro le multinazionali occidentali, dall’altro questa politica evidenzia molte incognite.  La scoperta di immensi giacimenti di petrolio e gas naturale ha generato una euforia collettiva. Finalmente molti Paesi africani accederanno all’economia dei petrodollari. Le aspettative dei governi e della popolazione sono altissime ma tutto dipenderà sulla gestione di questa manna. Sarà catastrofica come in Nigeria o seguirà gli esempi di Norvegia, Alaska, Ghana e Botswana dove la popolazione ha realmente beneficiato dei profitti provenienti dagli idrocarburi e l’ambiente è stato salvaguardato?

L’estrazione e la commercializzazione degli idrocarburi da sola non risolverà i problemi anche se orientata ai mercati africani. Occorre una oculata gestione di queste risorse naturali.  I governi africani sono convinti che l’industria petrolifera creerà milioni di posti di lavoro. Presso tutte le università africane sono state aperte facoltà nel settore idrocarburi. Eppure la logica occupazionale delle multinazionali occidentali è basata sulla sotto occupazione. La Total opera in 50 paesi ma detiene una forza lavoro di soli 13.000 dipendenti. La britannica Tullow si è imposta sul mercato africano con soli 1.000 dipendenti.

L’impatto ambientale della industria petrolifera se non ben studiato potrebbe creare danni irreversibili alla produzione agricola africana, che tutt’ora è il motore economico del continente capace di assorbire milioni di posti di lavoro anche se sottopagati. Corruzione e esenzioni delle tasse offerte come incentivi agli investimenti stranieri possono determinare un pericoloso deficit delle entrate fiscali necessarie non solo per rinforzare lo stato sociale ma per finanziare i mega progetti di infrastrutture necessarie per la rivoluzione industriale evitando di cadere nella trappola del debito con la Cina. Vi è anche il rischio di riciclaggio di denaro internazionale nell’ industria petrolifera che può compromettere la reputazione e le relazioni estere dei Paesi africani.

L’unico via per evitare tutto ciò è applicare la massima trasparenza nei contratti con le compagnie petrolifere, negli studi di impatto ambientale, nella gestione dei profitti e delle entrate fiscali, nella allocazione dei fondi. La popolazione non deve essere solo ben informata ma coinvolta seguendo l’esempio del Ghana che ha creato una istituzione indipendente controllata dai cittadini per monitorare la gestione degli idrocarburi: il Public Interest and Accountability Committee (Comitato di Interesse Pubblico e Trasparenza Finanziaria) . Queste non sono proposte idealistiche ma necessità pratiche per evitare che i bianchi abbiano ragione nel dire che i “negri sono dei buoni a nulla”.

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