martedì, Settembre 21

Tanzania, fine delle esenzioni fiscali alle multinazionali field_506ffb1d3dbe2

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multinazionali tanzania

Goma – Il parlamento tanzaniano è chiamato ad approvare il VAT Bill 2014, la legge che rimuove le esenzioni fiscali fino ad ora concesse alle multinazionali minerarie, petrolifere e alle compagnie dell’aviazione civile. L’intento è di recuperare 384,6 milioni di euro annui derivanti dalle esenzioni fiscali. Dal 2002 tutti i Paesi dell’Africa Orientale hanno utilizzato la strategia di offrire un lungo periodo di esenzione fiscale (dai 5 ai 10 anni) per attirare gli investimenti privati nella regione. Secondo il progetto originale, questa strategia avrebbe aumentato le attività produttive e commerciali così come l’occupazione, soprattutto giovanile. Dopo 12 anni dalla sua applicazione, i Paesi africani sono arrivati ad un’amaro constatazione: l’esenzione fiscale ha beneficiato solo le multinazionali e non gli stati e le popolazioni africane. I governi sono stati costretti a diminuire gli investimenti pubblici causa mancato gettito fiscale con un danno sulla tabella di marcia prefissata per la realizzazione delle infrastrutture necessarie per la crescita economica nazionale.

Il mancato gettito fiscale ha causato anche un aumento del debito pubblico estero causato dal ricorso ai prestiti internazionali. Anche sul piano dell’occupazione i risultati sono stati magri. I settori minerario e petrolifero richiedono mano d’opera specializzata, attualmente inesistente nell’Africa Orientale. Al posto di formare la mano d’opera autoctona (operazione che richiede tempo ed investimenti) le multinazionali hanno preferito importare i lavoratori da paesi terzi per non perdere prezioso tempo nelle attività di ricerca giacimenti e fase preparatoria per l’estrazione di petrolio e gas naturale. Le compagnie aeree internazionali per la maggior parte soffrono di un personale in sovra numero (il caso dell’Alitalia è il piú lampante) e si sono ben guardate di integrare nuovi dipendenti nel loro staff. Un lieve aumento dell’occupazione è stato registrato solo nei servizi logistici collegati a queste multinazionali e alla mano d’opera di supporto, normalmente mal pagata.

Agli Stati africani è rimasto solo il danno economico derivante dalle mancate entrate fiscali che, nel caso della Tanzania, ammonta a 4,6 miliardi di euro in dieci anni. Da qui prende origine l’intenzione di eliminare le facilitazioni fiscali fino ad ora concesse alle multinazionali. La proposta di legge è stata presentata al Parlamento nel settembre 2013 fissando la tempistica del dibattito parlamentare, formulazione eventuali modifiche ed ammendamenti e approvazione legge per il novembre 2013. Data ampiamente superata. Dinnanzi a ritardi e boicottaggi vari, il governo ha ora imposto ai parlamentari di approvare la legge entro la fine di questo mese. Un obiettivo da raggiungere costellato da varie difficoltà poste dalle multinazionali che non intendono assolutamente perdere i privilegi fiscali ottenuti in quanto le esenzioni fino ad ora si sono trasformate in un indiretto investimento dei governi africani alle costosissime attività di esplorazione con un netto risparmio per le multinazionali ai danni della crescita economica e miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni africane.

L’opposizione di queste holding viene astutamente attuata attraverso la Camera di Commercio tanzaniana che ha il compito di far credere all’opinione pubblica nazionale che le legge danneggerà direttamente il potere d’acquisto della popolazione e farà aumentare il costo dei beni di prima necessità e di conseguenza l’inflazione. “Il settore privato non può supportare la proposta di legge in quanto il governo non ha fino ad ora attivato una seria consultazione con il mondo imprenditoriale. Al contrario cerca di imporci dall’alto un provvedimento che chiaramente danneggia l’economia nazionale. Si prenda per esempio le attuali esenzioni fiscali nell’industria agro alimentare. Se verranno rimosse si assisterà ad un immediato aumento dei costi dei beni alimentari a svantaggio della popolazione. Alcuni nostri partner internazionali potrebbe addirittura decidere di interrompere le joint-venture e ritirare i loro investimenti. Questo porterebbe ad un collasso produttivo che influenzerebbe direttamente la crescita economica nazionale”, spiega Godfrey Simbeye direttore generale della Tanzania Private Sector Foundation.

Di parere contrario è il governo. Secondo gli accurati studi economici e le proiezioni fatte, l’eliminazione delle esenzioni fiscali non comprometterebbe competitività e profitti delle multinazionali e ditte locali che in questi 12 anni hanno ottenuto immensi risparmi.  Nel caso dei nuovi investitori il governo è arrivato alla conclusione che gli immensi giacimenti di petrolio, gas e minerali che il paese possiede sono destinati ad attirare gli investimenti stranieri con o senza le esenzioni fiscali. «I parlamentari sanno subendo forti pressioni e forse anche tentativi di corruzione da parte delle multinazionali che agiscono tramite i loro partner locali, affinché boccino il disegno di legge» spiega al settimanaleThe East African’ un parlamentare sotto protezione di anonimato. Purtroppo per le multinazionali la legge sembra essere inevitabile.

A dimostrazione di questo, il governo tanzaniano nella elaborazione del nuovo budget (2014/2015) ha tagliato fondi per un valore di 384,6 milioni di euro in quanto prevede che le necessarie spese pubbliche siano finanziate dall’aumento del gettito fiscale derivante dalla fine delle esenzioni.  Secondo alcuni economisti regionali, è prevedibile un compromesso tra le parti attraverso alcuni emendamenti alla legge che prevedano una graduale eliminazione delle esenzioni o una diminuzione concordata delle normali percentuali fiscali applicate nel settori produttivi. La seconda opzione potrebbe essere la piú praticabile in quanto il rientro del mancate entrate fiscali è quasi obbligatorio essendo stato già inserito nel nuovo budget nazionale. L’Africa e i mercati internazionali seguono con apprensione l’iter parlamentare di questa proposta di legge, la prima ufficialmente discussa nel continente. La stesura finale della legge (con esenzione fiscale secca, graduale o con diminuzione percentuali fiscali da onorare) indicherà la stata legislativa degli altri paesi, primi tra tutti Angola, Ghana, Kenya, Nigeria, Mozambico, Rwanda, Sud Africa e Uganda,  tutte potenze economiche emergenti africane e paesi produttori di petrolio.

Le multinazionali temono che l’iniziativa della Tanzania non solo crei un effetto domino negli altri Paesi ma possa aprire una pericolosa discussione sull’evasione fiscale, fuga di capitali e sotto fatturazione per diminuire le tasse doganali di importazione ed esportazione, crimini fiscali tranquillamente commessi dalle multinazionali operanti in Africa per aumentare i loro profitti. Si parla di oltre 712,3 milioni di euro annuali sottratti dai governi nella sola Africa Orientale. Il danno a livello continentale risulta di dimensioni colossali. Il Global Financial Integrity, l’istituto finanziario internazionale che regola e monitora le gestioni fiscali dei vari paesi, nel suo recente rapporto evidenzia che le attività fiscali illegali attuate dalle multinazionali occidentali ed asiatiche hanno contribuito ad una perdita secca per i vari governi dell’Africa Orientale che ha immediate conseguenze negative sulle entrate fiscali dei singoli Paesi. Le frodi e sottostime del valore delle merci attuate dalle multinazionali rappresentano un calo delle entrate fiscali significante: -12,7% in Uganda, -8,3% in Kenya e -7,4% in Tanzania.

Le proporzioni del danno compiuto dalle attività illecite degli investitori stranieri nell’ultimo decennio è immenso: 14,40 miliardi di euro per la Tanzania, 10,44 miliardi per il Kenya e 6,80 miliardi per l’Uganda. Il Global Financial Integrity intende mettere a disposizione ai paesi africani il supporto legale e politico necessario per interrompere queste pratiche truffaldine delle multinazionali che spesso si intrecciano con il riciclaggio di denaro proveniente dal mercato illegale dei minerali nella regione che tocca per primis la travagliata regione dell’est del Congo. «Non solo è illogico ed insostenibile ma sopratutto criminale evadere i propri doveri fiscali costringendo i paesi africani a ricorrere ai prestiti internazionali che aumentano il debito pubblico. Questa è una strategia attuata dalle multinazionali petrolifere e minerarie in stretta collaborazione con la finanza internazionale. Una moderno trucco teso a mantenere i rapporti di sudditanza e sfruttamento coloniali. Purtroppo l’Africa non è piú quella romantica terra di buon selvaggi dipinta nei romanzi e libri d’avventura del Novecento. L’Africa è una realtà economica mondiale forse la piú importante e gli africani sono determinati a prendere nelle loro mani il futuro del continente. Questa determinazione passa inevitabilmente attraverso una ridefinizione dei rapporti commerciali. Come in tutti i giochi c’è chi vince e chi perde. Gli Stati Africani sono determinati a giocare il ruolo dei vincitori», osserva la giornalista economica Barabara Among

 

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