venerdì, Maggio 14

Tangentopoli e lo scenario mediorientale Un complotto ebraico-americano?/2 L'ex Ministro inserisce senza remore Tangentopoli nello scenario mediorientale, ma anche altri esponenti democristiani individuano la lobby proisraeliana negli USA in azione in quegli anni in Italia

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Proseguo, dopo la prima puntata di ieri 3 novembre 2015, l’anticipazione di uno dei capitoli del mio libro di prossima pubblicazione intitolato ‘Pro-arabi e pro-israeliani nella storia dell’Italia repubblicana (1948-2015)‘, una riflessione già avanzata lo scorso anno da queste colonne.

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Gli interrogativi sono tanti, forse troppi: ma l’ipotesi che Tangentopoli sia, almeno in parte, da ricollegarsi allo scenario mediorientale in quanto reazione-vendetta del sionismo alla crisi di Sigonella, è sostanziata e legittimata da una lunga serie di indizi: sia in Italia -si pensi alla congruenza, con questo schema, del giudizio positivo di Reginald Bartholomew nei confronti del ‘pro-arabo’ Massimo D’Alema  e persino del futuro alleato di Muammar Gheddafi, Silvio Berlusconi– sia negli USA -vista la presenza e l’operatività dei neocons pro israeliani già all’epoca di Ronald Reagan e di George Bush senior, e poi veri e propri protagonisti della politica estera della Casa Bianca durante l’Amministrazione George Bush junior Peter Semler, anch’egli intervistato da Maurizio Molinari, dichiara di essere arrivato in Italia nell’estate 1990, cioè quando era alla Casa Bianca Bush padre. Il Segretario di Stato era, in quel 1990, James Baker, noto per il forte standing antilobby ebraica nonostante una sua assurda presentazione su Wikipedia; ma alla Difesa troviamo già Dick Cheney. Inoltre, l’estate del 1990 era segnata drammaticamente dall’allora ancora ‘crisi’ irachena, poi trasformatasi in guerra il 17 gennaio dell’anno successivo. Nulla di più probabile, dunque, che negli equilibri di una Amministrazione a due anime -quella isolazionista contraria ad inseguire le pulsioni belliciste di Israele, e quella ben più disponibile a ‘proteggere’ Israele (questa tendenza si era infiltrata tra i repubblicani appunto ai tempi di Reagan, grazie ai trasversali neocons)- l’invio di Semler a Milano, che peraltro avrebbe svolto ufficialmente le funzioni di Console, non di Ambasciatore, fosse ascrivibile al campo deifalchiantiarabi. Una scelta, dunque, ‘normale’. L’anormalità sarebbe venuta fuori dopo, eventualmente, con l’attivismo extraistituzionale, finalizzato al golpe mediatico-giudiziario di Tangentopoli.

Del resto, se si procede al recupero della memoria di Tangentopoli, quanto stiamo qui sostenendo risulta ancora più credibile. Un primo testimone eccellente è l’ex Ministro DC Cirino Pomicino, intervenuto, proprio a ridosso e a commento delle dichiarazioni di Bartholomew e di Semler nell’intervista a Molinari, in un servizio di Francesco Grignetti, pubblicato il 2 settembre 2012, su ‘La Stampa, due giorni dopo ripreso e rilanciato dal sito ‘Noreporter‘ con il titolo ‘Si sono aperte le dighee il commento: «‘Mani pulite’ come golpe: parla anche Pomicino che punta l’indice sugli ausiliari dell’invasore appartenenti a ‘Giustizia e libertà’».
Riportiamo qui di seguito stralci dell’intervista di Grignetti:

Intervistatore: « (…) Anche lei, al pari degli ex socialisti come Formica e De Michelis, era convinto di una ‘manina’ americana dietro Tangentopoli?»

Pomicino: «E’ quanto ho scritto nei miei libri. Quando l’ex console americano a Milano Semler dice che era informato già alla fine del ‘91 di come sarebbero andate le cose, per me torna tutto. C’è un episodio rivelatore: nella primavera di quell’anno mi venne a trovare Carlo De Benedetti e mi disse che assieme ad alcuni suoi amici imprenditori voleva dare vita a un nuovo progetto politico. Mi chiese se avessi voluto diventare il ‘suo Ministro’. Mi misi a ridere. Pochi mesi dopo però capii che non scherzava affatto. E’ dalla primavera del ‘91, metabolizzata la caduta del Muro, che si fa strada il disegno di cambiare la classe politica italiana. Sul versante italiano, chi si rifaceva al vecchio Partito d’azione pensò che fosse giunto il momento di prendere la guida del Paese. Sul versante americano, cambiata l’Amministrazione, le strutture d’intelligence ritennero che gli italiani si erano spinti un po’ troppo in là. Non dimentichiamo che l’episodio di Sigonella era accaduto appena cinque anni prima. E gli americani, intendo gli uomini della loro intelligence, non se ne erano dimenticati»

Intervistatore: «Due spinte diverse, ma convergenti. Ma la magistratura milanese che c’entra?»

Pomicino: «E’ storia, anche se poco nota da noi, che la Cia agli inizi degli Anni Novanta abbia avuto ordine di fare anche intelligence economica e di raccogliere informazioni sull’Europa corrotta. Ora, che in Italia ci fosse un sistema di finanziamento illecito ai partiti è noto oggi ed era noto allora. Io lo dissi pure in una riunione dei vertici della democrazia cristiana, che il finanziamento illecito era il nostro fianco scoperto. Ritengo che la Cia abbia raccolto informazioni e le abbia girate alla magistratura di Milano dove c’era un pm, ex poliziotto, che non andava troppo per il sottile».

Intervistatore: «La Cia, eh?»

Pomicino: «Nello stesso periodo la Francia allontanò sei agenti segreti americani che indagavano sulla loro industria degli armamenti e su presunte mazzette verso Taiwan. In Germania, sempre nello stesso periodo, il cancelliere Kohl fu fatto dimettere per un finanziamento non dichiarato. In Italia, in quel periodo, capitarono davvero diverse cose strane … vogliamo parlare del panfilo Britannia, dove si ritrovarono a parlare di come privatizzare la nostra industria di Stato? Era il giugno ‘92».

Intervistatore: «Scusi, Pomicino, ma Bartholomew racconta però che lui, in Italia dalla metà del ‘93, inviato espressamente da Clinton perché vedeva che l’Italia era in preda alle convulsioni di Tangentopoli, frenò certi rapporti milanesi che non condivideva. Che c’entra con lo schema delineato finora?»

Pomicino: «C’entra perché un conto è muovere le cose per riconquistare un’influenza perduta, e fare i conti con Andreotti e Craxi che si muovono troppo liberamente sullo scacchiere arabo e mediterraneo; altro è destabilizzare un Paese cruciale per le loro alleanze. Bartholomew ha una visione più larga e si rende conto che l’interesse americano è diverso. E ferma le macchine».

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