giovedì, Aprile 22

Tangenti Eni: riecco Bisignani field_506ffb1d3dbe2

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tangenti Eni Bisignani

Ancora le tangenti Eni. Ancora un amministratore delegato indagato per corruzione internazionale; dopo Paolo Scaroni tocca a Claudio Descalzi. Ancora Luigi Bisignani, l’uomo che sussurra ai potenti legato alla P2, già implicato nello scandalo della maxi tangente Enimont, ‘la madre di tutte le tangenti’.

Eppure i guai per Renzi non mancavano di certo. Proprio ieri era arrivata la bacchettata del Governatore della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, verso un Governo debole sulle Riforme. Oggi si è aggiunta quella del presidente dell’eurogruppo Jeroen Dijsslebloem secondo il quale «è responsabilità dei Paesi rispettare le regole» (del patto di Maastricht ndr).

Governo Renzi che intanto si è messo alla caccia disperata di quei 20 miliardi che dovrebbero far tornare i conti della legge di Stabilità. Licenziato in grande stile il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, insieme alla stessa revisione della spesa, l’Esecutivo preferisce concentrarsi sui tagli lineari a tutti i ministeri. Sanità compresa, gestita dalle Regioni che adesso sono in rivolta.

Mentre Beppe Grillo ottiene il permesso per l’uso del Circo Massimo, fanno discutere le dichiarazioni del M5S sul pericolo delle diffusione di Ebola in Europa e la necessità di dialogare con l’Islam per sconfiggere il terrorismo. I grillini denunciano il ‘Patto del Nazareno’ Renzi-Berlusconi anche sulle nomine di Consulta e CSM (rinviate alla prossima settimana). NCD entra a far parte del PPE e nel centrodestra tira aria di riappacificazione. Degna di nota, infine, la notizia del momentaneo ritorno in Italia del marò Massimiliano Latorre, ma per soli 4 mesi e dietro garanzia scritta.

La nuova inchiesta che sta coinvolgendo i vertici dell’Eni, vecchi come Scaroni e nuovi come Descalzi, stende un’ombra di sospetto sul ‘rinnovamento’ renziano. L’ennesima tegola che cade sulla testa del premier Matteo Renzi che solo 5 mesi fa aveva congedato Scaroni dall’Eni per sostituirlo con il suo numero due, quel Descalzi adesso indagato dalla procura di Milano perché sospettato di aver favorito la vendita di una concessione petrolifera in Nigeria in cambio di una maxi tangente. Il nuovo ad nominato dal premier è finito nei guai per la vicenda dell’acquisto nel 2011 della concessione petrolifera nigeriana OPL245. Con lui, oltre a Scaroni, sono indagate altre cinque persone tra cui Luigi Bisignani. Il faccendiere -protetto di Giulio Andreotti, implicato in molti misteri Italiani, iscritto alla P2 e già condannato per la maxi tangente Enimont ai tempi di Raul Gardini e Tangentopoli– era stato intercettato il 13 ottobre 2010 durante una telefonata proprio con Descalzi (all’epoca Capo Esplorazioni Eni) dalla quale emergerebbe come i due si spendessero per assicurarsi di incassare una (presunta) tangente multimilionaria. Non proprio una bella figura per il rottamatore a parole, Matteo Renzi, che si è dichiarato comunque «felice» di aver scelto Descalzi. Altro problema ‘giudiziario’ per il premier dopo la Rimborsopoli emiliana dove i due esponenti di spicco del Pd indagati, Matteo Richetti e Stefano Bonaccini, nel tentativo di farla franca si appellano alla ‘modica quantità’ di soldi pubblici spesi per bagordi.

Che la situazione economica sia tragica lo aveva scritto il bollettino mensile BCE («Restano rischi sulle possibilità del governo italiano di centrare l’obiettivo di un deficit di bilancio pari al 2,6% del Pil nel 2014, soprattutto dopo che il quadro economico è risultato peggiore del previsto») e lo conferma oggi il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan il quale, lungi dallo smentire i dati forniti da Draghi, come è d’uso nella dialettica politica quotidiana, a margine della riunione informale dell’Eurogruppo a Milano, sottolinea che «il quadro macroeconomico oggi è molto peggiore di quello di 6 mesi fa». Tradotto: sforeremo il deficit. Anche se tenta di recuperare sul finale quando promette che «noi comunque rispetteremo gli impegni presi». Il solito Renzi prova a rialzare la testa su Twitter negando tutto («noi rispettiamo il 3%. Siamo tra i pochi a farlo. Dall’Europa dunque non ci aspettiamo lezioni, ma i 300 miliardi di investimenti»). Ma i nuovi dati sulla produzione industriale forniti dall’Istat lo smentiscono clamorosamente. Il calo a luglio rispetto a giugno è stato dell’1%, con un crollo dell’1,8% rispetto allo stesso mese del 2013.

Dopo la defenestrazione del commissario alla spending review, Carlo Cottarelli, l’annunciato ricorso ai tagli lineari, anche se i renziani rifiutano questa definizione, ha provocato la reazione del deputato di Forza Italia, Laura Ravetto che, ospite del programma di Rai3 Agorà Estate, ha dichiarato che «serve una Commissione bicamerale per la spending review che decida dove e come tagliare. Perché non è vero che non si sa dove sono gli sprechi e dove si può tagliare, ma bisogna avere il coraggio politico di farlo». Situazione drammatica certificata, dalla stessa tribuna televisiva, dal ‘renziano intermittente’ Francesco Boccia secondo il quale «se dovessimo andare la voto, cosa che non escludo, sarebbe il fallimento della diciassettesima legislatura». E poi ci sono le Regioni sul piede di guerra. I Governatori di tutti i colori politici (Sergio Chiamparino, Roberto Maroni, Luca Zaia) minacciano fuoco e fiamme contro l’ipotesi del taglio di 3 miliardi al Fondo Sanitario (più di 100 mld) sul quale si regge l’intero Servizio Sanitario Nazionale.

Il ricorso alle urne non è più escluso nemmeno da quelli del Pd, evidentemente incapaci di far fronte alla crisi economica che sta facendo colare a picco il Sistema Italia. Ecco così spiegata l’affannosa fretta di Renzi nel voler riannodare i fili della riforma della legge elettorale, l’Italicum. Dopo l’incontro di ieri con Anna Finocchiaro e Maria Elena Boschi, il Premier ha reso noto che il Senato dovrebbe licenziare l’Italicum prima della legge di Stabilità. Due piccioni con una fava: distrarre l’opinione pubblica dai fallimenti economici e prepararsi il terreno in caso di eventuali elezioni anticipate.

Da registrare la notizia del rientro in Italia del marò Massimiliano Latorre per un periodo di quattro mesi. La Corte Suprema indiana ha accolto l’istanza presentata dai legali di Latorre per permettere al fuciliere di Marina di passare un periodo di convalescenza nel suo paese, dopo l’ischemia che lo ha colpito il 31 agosto scorso. Soluzione umanitaria, temporanea e non politica perché il ‘caso marò’ è ben lungi dall’essere chiuso. Con buona pace della figlia di Latorre e della retoricadell’italiano vero’ (copyright Toto Cutugno) da riportare a casa ad ogni costo.

 

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