domenica, Giugno 20

Taliban: stop ai negoziati? field_506ffb1d3dbe2

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Taliban spokesman Zabiullah Mujahid

Distretto di Ghaziabad, nella provincia di Kunar  al confine orientale con il Pakistan. Lì, nella prima mattinata di domenica scorsa, una base dell’Esercito Nazionale Afghano è stata attaccata da un gruppo di ‘insurgents’. Nel corso dell’attacco, 21 soldati afghani sono stati uccisi. L’episodio, nel suo genere il più violento dal 2010, è stato confermato sia dalle autorità nazionali afghane che da quelle talebane. Il presidente Hamid Karzai ha condannato duramente l’attacco, dando ordine di aprire una procedura di inchiesta sull’accaduto.

Sempre domenica 23 febbraio, giornata dell’attacco, il portavoce dei Taliban Zabiullah Mujahid ha rilasciato una dichiarazione, tanto inusuale, quanto preoccupante. I Taliban hanno reso nota la loro intenzione di sospendere i negoziati con gli Stati Uniti per la liberazione dell’unico prigioniero di guerra americano nelle loro mani, il Sergente Bowe Berghdal. L’ostaggio sarebbe stato liberato contestualmente al rilascio di cinque prigionieri talebani detenuti a Guantanamo, ma al momento l’accordo è in stallo. Lo scambio di prigionieri era stato pensato come una sorta di ‘pilastro iniziale’ nella costruzione di una fiducia reciproca, base necessaria per gli accordi di pace successivi.

Il processo di mediazione supportato dal Qatar, iniziato con l’apertura degli uffici di Doha, è stato messo in stand-by a causa della situazione politica complicata in cui versa l’Afghanistan attualmente. Queste, le parole del portavoce Mujahid. Due elementi, la violenza e la decisione di sospendere le negoziazioni, che non possono essere sottovalutati. Gli attacchi hanno evidenziato, ancora una volta, l’intrinseca vulnerabilità delle forze militari afghane una volta lasciate prive del supporto NATO. Le domande sulle effettive capacità dell’esercito afghano, sembrano trovare risposte poco confortanti. In mancanza del supporto areo di cui hanno bisogno, l’attività di assistenza e formazione dei ‘mentor’ stranieri resterebbe limitata e limitante nella sua applicabilità operativa.

La decisione di sospendere temporaneamente i negoziati, a causa di una non ben specificata ‘situazione politica complicata’, potrebbe essere collegata al fatto che il SOFA fra il Governo afghano e gli Stati Uniti non è ancora stato siglato. Il nodo è delicato, molti osservatori infatti, sono concordi nell’affermare che il processo di pace in Afghanistan potrà essere praticabile solo se il governo e i Taliban riusciranno a negoziare. L’apertura degli uffici di Doha, lo scorso giugno, era stata interpretata come un segnale positivo in questo senso. Sempre domenica, il portavoce talebano Mujahid, ha anche detto che sono comunque soddisfatti del rilascio di 65 prigionieri approvato dal presidente Karzai a febbraio. Rilascio al quale il governo degli Stati Uniti si era fortemente opposto: «Queste persone sono pericolose, e rappresentano una minaccia alla sicurezza dei cittadini afghani e dello stato dell’Afghanistan», aveva commentato Marie Harf, del Dipartimento di Stato Americano.

Il processo di pace con la componente talebana, secondo gli esperti, non può e non deve arrestarsi. Sia da parte americana, ma soprattutto da parte afghana. Già all’epoca delle amministrazioni Clinton e Bush, la pratica di dialogo con i Talebani non era cosa inusuale. Il progetto TAP, la linea che avrebbe trasportato gas dal Turkmenistan, via Pakistan e Afghanistan, fu uno dei tanti pretesti commerciali alla base delle prime negoziazioni. Storicamente, gli Stati Uniti hanno intrattenuto contatti con i Taliban, più o meno sporadicamente, a seconda delle necessità politiche e strategiche. Dopo il ritiro sovietico dall’Afghanistan, i contatti alla fine degli anni Novanti si erano fatti più sporadici e intrattenuti su un livello prettamente commerciale. Tra il 2000 e il 2001, importanti esponenti Talebani, molto vicini allo stesso Mullah Omar, avevano preso parte a una serie di negoziati che avevano come oggetto la discussine dell’accesso delle compagnie americane  alle riserve di petrolio in Asia centrale.

Poi, dopo l’attacco al World Trade Center, il mantra americano divenne ‘nessun negoziato con i terroristi’. Il resto, è storia nota. Sarà solo più tardi, con il cambio della guardia della presidenza Obama, che l’opzione negoziale verrà rivalutata. Il primo contatto ufficiale fra gli Stati Uniti e i Taliban, avvenne nel 2010, in occasione dell’incontro fra alcuni ufficiali americani e Tayyab Agha, il rappresentante del Mullah Omar a Monaco di Baviera. I round saranno ripresi poi l’anno successivo, a Doha e in Germania, fino all’apertura ufficiale dell’ufficio dei talebani in Qatar nel giugno di quest’anno. Le prime misure di ‘costruzione reciproca della fiducia’, prevedevano appunto il trasferimento di prigionieri. Sebbene i governi afghano e pakistano non furono direttamente coinvolti nel processo iniziale, accettarono con riluttanza le negoziazioni.

Le iniziative negoziali fra l’Afghanistan e i Taliban, non dovettero attendere il cambio di rotta impostato dall’allora neo-eletto Barack Obama. Fin dal 2004, appena Hamid Karzai vinse le elezioni presidenziali in aprile, l’idea di attivare una qualche forma di dialogo con la controparte talebana aveva preso forma. Nel 2005, fu lanciato il programma di riconciliazione Tahkim-e Solh o Programma per il Rafforzamento della Pace. La mancanza di supporto politico, e la corruzione all’interno delle sue amministrazioni, portarono al fallimento del programma. Sarà ripreso, in forma similare, nel 2010, e rimpiazzato con il APRC (Afghan Peace and Reconciliation Programme). Il programma, era gestito dall’Alto Consiglio di Pace guidato dall’anti-talebano Burhanuddin Rabbani, ex presidente dal 1992 al 1996. Il suo assassinio, portò nuove complicazioni al processo ed ebbe anche un impatto molto negativo nelle relazioni bilaterali fra Afghanistan e Pakistan. Il governo pakistano, infatti, fu accusato di aver fornito protezione ai membri nel network di Haqqani, ritenuti responsabili dell’omicidio.

Una serie di incontri informali, organizzati a Parigi e poi a Kyoto, hanno portato all’elaborazione di una roadmap per il processo di pace. La situazione in fase di stallo temporaneo, vedrà verosimilmente un nuovo lancio negoziale in prossimità delle elezioni di aprile. I Taliban sono uno degli attori fondamentali nel processo di pace, insieme al governo afghano e alla comunità internazionale. Ma le opzioni per un maggiore impegno sono difficilmente percorribili. L’Afghanistan dovrebbe cedere su punti troppo delicati, come il controllo delle condizioni dei detenuti. La comunità internazionale dovrebbe ammettere formalmente gli errori nell’approccio alla questione afghana, prima e dopo il 2001. I Taliban dovrebbero fare lo stesso, oltre che concordare con il governo afghano e la comunità internazionale i limiti entro i quali esprimere la loro posizione politica e nella società

 

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