sabato, Ottobre 16

Taliban: fratture interne e tregua finita

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32 vittime e decine di feriti. L’atto che esaurisce – di fatto – la tregua tra i ribelli del Tehrik-e-Taliban Pakistan  (TTP) e il governo pakistano, si consuma il 20 maggio scorso in pochi minuti. Un villaggio del Waziristan settentrionale occupato dagli integralisti armati, non lontano dal confine con l’Afghanistan, finisce sotto le bombe dei caccia-bombardieri dell’aviazione di Islamabad.

Al bombardamento dall’aria segue la tentata rappresaglia dei fondamentalisti, che attaccano posti di blocco dell’esercito nell’Ovest della tormentata provincia. Il bilancio degli scontri in soli due giorni sale a 80 vittime confermate, la maggior parte dei quali guerriglieri.

La tregua, avviata dal Governo di Islamabad lo scorso febbraio era stata ufficialmente dichiarata decaduta dagli stessi Taliban il 16 aprile scorso, anche se l’entourage del Premier Nawaz Sharif aveva dichiarato di voler proseguire le trattative. A recidere le possibilità di un’altra tregua sembra che vi abbia pensato l’esercito senza bisogno di autorizzazioni dai vertici politici, circostanza suffragata dall’aspra polemica lanciata dai vertici militari stessi contro il governo negli scorsi mesi contro la trattativa.

Significativo anche l’utilizzo, da parte delle forse armate, dell’arma aerea per sferrare lo strike, che pare tutt’altro che casuale in una logica di braccio di ferro tra esecutivo e generali. Nawaz Sharif, durante la campagna elettorale del 2013, aveva infatti tuonato contro l’utilizzo degli aerei droni da parte della CIA dalle sue basi in Afghanistan contro i fondamentalisti islamici, promettendo di sospenderli per via dell’elevato numero di vittime civili. L’attacco del 21 maggio, puntualmente, ha messo in chiaro a scanso di equivoci che con il supporto statunitense o meno, le bombe continueranno a calare sulle aree tribali infestate dalla guerriglia.

Non si tratta però dell’unico problema. Se la ripresa delle ostilità da parte dei militari nei confronti del Governo è stato un avvertimento, segnala anche una frattura crescente tra i generali ed il potente apparato di intelligence dell’ISI (Servizi Segreti pakistani), da sempre in ambigui rapporti con i medesimi integralisti che dovrebbero combattere. Una circostanza ben nota, che però non implica una copertura totale nei confronti degli islamisti da parte di questi apparati deviati. Anche il fronte dell’insurrezione ha infatti le sue fazioni interne separate, tanto più che il Waziristan è un’area dominata da logiche tribali. Ed è proprio a questo fattore che si deve l’unico significativo segno di debolezza manifestato dai Taliban, appena pochi giorni fa.

Ci sarebbe infatti il basamento pur sempre tribale del più antico nucleo del TTP ad aver provocato una aperta secessione all’interno del fronte Taliban. Lo scorso 27 maggio, Azam Tariq Mehsud,  portavoce dell’omonimo clan che nel dicembre 2007 dette ufficialmente vita al braccio pakistano dei Taliban, ha annunciato pubblicamente la scissione del “proprio gruppo” dalla leadership del TTP.

La decisione giunge dopo mesi di indiscrezioni su duri scontri interni, a volte perfino armati, tra i Taliban guidati dal nuovo leader, Fazlullah, e la vecchia guardia del movimento incentrata sul clan Mehsud. All’origine della scissione, secondo le parole di Azam Tariq, ci sarebbe «l’allontanamento del TTP dalla morale islamista originaria del gruppo»: i Mehsud sarebbero ora contrari alla strategia di sparare nel mucchio applicata della guerriglia tramite stragi indiscriminate di civili e attacchi ad infrastrutture utili alla popolazione, come ospedali e acquedotti. Il gruppo secessionista ha comunque annunciato che proseguirà la lotta armata contro il governo di Islamabad, basando la propria azione sull’area meridionale del Waziristan.

Gli osservatori sia interni che occidentali sono però quantomeno scettici sulle motivazioni “umanitarie” della secessione. Il TTP, fin dall’inizio, ha basato la sua strategia su tecniche terroristiche, e l’allontanamento dei Mehsud sarebbe tutt’altro che disinteressato. Alla base dello scontro interno ci sarebbe proprio il passaggio di mano della leadership, avvenuto nel novembre 2013 dopo l’uccisione in un raid aereo del leader storico del TTP, Hakimullah Mehsud, a sua volta succeduto al padre, ucciso in circostanze analoghe nel 2009. La nuova leadership avrebbe dunque minacciato l’egemonia del clan tribale, suscitandone la reazione violenta e dunque la secessione.

Ma c’è di più. In una seconda conferenza stampa improvvisata tra le montagne del Waziristan, Azam Tariq ha accusato la leadership di Fazlullah di essere «finita al servizio di interessi stranieri», e di aver sobillato altri gruppi tribali contro i Mehsud nello specifico intento di distruggere le trattative di pace in corso con il Governo. L’accusa, secondo gli esperti di terrorismo, sarebbe rivolta all’Intelligence militare di Kabul, che starebbe diluendo l’identità dei Taliban pakistani riempiendoli di combattenti d’oltre confine al solo scopo di colpire il Pakistan.

Il quadro a questo punto si complica a livelli degni di una inquietante spy story. Sarebbero dunque proprio i Mehsud a godere della protezione dell’ISI, tramite il quale il Governo di Nawaz Sharif avrebbe intavolato le trattative dello scorso febbraio. Mentre i Mehsud trattavano la tregua con Islamabad, continuavano a combattere contro le truppe di Kabul e le forze NATO lungo il confine afghano. La nuova leadership del TTP, al contrario, sarebbe finita in mano ad una fazione con buoni rapporti coi militari di Kabul, interessata ad utilizzarli, secondo la stesa logica ma al contrario, per colpire il Pakistan. Entrambe gli apparati di intelligence afghani e pakistani starebbero dunque utilizzando i fondamentalisti presenti sul suolo di entrambe i Paesi come strumento di una guerra per procura.

Lungo il confine afghano-pakistano si starebbe tornando alla medesima situazione degli anni ’90, con l’Intelligence del Pakistan che tenta di mettere le mani sul caotico vicino per orientarne la politica ed intercettare i lucrosi flussi di gas provenienti dall’Asia Centrale, che presto passeranno sul suolo afgano attraverso il gasdotto TAPI.

La guerra che si combatte sulla direttrice Islamabad-Kabul non è dunque un conflitto tra due parti, ma tra quattro contendenti: in entrambe i Paesi vi sono apparati dello Stato che favoriscono l’instabilità guidata dal fondamentalismo armato che gli stessi apparati o dovrebbero combattere oppure effettivamente combattono ma solo in casa propria. Una matassa fino ad ora inestricabile, e che getta un’ombra sulle possibilità che la stabilità della regione sia a portata di mano.

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